Cent’anni usciva il libro di Thea von Harbou, l’anno successivo arrivava il film muto diretto dal marito Fritz Lang. In un certo modo, quel mondo fotografa ancora quello in cui viviamo, retto sulla forza lavoro sfruttata e invisibile
Un secolo fa Thea Von Harbou pubblicava Metropolis e un anno dopo usciva al cinema l’adattamento diretto da suo marito Fritz Lang. Un film monumentale che continua ad ispirare altri artisti e a interrogare psichiatri e filosofi. L’esoterismo mistico-gotico del romanzo si trasfigura nella fantascienza tecnologica nel film.
Thea Von Harbou, sceneggiatrice del film di Lang, mantiene tuttavia la stessa spiritualità idealista in tutte e due le opere. Metropolis influenzerà negli anni altre pellicole, da Blade Runner a Povere creature.
Sconvolge il fatto che la storia distopica – che è stata pubblicata a puntate in tedesco nel 1925 e poi come libro nel 1926 – sia stata immaginata allora nel futuro lontano di 100 anni, proprio nell’attuale 2026. «In quest’epoca di pazzi», direbbe Battiato, in cui il capitalismo moderno ha riportato a una regressione del lavoro, dei lavoratori, degli individui e della società mondiale, sopraffatta dal potere esercitato con la forza. Si rimbalza al contrario nel passato, azzerando ogni conquista sociale e scatenando una nuova e feroce lotta di classe, l’unica santa crociata possibile di questo tempo come allora.
Una storia visionaria
La geografia di Metropolis è verticale. Gli schiavi sono ai piedi della piramide ma nel sotterraneo, un sottoscala dell’umanità dove faticare per produrre, consumare e crepare, come cantavano i CCCP. Devono produrre il benessere e la ricchezza dei padroni, la classe dominante che vive in superficie, nella luce. Il paradiso è dunque esclusiva della classe dominante. Mentre giù, nell’ade dantesco, gli operai sono nel buio profondo del ventre della terra, pezzi di un ingranaggio scientifico di alienazione.
Perché la storia visionaria di von Harbou e Lang collocata proprio nel 2026 ci parla ancora? Forse perché, anche se gli schiavi-operai di oggi non vivono in un mondo underground, sono invisibili. Nessuno conosce le facce, le voci, gli occhi, le vite di chi lavora nelle disumane catene di montaggio asiatiche e che produce ogni pezzettino di tecnologia per i consumatori occidentali. Non parliamo solo dei ricchi ma della classe popolare, un esercito di poveri che si nutre di oggetti prodotti da altri poveri sfruttati. La guerra dei poveri ai quali non è permesso di “scafonizzarsi”, citando Peppino Di Vittorio.
Metropolis di Lang è una sacra rappresentazione pasoliniana della modernità, dove le masse operaie, anime innocenti ridotte a corpi, vivono un calvario sotterraneo, divorate dal Moloch meccanico. La ciclopica macchina industriale è deformata in una spaventosa e tirannica divinità, intenta ad annientare e sacrificare gli uomini. In questo inferno, il borghese Freder incontra Maria, angelica nella sua missione di illuminare, proteggere e difendere l’umanità, predicando fratellanza e solidarietà fra gli operai.
Per questa ragione lei è una santa da sacrificare, che vede la sua coscienza sdoppiarsi nel robot Maschinenmensch, costruito dal demoniaco Rotwang. Un robot-simulacro che danza e fomenta una rivolta autodistruttiva. Il finale, tra cattedrali sacre e l’abbraccio finale tra le mani operaie di Grot e il cervello padronale di Fredersen, sancisce non una vera redenzione, ma la tragica, sacrale sottomissione del corpo proletario al potere assoluto della macchina.
Dunque la classe operaia non è andata in paradiso, e non si è nemmeno estinta. Abbiamo buttato via tutta la filosofia di Marx. La classe operaia è tornata nei sotterranei della città di Metropolis e i moderni governatori Fredersen hanno perfezionato l’androide Rotwang. Questo non ha più solo sembianze femminili e seduttive, ma ha moltiplicato gli organi virginali e materni della pura Maria, che ha smarrito ogni intenzione spirituale e di salvezza. Si sta trasformando lentamente, inesorabilmente e coscientemente in un essere artificiale, senza neppure nascondersi dietro il topos ginoideo.
L’archetipo del corpo della donna come diabolica tecnologia, pronta a divorare l’anima umana e a mandare il mondo perverso e perfetto capitalistico in fiamme, allora, nell’opera Metropolis, trovava il riscatto nel poetico epilogo: «Il mediatore tra il cervello e le mani deve essere il cuore». Una via breve ideologica che in realtà si è sottomessa al potere e alla sua impalcatura capitalistica, rinunciando a combattere contro lo sfruttamento e nascondendosi dietro un sentimento riconciliante di compromesso che non ha risolto i conflitti sociali. E Metropolis continua a moltiplicarsi.
Il pensiero di Marx
Rivedere il film di Lang oggi commuove, e le lacrime piovono su un libro aperto di Marx. Nessuno dei due ha risolto la lotta continua fra borghesia e proletari. Tutti e due hanno parlato della divisione delle classi, dell’alienazione e della perduta identità del lavoratore, geometricamente meccanico e ripetitivo ossessivo nell’ingranaggio industriale.
Tutti e due hanno intuito la degenerazione a feticcio delle mostruose macchine, che oggi è la tecnologia di massa, le quali sacrificano vite umane per far splendere la città di Metropolis, lucidando la ricchezza con il sangue degli operai. Ma mentre Lang è pacifista nella sua utopia quasi mariana e messianica, Marx resta rivoluzionario. Il processo storico di auto-liberazione può essere solo reattivo, quasi scientifico. E si sa, si libera solo combattendo.
Qualcuno dirà: «Sì, ma Marx e il comunismo hanno fallito!». Forse ha fallito il comunismo, ma non il pensiero di Marx. Certo è che ha fallito anche la stretta di mano tra il cervello (il capo dei capitalisti) e le mani (gli operai). Metropolis luccica ancora del sangue dei poveri, prendendo in prestito un saggio di Leon Bloy. Il paterno Fritz Lang voleva rendere il sistema capitalistico più umano, ma il sentimentalismo è stato solo una tregua.
Senza redenzione
Per celebrare un secolo di Metropolis, il consiglio è di guardare la versione restaurata del 1984 di Moroder con alcune sequenze ritrovate, anche se la versione omnia The Complete Metropolis risale al 2010 con i ritrovamenti a Buenos Aires di 24 minuti di pellicole inedite (consigliata per i puristi del cinema che considerano la versione di Moroder “sacrilega”). Questa versione si presenta con il viraggio a colori, la colonna sonora di Giorgio Moroder con le sue atmosfere synth-pop, le voci di Freddie Mercury, Jon Anderson e Bonnie Tyler, e i sottotitoli al posto degli intertitoli del cinema muto. La potenza visiva di Lang è straordinaria. È bastata un po’ di vernice e bronzo per trasformare l’attrice Brigitte Helm in una moderna scultura umanoide, fertile nella sua danza erotica e sensuale nelle sembianze di Maria per sedurre gli uomini e scatenare una ribellione in forma di caos.
Un film che, rivisto oggi, non offre solo una lettura politica ma anche sociologica nell’edificare il corpo femminile fra tecnoscienza e sessualità. Il personaggio dello scienziato-santone Rotwang crea la sua donna artificiale per mettere in atto il suo piano di sconvolgere la classe operaia, seducendo i ribelli con una danza tribale, ossessiva, magnetica, ammaliante, fallica e spudorata. Tutta l’inquietudine del sottosuolo esonda anche in superficie. Anche Metropolis è in pericolo, ma la Maschinenmensch dovrà bruciare per ristabilire un patto di pace. Ed ancora una volta sul rogo c’è una donna, anche se in realtà è un robot. Il Dio della vendetta vede ancora nel sacrificio biblico di Maria la salvezza umana.
Metropolis ha cento anni, sì, ma non sono bastati neanche duemila anni per la redenzione. Il Moloch ha solo cambiato forma, continua a ridere e resiste alle fiamme mentre il cervello è impazzito e le mani sono state amputate. E il cuore del mondo è un elettrocardiogramma piatto.
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