Eco è il futuro. Eco è il computer. Eco è l’irrimediabile sapere. L’intellettuale che prova a traghettare le nuove generazioni verso un’idea intellettuale moderna e spiazzante. Di lui ho sempre visto l’aspetto pubblico. Oggi mi avvicino a un terzo elemento, che non è sul crinale tra pubblico e privato, è ancora altrove
Eco è il futuro. Eco è il computer. Eco è l’irrimediabile sapere. L’intellettuale che prova a traghettare le nuove generazioni verso un’idea intellettuale moderna e spiazzante. Eco è moderno. Per questo è riuscito a vendere milioni di copie in tutto il mondo con un libro difficile. Perché la sua capacità di elaborazione è fuori dal comune. Come una macchina sconosciuta, il massimo era capirne il funzionamento.
Ma non c’erano macchine e il funzionamento era quello di tutti. L’irrimediabile erudizione di Umberto Eco era rimediabile. E il dubbio è che anche lui la preferisse rimediabile.
Ma è un dubbio.
Il terzo elemento
Negli anni ho pubblicato decine di articoli su Umberto. Ho recensito i suoi libri, ne ho scritto il giorno dopo la morte, e poi un anno dopo. Sono usciti due libri. Uno nel 1995 e uno nel 2000. Articoli su riviste. Ho partecipato a convegni su di lui, e con lui in presenza. In Italia e all’estero. A Penne ho aperto, con una relazione introduttiva, un convegno internazionale su di lui, dove c’erano tutti: critici, traduttori e persino Annaud, che aveva girato il film dal suo primo romanzo.
Non ho più il testo di quella relazione. Ma in ogni caso, tutti questi anni e tutte queste pagine per questo libro non mi servono a nulla. Anche io avevo seguito il flusso di una narrazione giusta, ma non unica. Ho visto la sua parte pubblica, e ho voluto vedere soltanto quella. Dando per scontato allora, come do per scontato anche oggi, che la parte privata non doveva essere accessibile a nessuno, perché lui avrebbe voluto così. Ma non è detto che le cose siano così dicotomiche. Che ci siano due lati, che le geometrie siano così nette.
Oggi mi avvicino a un terzo elemento, che non è sul crinale tra pubblico e privato, è ancora altrove. Cercare Umberto è muoversi nella sua biblioteca mentale. Solo che non è una biblioteca ordinata. È una biblioteca senza un codice. È la biblioteca di Babele di Borges.
Il segreto
Ho un altro ricordo di Umberto in pubblico a Milano, e se ne scrivo è perché non accadeva così di frequente dopo che era diventato una celebrità. Si tratta di un dialogo con Arthur Miller. C’era un grande pubblico. Era il 1988. Anche qui c’è una fotografia, gemella di quella di Borges e Calvino: Miller dice qualcosa all’orecchio a Umberto, piegato verso di lui. Il viso del drammaturgo americano è semicoperto dal viso di Umberto, che sorride alle parole di Miller.
Non c’è un nesso preciso, a parte un parallelismo fotografico. Ma qui genera un effetto di senso che non so leggere, ma che di certo esiste. Tempo dopo, a Bologna, riferito a quell’incontro Umberto mi avrebbe detto: «La tentazione di chiedergli di Marilyn Monroe (che era stata sua moglie, N.d.A.) era fortissima. Ma non sarebbe stato opportuno». Frivolezze quasi lacaniane, a dire il vero.
Ma questa non è una frivolezza. Viene direttamente da un saggio di Harold Bloom del 1975, La Kabbalah e la tradizione critica: «Ritorniamo così alla formulazione gnostica che ogni lettura e ogni scrittura costituiscono una specie di guerra difensiva, che ogni lettura è dunque una scrittura errata (mis-writing), e ogni scrittura è una lettura errata (mis-reading)». Lia, nel Pendolo di Foucault, lo dice chiaramente al protagonista: «Stai attento, perché ti dimostro che le spiegazioni più semplici sono le più vere».
Allora avevo torto quando per anni ho interrogato i suoi libri cercando risposte complesse? Quando uscì il mio Eco: due o tre cose che so di lui, Furio Colombo lo recensì scrivendo una cosa che oggi mi disorienta, e che allora, venticinque anni fa, trovavo motivo di orgoglio: «Il gioco di Cotroneo è a rovescio. Conosce tutti i passaggi (ed è vero, li conosce bene), ha valutato vita e scrittura, personaggi e autore, ha decifrato messaggi, scoperto coincidenze, rintracciato lettere segrete, fatto parlare più volte lo stesso teste (personaggio o autore) che dice più volte cose diverse. L’investigatore non consente e non nega. L’investigatore sa di essere a un passo dal segreto».
Non era vero, non c’era un segreto. Le spiegazioni più semplici sono quelle più vere.
«Facciamo giovedì a mezzanotte. Chiamami in campagna». Si trattava di un’intervista in diretta per Rai Radio 2, dove conducevo una trasmissione che andava in onda da mezzanotte alle due di notte. Nella prima mezz’ora dovevo intervistarlo. Era di aprile, nel 2007.
«Umberto, quale dei tuoi libri ti porteresti sull’isola deserta?» gli chiedo.
Esita e non risponde.
«Forse Il pendolo di Foucault?»
E Umberto, ridendo: «Lo hai detto tu».
L’ho detto io per lui.
Non c’era un segreto? O il modo di capirlo era nel non cercarlo quel segreto, non farsi abbagliare dalla sua astuzia? Perché Umberto era un uomo intelligentissimo, coltissimo (superlativi in questo caso d’obbligo) e astuto.
Sull’isola deserta si portava Il pendolo di Foucault, certo, e le parole finali del libro: «Che io abbia scritto o no, non fa differenza. Cercherebbero sempre un altro senso, anche nel mio silenzio. Sono fatti così. Sono ciechi alla rivelazione… Ma vaglielo a dire. Non hanno fede. E allora tanto vale stare qui, attendere, e guardare la collina. È così bella».
L’astuzia
Quando finii di leggere questo libro, nel 1988, rimasi molto colpito dal finale. Soprattutto dalla bellezza della collina. Una mente intellettuale, lucida e poco affine a qualsiasi sentimentalismo inutile, poteva chiudere un romanzo con una dichiarazione così semplice? La bellezza della collina?
Le ultime tre parole del libro? Lo pensai allora, lo realizzo oggi, dopo tutti questi anni. Per come si pensava allora, il diabolico Eco, in quell’elogio semplice di una collina nel Monferrato chissà cosa voleva intendere. Forse c’era un libro nascosto che rendeva questa faccenda della collina, che è solo bella, una storia ancora diversa? Certo che doveva esserci. Anche perché due pagine prima, sempre nel finale, un accenno lo faceva: «Lungo le falde del Bricco si stendono filari e filari di viti. Li so, ne ho visti di simili ai miei tempi. Nessuna Dottrina dei Numeri ha mai potuto dire se sorgono in salita o in discesa».
La Dottrina dei Numeri, con due maiuscole. Ma nella bellezza della collina non ci sono Dottrine dei Numeri, e poco importa se sorgono in salita o in discesa. Lo dico oggi. Le due pagine finivano per collegarsi. Ritorno al Bloom di La Kabbalah e la tradizione critica: «Ogni lettura e ogni scrittura costituiscono una specie di guerra difensiva». Era la mia guerra difensiva. Ma da cosa?
Il nome della rosa era uscito da pochi giorni e, in un’intervista rilasciata alla sinologa Renata Pisu, disse che scrivere quel libro era stato «un modo per liberarmi da numerose e antiche ossessioni». Non ha mai spiegato quali. Ma già tre anni dopo Eco trattava queste numerose e antiche ossessioni con distacco e nelle Postille scriveva: «A un certo punto mi son detto che, visto che il Medio Evo era il mio immaginario quotidiano, tanto valeva scrivere un romanzo che si svolgesse direttamente nel Medio Evo».
In mezzo ci sono tre anni di successo planetario. La guerra difensiva era già iniziata da tempo. Secondo tre regole che si dovevano rispettare e che venivano da Stephen Dedalus, sua passione al punto da usarlo come pseudonimo per una serie di articoli per il manifesto: il silenzio, l’esilio, l’astuzia. Ovvero difficilmente raggiungibile dai media e quindi più silenzioso possibile, lontano da tutti (era una forma di esilio quella di Bologna, dove lui tornava a essere quello che era sempre stato?). E poi l’astuzia.
C’è una storia che racconta a Maria Corti, in un suo libro intervista uscito nel 1995. Parla di Eco e delle riunioni di redazione alla rivista Alfabeta: «Eco era senza dubbio un protagonista. La sua vita allora non assomigliava ancora a un film proiettato ad alta velocità. L’importanza della presenza di Eco si avvertiva subito quando si doveva prendere qualche ardua decisione e i pareri nostri oscillavano. Lui in genere taceva, lasciava parlare tutti, dall’angolo sinistro della bocca gli pendeva immobile qualcosa, sigaro, sigaretta, pipa. Solo alla fine diceva il suo parere. Era sempre molto acuto, era la soluzione migliore. Egli è uno degli uomini in assoluto più intelligenti che io abbia conosciuto. Quando mi è capitato di dirgli: se tu stessi un po’ di più in biblioteca e un po’ meno in giro per il mondo, saresti grande come lo fu Benedetto Croce, mi sono sentita rispondere: “A me le idee vengono in aereo”»
Il testo è un estratto da Umberto (La nave di Teseo, 2026)
© Riproduzione riservata


