Oltre alla mancata citazione di Marx, Spinoza o Gramsci altri aspetti dovrebbero far preoccupare chi insegna filosofia nei licei. Un canone filosofico virato verso una maggiore attenzione all’idealismo italiano e al pensiero cristiano. E il rischio di sostituire lo storicismo con la learnification
Purtroppo la filosofia che si studia nei licei spesso non la decidono gli insegnanti ma una sincopata corsa a usare le pochissime ore rimaste dopo l’intrusione delle ore di formazione scuola-lavoro, educazione civica, orientamento… Sulla carta filosofia sarebbero 99 o 66 ore l’anno a seconda dell’indirizzo; nei fatti è difficile che si riesca ad arrivare a poco più della metà.
I docenti non riescono a strutturare e programmare le lezioni, ma si ritrovano costretti a delegare la maggior parte dello studio al lavoro a casa e ai manuali scolastici, che vengono adottati e poi seguiti inerzialmente. L’Abbagnano-Fornero o il Reale-Antiseri passano di generazione in generazione non perché siano i migliori possibili ma perché rassicurano i docenti, ricalcandone le aspettative e lo stile di lezione. La lettura diretta di testi filosofici è una lodevole rarità.
La discussione sulle nuove Indicazioni nazionali per i licei evita di affrontare questo elefante nella stanza e ne fa entrare un altro, ancora più ingombrante: un canone filosofico virato verso una maggiore attenzione all’idealismo italiano e al pensiero cristiano del personalismo di Maritain e Mounier, tra l’altro mal interpretati. La fissa del ministro Valditara e della presidente della commissione Loredana Perla per il personalismo e il suo inserimento pervasivo nel documento è la parte scoraggiante di questo dibattito.
La «temeraria esclusione»
La polemica sulla mancata citazione di Marx, Spinoza o Gramsci non è pretestuosa. La critica chiama «temeraria esclusione» quella del pensiero come Spinoza, Marx o Gramsci dalla lista degli autori consigliati, mentre si chiede ai docenti di scegliere «almeno uno» tra Hobbes, Locke e Rousseau quasi fossero intercambiabili della razionalità politica moderna o si vuole un recupero di una non meglio specificata filosofia italiana dell'Ottocento (Rosmini? un’altra fissa ministeriale).
Chiunque legga le pagine delle Indicazioni di filosofia ci legge un’intenzionalità che rispecchia anche la selezione della sottocommissione: i coordinatori sono Adriano Fabris, un docente di morale che si è occupato molto di filosofie cristiane e di Heidegger e che ha appena pubblicato un discutibile libro sull’Ia con Loredana Perla; e Massimo Mugnai, professore di logica in pensione che l’anno scorso ha pubblicato un discussissimo libro intitolato Come non insegnare la filosofia.
La difesa d’ufficio dei coordinatori della commissione poggia sul fatto che si tratti di Indicazioni e non di programmi vincolanti; per fortuna, si direbbe, esiste ancora l’articolo 33 della Costituzione. I commissari sostengono che la struttura a due binari, uno diacronico e uno tematico, serva a rendere la filosofia più aderente ai bisogni degli studenti. Ma è proprio qui che il progetto appare regressivo: la cosiddetta “modalità tematica” rischia di diventare una pseudo-metodologia d’importazione che diluisce l’inquadramento storico-critico a favore di uno sguardo approssimativo sull’attualità, come nel caso dell’ossessione per l’intelligenza artificiale, che spunta un po’ ovunque nelle linee guida.
Ci si poteva aspettare che andasse a finire così del resto leggendosi il testo di Mugnai di due anni fa, Come non insegnare la filosofia: un’indagine fatta di aneddotica e snobismo usata per trarre conclusioni sistemiche in cui si propone una prospettiva ancorata a un’idea di erudizione d'élite che non tiene conto delle trasformazioni reali della scuola di massa.
Parcellizzazione del sapere
Mugnai denuncia la deriva storicista di matrice gentiliana che ha cancellato il positivismo e la pedagogia scientifica dalla tradizione italiana, ma il suo attacco alla scuola delle “competenze” appare spesso come un lamento nostalgico verso un liceo che non esiste più. Il limite del suo approccio sta nel non vedere come le nuove Indicazioni stiano realizzando proprio quel tipo di parcellizzazione del sapere che lui stesso deplora: un sapere ridotto a «competenza trasversale», dove la filosofia serve a «governare le proprie emozioni» invece che a collocare storicamente il dibattito anche di oggi.
Se leggiamo queste riforme alla luce di un dibattito pedagogico internazionale, emerge il rischio di sostituire lo storicismo con la learnification – la riduzione dell’educazione a puro apprendimento individuale, dove l’insegnante scompare per diventare un mero facilitatore. Le nuove linee guida spingono lo studente a «fare pratica di filosofia» ma gli tolgono gli strumenti storici e materiali per capire da dove vengano quelle idee. Senza le categorie centrali della storia della filosofia, senza il conflitto delle interpretazioni, la filosofia rischia di diventare un talk-show sulle grandi questioni, svuotato però di radicalità politica.
Sembra ancora più debole e pretestuosa l’aggiunta di qualche nome di filosofa, da Ipazia a Simone Weil, o filosofe cristiane come Ildegarda di Bingen o Edith Stein, che pur essendo una novità rilevante nelle fonti ministeriali, rischia di apparire come un’operazione da libro rosa per un canone molto orientato: non è dichiarato in modo trasparente, ma dalle Indicazioni manca totalmente il femminismo.
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