Mi sono formato leggendo Hemingway e Salinger, Enrico V e il Chisciotte; ho fatto spettacoli su Philip Roth, Don DeLillo, Franz Kafka. Tutti maschi, bianchi, occidentali, seppure in modi diversi. Poi ho cercato di fare un’altra cosa, di uscire da questa galassia e ho scritto uno spettacolo dedicato alle poetesse, o, come è più corretto dire oggi, alle poete
La poesia è inutile. Non serve a niente, ce lo ripetono da anni. A parole tutti la stimiamo, ma poi, chi la legge davvero? Inutile, come una casa abbandonata in mezzo al nulla. Come una pausa tra due pensieri frenetici, come il futuro che non vediamo più. Come una preghiera a nessuno, sussurrata di notte.
È inutile, e per questo diventa preziosa quando tutto va in un’altra direzione, quando dimentichiamo che a sussurrare di notte sono le nostre anime, ossia qualcosa di profondo, di misterioso e, speriamo lo sia almeno ancora un poco, di selvaggio.
È dentro al mio fiore che mi sono nascosta,
così che tu, quando quel fiore appassirà dal vaso,
senza saperlo, possa sentire per me –
Quasi una solitudine
Sono versi di Emily Dickinson, una delle più grandi poetesse della modernità. Una donna che ha vissuto praticamente sempre in una stanza, che ha scritto per tutta la vita in un mondo che non concepiva neppure che lei potesse leggere, figuriamoci scrivere.
Che forse ha amato in segreto, che certamente ha nascosto se stessa a tutti, pubblicando in vita solo sei poesie in una rivista dimenticata. Eppure. Il fuoco che ha tenuto nelle mani e nella penna, la devastante grandezza della sua poesia a volte così disperata – nel senso alla David Foster Wallace di lucida assenza di vana speranza – da diventare ironica, tenera, affettuosa con i suoi stessi fantasmi.
Emily Dickinson che ci osserva ancora oggi dal suo unico ritratto che conosciamo e sembra dirci che, comunque, è andata come è andata (e pensate a Tenet di Christopher Nolan, che ci insegna il valore profondo e non rinunciatario di questa espressione, ossia la fiducia nella meccanica della realtà, qualunque cosa essa sia).
Di Emily Dickinson è anche il titolo dell’edizione 2026 di Book Pride, in programma al Superstudio Maxi di Milano dal 20 a 22 marzo. La speranza è la cosa con le piume, ecco che la speranza fa capolino, sotto forma di qualcosa di strano, che vola via, ma che lascia un’immagine e una delicatezza, non fosse altro che per l’eleganza del volo o delle tracce che lascia a chi resta a terra, una figura esile, per molti sconosciuta, ferma in mezzo a un grande campo nel Massachusetts che guarda il cielo, un attimo prima che scenda il buio. Emily, forse la stessa Emily cui William Faulkner dedicherà una rosa. Chissà.
Dentro il dolore delle altre
Sono un uomo, bianco, occidentale, faccio un lavoro che, nel suo piccolo, può avere una qualche risonanza, mi capita di stare davanti a un pubblico che mi ascolta. Mi sono formato leggendo Hemingway e Salinger, Enrico V e il Chisciotte; ho fatto spettacoli su Philip Roth, Don DeLillo, Franz Kafka. Tutti maschi, bianchi, occidentali, seppure in modi diversi.
Poi ho cercato di fare un’altra cosa, di uscire da questa galassia e guardare oltre l’orlo esterno, di abbandonare tutte le garanzie e le certezze consolidate per camminare dentro il dolore delle altre, come magari avrebbe detto Susan Sontag. Ho scritto uno spettacolo dedicato alle poetesse, o, come è più corretto dire oggi, alle poete.
L’ho fatto perché la poesia resta in gran parte un mistero, una supernova che illumina a giorno il cielo, ma che porta con sé una grande esplosione, una catastrofe indicibile in fondo. E volevo farlo con occhi diversi, lontani dai miei, affilatissimi nella disperazione e nell’estasi dei loro alfabeti.
Il mio corpo brucia, sono fiamme azzurrine, che di notte lasciano una scia di luminescenza, come se fosse la coda di una cometa. Forse sono stata anche una cometa, di quelle che portano sventura, sospesa sopra il cielo degli uomini come un enigma che faceva paura, così in tanti hanno distolto lo sguardo, preferivano non vedere.
Ho immaginato di dare una voce e un racconto a tutte le poete, di mettere la loro narrazione nitida al centro dello spettacolo e ho chiesto a Francesca Pennini, artista, coreografa, performer, (una di quelle persone che da un palcoscenico sanno farti sentire il mondo) di essere quella voce. E sono partito da qui, da questo corpo in fiamme come in una performance di Ana Mendieta, per andare al cuore dello scandalo che spesso ha accompagnato le espressioni femminili: la libertà dei corpi e delle parole.
Per provare a riaccendere quella “radioattività” di cui ha scritto Joan Didion, a proposito del suo dolore che terrorizzava i benpensanti. Per raccontare di Sylvia Plath completamente sola in una stanza fredda e con le tempie imbrattate di liquido vischioso, un attimo prima dell’elettroshock. Abbandonata e segregata, come se fosse una strega, nell’indifferenza di questo mondo maschile.
Ghiaccio e fuoco
Non penso di avere la capacità di essere tutto questo, ma lo spettacolo almeno spera di evocarli, certi momenti. La postura ferma e delicata di Mariangela Gualtieri; il mondo comune e sorridente – ma consapevole del niente – di Patrizia Cavalli, per arrivare fino a Louise Glück e alla sua Persefone errante, che pensa di poter ricordare l’esser morta e a cui Zeus dice: «Dimenticherai tutto:/ quei campi di ghiaccio saranno/ i prati dell’Eliso».
Il ghiaccio, nelle poete, diventa fuoco e non c’è Zeus che basti, l’Eliso è un miraggio, spesso creato dal potere patriarcale, repressivo e quietista. La poesia ci dice una cosa sola: non dimenticheremo. Perché dimenticare è impossibile e probabilmente anche perdonare.
La poesia, così ostinatamente inutile, è qui per ricordarcelo.
Poetesse, uno spettacolo di e con Leonardo Merlini
Sabato 21 marzo 2026, ore 18.00
Book Pride – Superstudio Maxi Milano
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