Quando Miwa Komatsu da bambina cresceva nella valle del fiume Chikuma, nella prefettura di Nagano, uno spirito yamainu le appariva nei momenti in cui si perdeva o faceva tardi a casa. Simile a un cane di montagna, quella presenza la guidava nel buio. Gli yamainu – affini ai lupi e parenti simbolici dei komainu, i cani cornuti che custodiscono l’ingresso dei santuari shintoisti in tutto il Giappone – abitano il folklore dell’arcipelago da tempo immemorabile. Ma soprattutto queste creature sono sempre rimaste lì, accanto a lei, e alla fine sono entrate nelle sue tele.

È da questo inconscio percorso da presenze invisibili che nasce Beyond the Eyes, la prima personale europea dell’artista giapponese, ospitata fino al 25 ottobre negli spazi del MUSEC – Museo delle Culture di Lugano e curata da Nora Segreto.

Una trentina di opere realizzate tra il 2012 e il 2026, prevalentemente dipinti ad acrilico su tela e su legno, affiancati da lavori in porcellana e resina e da alcune delle opere site-specific.

Pittura come meditazione

Miwa Komatsu appartiene a quella categoria di artisti per i quali la pratica creativa non è separabile da una forma di ricerca interiore. Le sue tele non nascono da schizzi preparatori, né seguono un progetto razionale costruito a tavolino. Nascono da uno stato che l’artista stessa descrive come una meditazione attiva, una condizione di semi-trance in cui la mente si quieta e qualcosa d’altro prende forma. Prima di dipingere, Komatsu si prepara attraverso pratiche che includono la meditazione, la preghiera, e i pellegrinaggi verso luoghi sacri di religioni differenti.

In questa prospettiva, l’artista assume il ruolo di mediatore, assimilabile a una figura sciamanica o rituale, capace di intercettare energie condivise e tradurle in immagini che rendono possibile un’esperienza collettiva.

La pittura diventa così il luogo in cui il visibile e l’invisibile possono incontrarsi, lasciando emergere immagini che l’artista considera manifestazioni di una realtà normalmente sottratta allo sguardo quotidiano. «Ciò che esiste oltre gli occhi non è fisico, ma invisibile: energie, presenze spirituali e immagini che non possono normalmente essere viste, eppure esistono indiscutibilmente», ha dichiarato Komatsu.

Il titolo della mostra – Beyond the Eyes, al di là degli occhi – porta in sé questa tensione: guardare non basta, bisogna saper percepire.

Se nella modernità occidentale lo sguardo è stato spesso interpretato come uno strumento di conoscenza e controllo della realtà, nel contesto giapponese assume una dimensione più relazionale. Influenzato da tradizioni come lo shintoismo e il buddhismo, il vedere implica un incontro tra l’essere umano e ciò che lo circonda.

Creature fra i mondi

Al centro delle opere di Komatsu vi sono figure che tornano con insistenza: cani guardiani dagli occhi magnetici e spalancati, animali sacri, presenze mitologiche che sembrano sospese tra il sonno e la veglia. I loro sguardi non si rivolgono allo spettatore per sedurlo o interrogarlo nel senso convenzionale: lo attraversano, come se vedessero qualcosa che sta al di là di chi guarda. Queste creature non appartengono soltanto al repertorio del folklore giapponese – anche se lì affondano le radici – ma diventano mediatrici universali tra il mondo visibile e quello invisibile, tra la dimensione umana e quella naturale e spirituale.

I simboli dello shintoismo percorrono le opere come una grammatica sotterranea: non come citazioni decorative ma come segni di un sistema di credenze in cui il sacro non abita solo i templi ma il bosco, il fiume, la pietra, l’animale. In questa visione il confine tra natura e spirito non esiste: ogni elemento del mondo vivente è attraversato da forze che lo eccedono.

Un dialogo con la Svizzera

La scelta di Lugano come sede della prima personale europea non è casuale, e la mostra lo riflette con intelligenza curatoriale. Alcune opere sono state realizzate appositamente per il MUSEC, istituendo un dialogo con il territorio: il paesaggio alpino, i laghi, la relazione tutta svizzera tra natura imponente e vita quotidiana hanno offerto a Komatsu materiali simbolici con cui confrontarsi. La montagna come luogo di passaggio tra dimensioni – una costante nel pensiero shintoista – trova nel paesaggio ticinese un corrispettivo immediato e potente.

Questo incontro tra immaginario giapponese e contesto elvetico non produce del mero esotismo ma piuttosto una risonanza: lo spettatore europeo può riconoscere nelle figure di Komatsu qualcosa che appartiene anche alla propria tradizione – il genius loci, lo spirito del luogo, la natura come entità animata. La distanza culturale diventa produttiva, uno specchio che riflette domande condivise sul rapporto tra uomo, natura e dimensione spirituale.

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