Al termine di una residenza di scrittura alla Casa degli Scrittori Stranieri e Traduttori di Saint-Nazaire, in riva all’Atlantico, è d’uso lasciare uno scritto all’ospite successivo. Ne possono nascere riflessioni sulla scrittura (e sulle caffettiere)


Buonasera Mostafa,

sono le sei e un minuto di sera di domenica 26 ottobre 2025, il momento esatto in cui il sole tramonta oggi. Questa è la mia ultima sera a Saint-Nazaire. I miei due mesi di residenza di scrittura alla MEET, la Maison des Écrivains Étrangers et des Traducteurs finiranno domattina. Sto camminando sul lungomare, il largo camminamento pedonale sopraelevato di cemento liscio, nel tratto che da Place du Commando conduce fino al Chemin des Douaniers. Ho fatto tante volte questo tragitto a piedi, e immagino che lo farai anche tu. L’ho fatto verso sera, per distendermi un po’, dopo aver scritto tutto il giorno; ma spesso, camminando, dettavo i miei pensieri con l’applicazione del telefono che trascrive la mia voce, per tenere un diario; proprio come sto facendo adesso per scriverti questa lettera – che ormai è il tradizionale passaggio di testimone fra gli invitati alla MEET – sapendo che la correggerò e la amplierò quando sarò tornato a casa, in Italia. Scrivo camminando, pensando a un destinatario, il prossimo scrittore residente, tu, di cui non so niente, tranne la cosa più importante: anche tu, come me, combatti con le parole, ti allei con le parole, fai incursioni nelle parole. Non ci conosciamo, ma siamo accomunati da questa passione, che è anche una condanna.

Anche se non ti ho mai visto, di te so che sei disposto a praticare la solitudine. Lo so perché, se nella vita hai scelto la scrittura, non può che essere così. Magari sei una persona socievole, gioviale, come credo di essere anch’io. Verrai sicuramente invitato dai gentili e discreti condòmini che abitano in questo edificio, gli stessi che mi hanno coccolato in un paio di cene e scorrazzato a fare delle gite. Ma è nella solitudine che trovo la mia espressione; la trovo soltanto quando insieme a me non c’è nessun altro fuorché le parole: vale a dire che, in realtà, insieme a me ci sono tutti, perché nelle parole sono presenti tutti, i vivi e soprattutto i morti, le generazioni che sono vissute prima di me, e che le parole le hanno inventate. “Vado a chiederlo ai morti – mi dico, quando voglio sapere qualcosa di indispensabile, e anche quando voglio immaginare qualcosa di nuovo, – vado a scrivere”. Scrivere è fare domande ai morti, perché sono loro che hanno inventato le parole. Scrivere è fare domande alle parole, lasciarsi accompagnare da loro per trovare una risposta.

Le aspettative incompiute

Io non conosco la tua lingua, il fārsī, ma sono sicuro che anche in essa ogni parola contiene un enorme deposito di esperienza. Ogni parola si volta verso il passato, è un bilancio, un modo di sintetizzare tutto ciò che è accaduto prima dell’esistenza di quella parola: l’esperienza di un oggetto, di un sentimento, di un concetto, di un’azione… Ma ogni parola si volta anche verso il futuro: indica un desiderio irrealizzato, ciò che doveva succedere e non è successo, le cose come dovrebbero essere e non sono, le aspettative che non sono state soddisfatte dalla realtà. Nominare qualcosa che magari ancora non esiste, o non è stato pienamente compiuto, equivale a innescarlo, a insinuare in noi il tarlo dell’aspettativa, dell’insoddisfazione. Amore. Giustizia. Presenza. Se continuiamo a chiamare queste cose, a nominarle, è perché sono ancora incompiute. Smetteremo di parlare – e di scrivere – quando tutto sarà compiuto.

In questo periodo che passerai da solo – da solo insieme alle parole inventate dalle generazioni dei tuoi antenati – la scrittura avrà un’intimità speciale con te, più intensa, più acuta.

Ti sento vicino anche se siamo estranei. So già che vivrai momenti simili a quelli che ho vissuto io qui. Esaltazione per aver scritto una pagina che mi sembrava particolarmente ispirata, e sconforto e dubbi sul progetto che avevo intrapreso, quando qualche snodo scricchiolava, qualche personaggio del romanzo che sto scrivendo mi risultava artefatto, qualche riflessione saggistica mi suonava insulsa.

Se mai dovesse succedere anche a te, non ho consigli da darti, e d’altronde tu non ne hai bisogno. Ti posso però dire che a me ha aiutato questo paesaggio eccezionale: sono sicuro che sarà la prima cosa a colpirti. La vastità del cielo. Lo spettacolo delle nuvole. Ti ricordi L’Étranger, il primo poème en prose dello Spleen de Paris di Charles Baudelaire? “Le meravigliose nuvole”… Vedrai che scenografia allestiranno ogni giorno le nuvole per te, dalle grandi finestre del tuo appartamento al decimo piano, in cima a Le Building, come lo chiamano gli abitanti di Saint-Nazaire.

Alla foce della Loira

Qui, alla foce della Loira, l’oceano si percepisce, si sente la sua profondità che si spinge fino a riva, assottigliandosi per parlare un linguaggio comprensibile a noi umani. Un grande fiume e un grande oceano si incontrano, le loro acque si mescolano, e noi ci troviamo esattamente in questa loro congiunzione. Dalla sorgente alla foce il fiume ha accumulato un passato, una storia; arrivando qui si perde nell’oceano, dentro una massa di eternità gigantesca.

Qui vedrai che lo spettacolo del cielo, che da solo sarebbe perfino troppo bello, per fortuna viene corretto dal paesaggio industriale ed ex militare, che non lo imbruttisce, ma ne rende sopportabile l’eccesso di bellezza, lo tutela dal rischio di risultare stucchevole. Dalle finestre esposte a nord, si vede la vecchia base sottomarina nazista: sul tetto c’è il “Giardino del Terzo Paesaggio” del naturalista Gilles Clément, con le piante nate spontaneamente dai semi arrivati con il vento; sporgendoti dal terrazzino, in fondo a sinistra vedrai i cantieri navali dove da più di un secolo e mezzo si costruiscono le grandi navi da crociera; e vedrai i piloni delle pale eoliche che vengono smistate dal porto per essere impiantate al largo. Davanti a te, in lontananza, l’enorme ponte sull’estuario della Loira. E a pochi metri di distanza il ponte levatoio che porta al quartiere-isola del Petit Maroc: si alza a tutte le ore del giorno e della notte, annunciato da un campanello di avvertimento. Sul canale regolato dalle chiuse passeranno sotto i tuoi occhi barche e navigli di tutte le fogge, dalle funzioni più diverse.

Incursioni

Nel momento in cui ti parlo, mentre dètto questa lettera camminando, sono arrivato a metà del lungomare che dal Building arriva fino all’inizio del Chemin des Douaniers. È il crepuscolo, l’azzurro si sta addensando, e alla mia sinistra sta arrivando un battello speciale: sembra trasportare quattro piloni verticali, che possono ricordare dei fiammiferi; ciascuno ha una sommità arancione come una capocchia di zolfo. Non sono ciminiere ma colonne di ancoraggio che, mi è stato spiegato, entrano in azione al largo: vengono fatte sprofondare verticalmente a poco a poco sotto il livello dello scafo, fino a toccare il fondo del mare e fissarsi in quattro punti, come ai vertici di un quadrato, in modo da tenere saldo il battello e permettergli di lavorare senza ondeggiare: in quelle condizioni potrà piantare sul fondale i fusti delle pale eoliche, per catturare l’energia del vento oceanico.

Nel periodo che trascorrerai qui sentirai la presenza del vento, il suo spessore. Nelle giornate in cui soffia più forte ti premerà sul petto, contrastandoti mentre cammini. Altre volte accelererà il tuo passo, spingendoti sulla schiena. Anche questo credo che abbia a che fare con la scrittura; esponendomi alle parole non mi limito ad ascoltarle, ma le sento premere su di me come fa il vento; le raffiche di parole mi spostano, mi contrastano, mi spingono avanti.

Mentre cammino si sono accesi i lampioni che punteggiano il lungomare, sto passando accanto a una piccola giostra. Davanti a me si sta alzando la luna, è un piccolo spicchio offuscato dall’aria umida. Sulla larga corsia di cemento ci sono persone di tutte le età che corrono in tenuta da ginnastica.

In questi due mesi ho fatto qualche escursione. Nella base sottomarina nazista ho visto una bella mostra su come è stata ricostruita la città nel dopoguerra, i criteri che l’hanno resa urbanisticamente coerente, con le sue belle file di case basse, candide, con i tetti grigi. Questa fu una delle ultime zone, o “tasche”, come le chiamavano, di resistenza tedesca nella seconda Guerra Mondiale. Certo, il rammarico per la distruzione dei bombardamenti è grande, ma a me che vivo in una città italiana dove è il passato a dettare legge e a far predominare restauri e preservazione sulle possibilità di evolversi, passeggiare in una città che ha dovuto ripartire da zero e che ha saputo reinventare una sua grazia moderna mi ha dato un senso di liberazione. Il passato l’ho comunque ossequiato nel centro medioevale di Guérande, dove basta socchiudere gli occhi e rivestire i passanti di tuniche e guarnacche per teletrasportarsi nel Trecento; ho visto le sue saline, dove Balzac ha ambientato Béatrix; il porticciolo di pescherecci a Pornic; la spiaggia di Saint-Marc-sur-Mer, dove Jacques Tati ha girato Le vacanze di Monsieur Hulot; ho visto i tetti tradizionali di paglia indurita, modellati sinuosamente, nei piccoli villaggi della torbiera paludosa di Brière.

A Saint-Nazaire ho camminato in mezzo folla che protestava contro il governo, ho pianto per i gas lacrimogeni; al cinema ho assistito all’anteprima di Le dernier compromis, un documentario su Laurent Berger, che era presente in sala e ha parlato dopo il film: cresciuto a Saint-Nazaire, è stato per undici anni segretario del più grande sindacato francese, la Confédération française démocratique du travail (CFDT); la regista, Anne Fonteneau, si è ritrovata inaspettatamente a filmare la grande mobilitazione del 2023 contro la riforma delle pensioni; quando si incazzano, i francesi fanno sul serio.

Ma la verità è che sono venuto qui per concentrarmi e scrivere. Le incursioni a cui tenevo erano dentro le parole.

Il cammino dei doganieri

Adesso sto camminando vicino a dei trabiccoli per la pesca, sono installati a pochi metri dalla riva su dei pali di sostegno. Dall’altro lato, ormai già chiusi, ci sono i chioschi dove sono venuto tante volte a prendere un aperitivo da solo. Succo di pomodoro, per lo più; comunque, sempre analcolici. Ero già ubriaco a sufficienza di parole.

Nel frattempo, adesso, ho fatto un altro tratto a piedi, ma senza parlare, senza dettare, perché in una residenza di scrittura c’è anche questo, tanto silenzio. Avrei voluto inserire in questa lettera una pagina tutta bianca, ma ho pensato che sarebbe stato un po’ pacchiano; allora, per simboleggiare il tempo in cui ho taciuto, è sufficiente la riga bianca che ho saltato.

Ho appena superato cinque bambini, distesi tutti insieme su una strana altalena a forma di enorme padella, e un piccolo furgone dove un uomo prepara le pizze da asporto, nel suo cubicolo di luce elettrica. Ora sono arrivato all’inizio del Chemin des Douaniers, e sono contento di averlo fatto idealmente in tua compagnia, perché il nome di questo sentiero, Cammino dei Doganieri, mi piace moltissimo, mi fa pensare a confini da attraversare, al contrabbando, alla possibilità di far passare discorsi e significati oltre un limite dove non era previsto che le parole si inoltrassero.

Qui il paesaggio diventa un po’ più selvatico, la spiaggia si fa più stretta, la corsia di cemento è finita, piante e arbusti crescono liberi. Cammino un po’ sul sentiero sterrato. Ormai è quasi buio. Nel settore di cielo dove è sceso il sole, rimane una piccola striscia rosacea e, sopra, un chiarore celestino, ma tutto il resto è blu, non ancora nero. Sono arrivato all’altezza del Fort de Villès Martin. C’è una piccola rampa di cemento che scende verso l’acqua, voglio andare lì giù e toccarla per l’ultima volta.

Ecco, sono sceso sulla spiaggetta, il lembo sottile di un’onda bassa è arrivato fino a me, davanti ai miei piedi, mi sono chinato e ci ho immerso la punta delle dita. La presenza del mare oceanico mi fa sentire la mia piccolezza, quanto sono minuscole le cose che scrivo, mi sfida a essere più ampio, a spalancarmi, ad abbracciare, ad accogliere. O, almeno, a toccare un lembo della vastità.

La caffettiera

Oltre a questa lettera, ho pensato che sarebbe stato bello lasciarti un piccolo oggetto, qualcosa di solido, tridimensionale. Quando ho fatto le valigie dalla mia città per venire non ho potuto fare a meno di metterci dentro una caffettiera. È un modello di caffettiera italiana, brevettata circa un secolo fa da un ingegnere, Alfonso Bialetti. Ha una forma inconfondibile. Due tronchi di piramide ottagonali sono avvitati uno sopra l’altro; quello superiore è capovolto, come se i due tronchi di piramide si specchiassero uno nell’altro: le facce spigolose si rastremano fino a metà altezza, una fascia rotonda circonda le spirali interne del loro avvitamento. Non so se è capitato anche a te di vederla, si chiama Moka, è uno degli oggetti di design italiano più diffusi nel mondo. Io mi faccio il caffè con caffettiere come questa, direi che non posso vivere senza. Sapevo bene che a Saint-Nazaire avrei potuto trovarla facilmente, però, lo stesso, ho voluto portarne una con me. È un oggetto che mi piace non solo perché svolge la sua funzione, ma anche perché per me è un simbolo. Le ho dedicato persino una poesia. Mi piace la sua forma, mi ricorda vagamente quella delle donne: la parte bassa si allarga come una gonna; al centro la cintura si stringe attorno al girovita; sopra, il torace si allarga, come un petto prosperoso.

Mi piace il procedimento con cui questo tipo di caffettiera prepara il caffè: l’acqua si scalda in basso, nella piccola caldaia a contatto con il fuoco, e quando bolle sale su, attraversa un filtro interno a forma di imbuto, riempito dalla polvere di caffè. Lì l’acqua prende il colore del caffè e il suo gusto, il suo profumo. Dopo questa trasformazione l’acqua sale ancora, è convogliata dentro un piccolo camino, ne esce dalla sommità, riempiendo la vaschetta superiore, una cisterna che corrisponde al tronco di piramide capovolto.

A me questa struttura, e il percorso verticale dell’acqua calda, fa pensare a qualcosa che sgorga dalle profondità; lo dico anche perché quando il caffè è pronto la caffettiera borbotta come un essere vivente, emette dei rumori che sono dei richiami, dei brontolii ostinati. Allora non posso fare a meno di pensare che le sue siano parole che vengono dal profondo, e quando bollono non ce la fanno a stare confinate laggiù, hanno bisogno di erompere, di farsi sentire: salgono dalle piante dei piedi, attraversano in lunghezza le gambe, si insaporiscono attraverso le zone del corpo più intime, l’inguine, il ventre, e finalmente arrivano alla cima del camino centrale, la gola, dove si esprimono dilagando nel petto e spandendo il loro profumo nell’aria. Sono come delle risate, o delle proteste, o dei rantoli di sofferenza, che scaturiscono da quel piccolo abisso. Quando mi faccio il caffè penso che anch’io vorrei essere capace di esprimermi così, con tutto me stesso, con una parola che proviene dal fondo del mio abisso, una parola che è mia, che non arriva da fuori, che non è subìta o costretta, ma che può espandersi profumata, che può dare gusto, piacere e slancio a chi la assapora. Anche a costo di lasciargli l’amaro in bocca.

Buona residenza, Mostafa!

Tiziano


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