Tra l’inverno e la primavera di quest’anno ho lavorato alla curatela musicale della mostra “Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori”, allestita al Palazzo dei Musei di Reggio Emilia fino al 28 febbraio 2027 grazie alla Fondazione Luigi Ghirri, che da anni porta avanti proprio al museo reggiano un’esplorazione del lavoro del fotografo attraverso annuali mostre tematiche. Il tema di quest’anno è la relazione a molte mandate tra Luigi Ghirri e la musica. La relazione profonda tra fotografia e musica, tra immagine e ascolto, tra visione e ritmo, tra ecologia del guardare e del sentire.

È un’ipotesi interpretativa tanto semplice nella formulazione quanto complessa e stratificata nelle implicazioni, che invita a rileggere, relativamente a questo tema, l’opera di uno dei maggiori fotografi europei del Novecento, ponendo ancora una volta una distanza radicale tra la sua figura e la retorica del cantore del paesaggio italiano e dell’immagine del quotidiano, preferibilmente emiliano-romagnolo, fatto di nebbie, fossi e spiagge vuote della Riviera.

Implicata come sono stata e sono in questo lavoro di restituzione al pubblico, non posso certo muovermi qui in un discorso critico, quanto piuttosto tentare di raccontare cosa abbia nutrito, attraverso il tempo, questa relazione tra immagine e suono e cosa questa mostra, curata con Ilaria Campioli e Andrea Tinterri, cercando di offrire una piena indagine del rapporto del fotografo con precisi mondi, scene e materiali musicali, possa dire di Ghirri e del valore della musica e dei suoi scenari nel suo discorso umano e fotografico.

La tensione dell’ascolto

La genealogia culturale e fotografica di Ghirri, com’è noto, non appartiene esclusivamente alla storia della fotografia, ma si estende a un universo più ampio, felicemente spalancato alla curiosità e alla scoperta perpetua: un approccio libero, antiaccademico e ricco di entusiasmi e innamoramenti, dove letteratura, cinema, arti visive e musica costituiscono linguaggi permeabili e in costante scambio interdisciplinare. Tra questi, come testimoniano molti dei suoi testi teorici, da Niente di antico sotto il sole (SEI) alle Lezioni di fotografia (Quodlibet), la musica ha un ruolo predominante.

Luigi Ghirri era infatti anzitutto un ascoltatore non comune, dotato di una tensione all’ascolto profonda e tutt’altro che fragile o casuale. Con Adele Ghirri, figlia di Luigi Ghirri e oggi alla guida della Fondazione, abbiamo iniziato a ragionare intorno a questo tema diversi anni fa, quando visitai per la prima volta l’archivio e la collezione di dischi del fotografo, cercando di dare una forma al suo ascolto, di definire per via deduttiva che tipo di ascoltatore fosse, verso quali gusti e modi tendesse, cosa cercasse nell’ascolto dei suoi dischi.

Da quel momento il nostro ragionare di musica e fotografia non si è mai fermato. Oltre alla relazione che Ghirri intesseva con il materiale musicale – classico, pop, folk, con una tensione particolare verso Bob Dylan, il suo preferito in assoluto, e più in generale verso la forma canzone – emergeva qualcosa di cruciale nel suo modo di guardare: la fotografia per lui non registrava semplicemente il reale, ma lo ascoltava.

Grammatica visiva

La musica rappresenta una modalità di pensiero dell’immagine, una grammatica capace di spiegare il modo in cui Ghirri organizza, osserva e fotografa, costruendo il tempo ritmico della visione. Il paesaggio di Ghirri è meno un luogo geografico che una forma temporale: le sue immagini sembrano sospendere continuamente l’azione, trattenere il momento prima che qualcosa accada o subito dopo che qualcosa è accaduto, segnalando la forza morbida di una fotografia costruita sull’intervallo, sul silenzio, sull’attesa, elementi strutturalmente propri della partitura.

La mostra conduce però anche pienamente dentro la materia musicale, esplorando come nello sguardo di Ghirri la musica fosse sempre presente e come, manifestandosi su un muro, in una piazza, per strada, lungo la Senna o dentro un negozio di pianoforti, lo spingesse all’azione fotografica, cioè allo scatto. Il percorso ricostruisce soprattutto la sua relazione con il reale discografico, soffermandosi sul rapporto con la scena emiliana dalla metà degli anni Ottanta fino ai primi anni Novanta, quando Ghirri morirà prematuramente.

Il fotografo, insieme alla moglie Paola Borgonzoni, eccezionale art director e grafica alla quale la mostra restituisce finalmente un meritato spazio di racconto, diventa uno dei protagonisti di quella scena che fa capo a Lucio Dalla, una sorta di collettivo che sembra costituirsi intorno a lui e che in quegli anni è di fatto alla guida della canzone italiana pop.

Il rapporto con Dalla, un’amicizia importante, per non dire cruciale, nel lavoro discografico di Ghirri, lo avvicina umanamente e poi artisticamente ad Angela Baraldi, Ron, agli Stadio, a Luca Carboni e a Gianni Morandi. Per quasi ognuno di loro Ghirri, insieme a Borgonzoni, lavorerà alle copertine di dischi importanti: dal cambio di passo di Carboni in Persone silenziose al fruttuoso ritorno sulle scene di Morandi con Varietà, anticipato dal grande successo di DallaMorandi, uno degli episodi centrali della collaborazione con Ghirri.

Il lavoro di Luigi Ghirri sul formato del disco in vinile si mette in dialogo con quanto avrebbe successivamente formulato in “Immagini per la musica”, l’ultima delle Lezioni di fotografia per l’Università del Progetto. In quel testo, soffermandosi sui profondi cambiamenti attraversati dall’industria discografica tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, Ghirri riflette sul progressivo mutamento dell’immaginario visivo legato all’album musicale.

La sua critica è rivolta soprattutto alla crescente centralità del volto come dispositivo promozionale: secondo Ghirri, la nuova discografia è ormai «ossessionata» dalle facce, trasformate nell’elemento dominante delle copertine, a scapito di immagini più aperte, enigmatiche e capaci di evocare la complessità del contenuto musicale. In questo contesto richiama l’esempio della celebre copertina di Atom Heart Mother dei Pink Floyd, osservando come un’immagine apparentemente estranea alla rappresentazione dell’artista sarebbe ormai impensabile e non gradita nella produzione discografica contemporanea.

Sperimentazioni

Le copertine realizzate da Ghirri anticipano e al tempo stesso incarnano queste riflessioni teoriche. Il lavoro sulla fotografia per la musica diventa, insieme a Paola Borgonzoni, uno dei campi di sperimentazione più fertili della sua ricerca, uno spazio in cui l’immagine non si limita ad accompagnare il disco, ma contribuisce a costruirne un immaginario autonomo e non didascalico, di indagini su forme, sagome, identità visive.

Accanto al percorso espositivo ho personalmente sviluppato anche un ciclo di podcast (ascoltabili anche sul sito della mostra), un valido ulteriore strumento di approfondimento attraverso cui sono stati intervistati alcuni dei protagonisti degli incontri tra Luigi Ghirri e il mondo della musica: Luca Carboni, Angela Baraldi, Gianni Morandi e Massimo Zamboni dei CCCP, protagonisti dell’ultima significativa collaborazione musicale di Ghirri, per Epica Etica Etnica Pathos e per la raccolta Ecco i miei gioielli.

Una sezione della mostra è dedicata all’interazione del lavoro di Ghirri con un artista contemporaneo. La scelta è ricaduta su Iosonouncane, Jacopo Incani, coinvolto nella realizzazione di un’installazione sonora site-specific capace di mettere in relazione tre diverse traiettorie di ricerca: il lavoro di Murray Schafer sull’ecologia sonora, la riflessione di Ghirri sul paesaggio sonoro e sulla relazione tra immagine e ambiente, e il rapporto dello stesso Incani con il paesaggio delle proprie origini e del proprio immaginario interiore e il proprio inconscio sonoro: quello di Buggerru, il suo paese natale, nel sud-est della Sardegna.

L’intervento è diventato dunque un luogo di incontro tra ascolto, memoria e territorio, ampliando il dialogo tra fotografia e musica attraverso una nuova forma di esperienza immersiva che dalle stanze dedicate attraversa, per frammenti, la mostra intera. La mostra è ricchissima di inediti, non solo strettamente fotografici, ma video e persino editoriali: ci sono infatti esposti due veri e propri menabò di due progetti di volume, uno dedicato a Bob Dylan e un altro dedicato alla relazione di amicizia e collaborazione con Lucio Dalla. Il secondo include un Ghirri completamente nuovo che ritrae gli Stati Uniti nel marzo del 1986, proprio in occasione del tour di Dalla tra Usa e Canada.

Mi limito a dire, essendo in fondo questo un diario di bordo dall’interno molto personale, che tutto questo materiale risulta abbacinante e sorprendente. Che dunque possa sconvolgervi appena lo incontrerete.

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