Il vecchio secolo non è solo uno spazio temporale ma un modo in cui entrare in relazione ad altri umani e oggetti culturali, di praticare un certo senso critico. Per questo leggere Le schegge di Bret Easton Ellis, ascoltare Cameron Winter, vedere Sorry baby di Eva Victor è uno strumento per agganciarsi a un ideale di opera concepita al futuro, attraversata da categorie novecentesche ma perfettamente inserita nel presente
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani, sullo sfogliatore online e in edicola
Farla finita col novecento, se ci sei nato e ci sei cresciuto dentro, è impossibile. Farla finita col novecento potrebbe voler dire, tanto per cominciare, iniziare a smettere di pensare, col trascorrere degli anni, quanti anni sono effettivamente passati da quando era ancora il novecento.
Il novecento è finito da ventisei anni e da ventisei anni è finito il vecchio millennio: non è poco, eppure chi c'era e c'è ancora oggi se ne sta sempre un po' laggiù, intrappolato inevitabilmente, culturalmente, relazionalmente e socialmente, in una cognizione del tempo e delle cose che, sfilacciata dal contemporaneo al ritmo di un harakiri violento e inarrestabile, a poco a poco non esiste più. La cerchiamo con i sensi spalancati negli angoli e sotto il terreno, questa idea di mondo perduta ma ancora viva nei sensi, siamo come animali che se ne stanno lì a stanare un odore, che inseguono un profumo, che allucinano una visione, forse un ricordo, una ripetizione antica segnata a fuoco e acquisita in via definitiva. Cerchiamo il novecento nella musica, nel cinema, nei libri, in ogni forma d'arte, lo cerchiamo poi, soprattutto, nelle persone, nel modo in cui stabilire una comunicazione, un rapporto, un'amicizia, un amore.
Il novecento, è chiaro, non è una forma, non è un insieme di stilemi ricorrenti e facilmente codificabili o, più precisamente, non è certo solo quello: novecento è una postura verso il mondo, è il modo in cui entrare in relazione ad altri umani e oggetti culturali, un modo irrinunciabile di praticare forse un certo senso critico, di non sottrarsi alla discussione, di escogitare un proprio modo rigoroso di coltivare un pacifico conflitto e non per questo rompere, bloccare, eliminare, novecento forse è un modo di problematizzare le cose, non accontentarsi dei titoli, dei reel da un minuto che spiegano tutto in versione masticata, semplificata già digerita o di quelli con le madri e i padri che gettano i figli di un anno su piazza virtuale per avere una culla gratis da qualche brand e arricchirsi con la loro crescita in formato pubblicitario.
Per desiderare che un po' di tutto questo novecento non vada perduto per sempre, per cercarne ancora un soffio in ottica resistenziale, non bisogna odiare il futuro, non bisogna odiare il contemporaneo ma amare tutto questo e conservare un po' speranza nel modo di entrare in connessione con il nuovo.
L'arte e la speranza veleggiano insieme nel mare aperto del domani, per questo un buon esercizio di vita a venire è quello di non smettere di ricercare, per reperire un filo rosso che sta nel modo di fare le cose, interpretare il presente attraverso quell'opera artistica capace di rivelarsi anche attraverso categorie novecentesche in grado di agganciarsi a un ideale di opera concepita al futuro e perfettamente inserita nel presente.
Le schegge di Bret Easton Ellis
Le schegge di Bret Easton Ellis, uscito da noi da Einaudi a fine 2023, è un'opera fagocitante in grado di imporre al lettore ritmi di lettura straordinari, un libro con la capacità di inchiodarti ovunque ti trovi alle sue quasi ottocento pagine, stiamo parlando di un thriller di deformazione eccezionale, prodromo ideale, diciamo pure prequel, del romanzo d'esordio di Ellis, Meno di zero, uscito in Italia nel 1986, un anno dopo la deflagrazione sul mercato americano. Alla base del poderoso e ipnotico romanzo di BEE ci sono le trasformazioni della fine dell’adolescenza, le scoperte e le confusioni che circondano il senso del vero e del falso (dentro e fuori di noi) nel periodo fisiologicamente più confuso della nostra vita, è un'indagine appassionata sul senso e il valore della verità mentre la nostra personalità va definendosi, le domande si moltiplicano e le risposte sembrano progressivamente scomparire. Tutta la scrittura di Ellis è una tela postmoderna di realismo flaubertiano, un campionario estetizzato e insieme ridotto all'osso di dubbi, incertezze, desideri, stordimenti e confronti con la morale comune vestita a festa dal capitalismo, inteso come emblema della nostra realtà. In questo senso il romanzo se ne sta a cavallo di due mondi: la contemporaneità dell'oggetto e del culto del corpo, del capitale e del marchio (anche marchio di fabbrica letterario ellisiano) e un novecento raccontato ma soprattutto praticato come spazio ideologico della morale e dell'immorale comune nonché di una forma letteraria intransigente che pone l'umano (domande, dubbi, fragilità, disturbi, angosce, evoluzioni) al centro. Ellis sta lì dove stanno Joyce a Fitzgerald così come sfiora Franzen e prima ancora Philip Roth, lambisce il margine, lavora in limine, in un atto che potremmo definire così: novecentare il presente (e il lettore d'oggi).
Il concerto di Cameron Winter
I Tiny Desk Concerts sono una serie di esibizioni live intime in set acustico prodotte da NPR Music, i live si svolgono negli uffici di Washington della radio pubblica americana letteralmente dietro la scrivania del conduttore Bob Boilen. L'atmosfera è quella di jam session che nel tempo, attraverso gli anni, sono diventati i mini live più rilevanti che un artista anche affermato possa piazzare online, proprio per la capacità di donare un'aura autentica e casalinga, dunque spogliata, al lavoro più ricco del disco in sé. In queste ore i Geese, la band rivelazione dell'ultimo anno, e questo nonostante di parli di quattro dischi all'attivo, sono ovunque online proprio grazie all'uscita della loro performance a Tiny Desk. Cameron Winter (22 anni), il frontman e autore della band, nell'ultimo anno si è conquistato la fama dell'enfant prodige della musica occidentale, lo scorso dicembre ha suonato dando le spalle al pubblico alla Carnegie Hall di New York, diventando uno dei più giovani artisti a calcare quel palco nella storia delle esibizioni live (con lui pochi altri come Bob Dylan, Tim Buckley e… Rita Pavone!). L'esibizione, filmata da Paul Thomas Anderson che a un certo punto appare sul palco con una macchina da presa che sembra fisicamente baciare Winter, ha rappresentato uno di quei momenti in cui sembra di cogliere lucidamente il movimento del tempo in una prospettiva più ampia, uno di quei frammenti che lasciano immaginare come sarà il presente visto dal futuro, con la certezza definitiva che il futuro vedrà quello che noi stiamo vedendo e che dunque stiamo partecipando alla Storia. Questo sentimento eccitante dell’essere umano che partecipa alla storia si inserisce pienamente in una scala valoriale che potremmo definire post romantica, di quel post romanticismo, appunto, novecentesco che alcune volte ha saputo investire le nuove onde delle arti così bene (dal rock'n'roll in poi). Il concerto di Cameron Winter è durato un’ora, non di più, ed è stata la rappresentazione pura dell’antishow: abito nero, un pianoforte a coda di primo livello, il palco vuoto e nessun roboante effetto speciale; inoltre, e non è cosa da poco, qui valgono soprattutto l'atto primo della scrittura e della postura: Cameron Winter è un grande autore di canzoni e non ha bisogno di altro, decisamente calato nelle avventure emotive e nei dolori giovani del proprio tempo, scrive e performa affrancandosi interamente dall'idea di comunicabilità della propria poetica. Patrizia Cavalli diceva di scrivere per scrivere e di quanto scrivere sia azione radicalmente differente da quella del comunicare ed ecco allora spiegato un nodo centrale della questione: le arti rivelano un sentire novecentesco quando la comunicazione smette di essere l'obiettivo e la scrittura mostra il proprio sé esigente e desiderato.
Sorry, baby di Eva Victor
Sorry, baby di e con una straordinaria Eva Victor è ancora al cinema in qualche sala, se cercate bene, ed è l'opera cinematografica recente che meglio spiega cosa dovremmo farcene oggi, di questo novecento: si tratta di un film completamente contemporaneo, che lavora su un tema – quello dell'abuso sessuale e del ritrovarsi a esserne vittime dovendo fare i conti con il lascito doloroso e ingestibile dell’accaduto nel proprio arco esistenziale - di rilevanza politica e sociale drammaticamente quotidiana, è un film che ricorda alcuni esempi di cinema mumblecore dei primi anni '00, l'esatto passaggio dal vecchio al nuovo secolo su schermi più piccoli che grandi, più indie che mainstream. Sorry, baby è un film di scrittura pura che applica alla stesura della sceneggiatura una capacità di lettura del sentire (intimo ma pure collettivo) completamente d'oggi: da un lato procede solidamente sul piano della costruzione dell'opera, dall'altro mescola carte, regola le intenzioni e la forma sulla temperatura attuale, non compiace e non cede all'imbarazzo di invecchiarsi per darsi un tono. Se Sentimental Value è un grande lavoro interamente, assolutamente e graniticamente figlio di un novecento interiorizzato ed esteriorizzato spudoratamente nel mezzo cinematografico (un capolavoro imperdibile di questa stagione, certo), Sorry, baby è una sfida vinta di congiunzione dei tempi ed è forse l'esempio perfetto di come praticare quel novecento che non sappiamo perdere lasciandolo andare con intelligenza e un tesoro guadagnato alla mano da seminare ancora, più che da trattenere nelle nostalgie.
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