I PEGGIORI BAR DI CARACAS

La Retequattro che impose alle nostre nonne la telenovela venezuelana Topazio (con Grecia Colmenares) e ai suoceri la recita del primissimo tg4 di Emilio Fede (guerra, tangentopoli e Silvio, Silvio, Silvio) ha un conto aperto con un certo gusto spagnolesco, melodrammatico, golpista.

I talk show a basso costo che oggi costituiscono la sua programmazione principale, ispirata a Fox News e a Rede Globo, sono una specie di esperimento distopico iniziato nel 2018 quando Rete4 fu ridisegnata per contrastare da destra La7 di Cairo. Prodotti in serie come telenovelas, registrati in leggera differita, spesso addossati l’uno all’altro nello stesso studio, i talk di Rete4 sono modulari negli ospiti e negli argomenti per andare in onda fino a tarda notte.

Non fanno quasi mai domande, né attendono risposte. I servizi, firmati da una schiera di inviate che girano coi guardaspalle, montati da videoclippari mancati, dipingono un mondo di cui bisogna aver paura, di centri sociali, zingarelle ladre, maranza di periferia, islamisti bombaroli. Tengono come unica bussola Oriana Fallaci e i nazisti dell’Illinois. E una pistola sotto il divano, per legittima difesa. Con queste premesse si apra il dibattito.

L’ufficio facce degli opinionisti di destra propone infinite variazioni sullo stesso tipo di brutti ceffi alla Maurizio Belpietro o Tommaso Cerno (indistiguibili per altro dal conduttore Del Debbio), abatini alla Piero Senaldi e Daniele Capezzone, girls di seconda linea come Hoara Borselli o Caterina Collovati. Ma tutti direttori, vice, capo qualcosa di giornali che esistono quasi soltanto per questo, come già insegnava il grande Aldo Biscardi coi suoi dream team di esimi colleghi e “prime firme”.

Interessantissima anche la composizione degli opinionisti di sinistra, necessari per il teatrino benché reclutati tra pentiti, convertiti, renziani, sostanzialmente di destra: tra loro l’ex direttore dell’Unità Piero Sansonetti, la notista politica Claudia Fusani, lo storico pd Andrea Romano, e di contorno una schiera di radical velleitari (Cremaschi, Granato, Paolo Cento) disposti a salire sul ring come sparring partner.

Negli anni di governo Meloni i talk di Rete4 sono diventati un sistema di propaganda spietato, dai toni violenti e ossessivi, basati quasi esclusivamente sulla cosiddetta velina nera del sottosegretario Fazzolari, ripetuta come un mantra dagli opinionisti fin dal mattino, dalla prima edizione del Diario del Giorno, per continuare con l’edizione principale del tg4 alle 19.00 (due opinionisti in collegamento), i dieci minuti di Nicola Porro, l’anti-Gruber sguaiatissimo 4 DI SERA e il piatto principale DRITTO E ROVESCIO di Del Debbio oppure FUORI DAL CORO di Giordano oppure QUARTA REPUBBLICA di Porro.

Tuttavia non si capirebbe davvero la rete se non si tenesse conto del continuo tentativo di Piersilvio Berlusconi di imporre correttivi - o più probabilmente di tirare il freno dalla parte di Forza Italia partito di famiglia (“io vi ho creato, io vi distruggo”) piuttosto in disarmo rispetto a chi in questi anni ha indovinato il sentire profondo del paese (il solito: un misto di qualunquismo, menefreghismo e fascismo light). Memorabile a riguardo il vecchio Fedele Confalonieri “Il talk show deve far casino, sennò chi lo guarda?”. Lui se potesse ci avrebbe messo le ballerine.

Di questa strategia fanno parte l’inserimento in palinsesto del talk di Bianca Berlinguer - strapagata per risolvere un problema a Rai3 - e più di recente quello di Tommaso Labate, Real Politik, baffetto dalemiano, faccia nuova, vizi vecchi. Le opinioni sono più o meno le stesse, cambia solo qualche faccia.

ZTL (Zona Televisivamente Limitata)

L’addio di Bianca Berlinguer a Rai 3 è stato solo l’ultimo atto della diaspora da TeleKabul, ora okkupata dal talk di Giletti e dal Far West in salsa crime di Salvo Sottile, dopo aver tirato giù a martellate le statue di Sandro Curzi e Angelo Guglielmi.

Uno dei primi a traghettare verso la La7 è stato Giovanni Floris che ha portato, pressoché invariato, il suo Ballarò a DIMARTEDì. Il pubblico che applaude incessantemente, a chiamata dell’assistente di studio e sotto la regia dell’ex santoriano Alessandro Renna, gli ospiti politici ripresi in ascolto nel backstage, la copertina satirica da Crozza a Luca & Paolo, i famosi “cartelli” di Floris - “vediamo il cartello numero 7, prego di mandare in onda la scheda numero 4” - costituiscono la partitura su cui ogni settimana appoggiare le note del dibattito pubblico, senza urla, ma con un montaggio dinamico, frequenti cambi di poltrona che magari non scaldano i cuori ma provano a tenere sveglio lo spettatore.

Già perché il pubblico televisivo di Floris, e de La7 tutta, arroccato nel fortino radical chic, democraticamente di sinistra, non usa il telecomando per fare zapping, rimane nella ZTL, Zona Televisivamente Limitata, quasi fosse un atto di fede, un’oasi del WWF, o banalmente un argomento di conversazione da esibire quando si porta a spasso il labrador nell’area cani durante i lunghi blocchi pubblicitari. Già perché - nota dolente per gli orfani di Rai 3 più nostalgici - La7 è una tv privata, privatissima, del patron Urbano Cairo, ex assistente di Silvio Berlusconi, che proprio con una concessionaria di spot pubblicitari ha fatto i primi miliardi.

Se Floris è la messa cantata dei talk della rete, la preghiera quotidiana è affidata a 8 e ½ di Lilli Gruber. Appena parte Rebellion (Lies) degli Arcade Fire - il cui leader Will Butler è stato accusato di molestie tre anni fa, non ditelo a Lilli - il popolo della ZTL scopre la formazione in studio. Lo schema è più o meno sempre quello: una punta (il politico che commenta il fatto del giorno), due esterni (un giornalista in studio, Bocchino o Giannini sulla fascia, Laura Palmerini fluidificante), un fantasista collegato (il pibe de oro dei talk Andrea Scanzi, un Tommaso Montanari) o un centrale di difesa come Paolo Mieli o Lucio Caracciolo, a seconda che la puntata si giochi in casa o in esterna, tipo Ucraina o Iran.

La panchina è lunga, c’è un po’ di turn over con qualche attrice o scrittore in promozione (Jasmine Trinca, Antonio Scurati e colleghi) ma la regista è sempre lei, “Lilli Gruber veste Giorgio Armani”, come da anni si legge alla fine dei titoli di coda, dopo il Punto di Paolo Pagliaro, che a quasi tutti gli spettatori è così famigliare da scambiarlo per un parente, anche senza averlo mai visto in faccia. Se appunto “squadra che vince non si cambia”, 8 e ½ ne è la prova, dal 2008 Lilli occupa la sedia del suo studio ovale usando ormai il suo stile incalzante fatto di domande che entrano in controtempo come un mantra quotidiano da recitare di fronte a qualsiasi ospite, anche il più improbabile, come testimonia la recente puntata con Leonardo Maria Del Vecchio, passato in quella mezz’ora televisiva da Head of retail Italy di Essilor Luxottica a meme sfottò del figlio di papà milionario.

Ma il dì di festa del popolo della ZTL rimane alla domenica sera CHE TEMPO CHE FA di Fabio Fazio: i fedeli lo hanno seguito pure sul NOVE (o sulla NOVE, scegliete voi), spingendo i loro telecomandi laddove non avevano mai osato prima. Solo lì, tra un’intervista al Papa, una letterina della Litizzetto, un Damiano dei Maneskin che canta e tutto l’esercito di chi ha un film/un libro/un disco in promozione, la liturgia del talk, con tanto di tavolone finale con gli ospiti avanzati, assume dimensioni epiche, in qualche raro caso politiche, ma sempre e comunque gattopardesche.

Fabio Fazio gode dello ius primae noctis con qualunque ospite, dalla Cecilia Sala appena liberata dalla prigione iraniana al vincitore di Sanremo fresco di nomina su Rai Uno, tutti negli studi milanesi di Che Tempo, perché la vera ZTL, quella snob mica sta a Roma. “Vado da Fazio” è una statement di potere, “l’ho visto da Fazio” è un modo di stare al mondo, passivo ma consapevole, per un programma da molti considerato un “bonus cultura”. Poi c’è chi “a me Fazio non mi invita”, triste finale di un mondo di Jep Gambardella e del potere di far fallire le carriere televisive. Non resta che aspettare il biopic di Paolo Sorrentino.

Segnalato in espansione nella ZTL il talk di Massimo Gramellini IN ALTRE PAROLE su La7, un Che Tempo Che Fa con meno budget. Pur essendogli toccata la meno nobile delle serate televisive, il sabato delle cene fuori e dei cinema, mentre in tv si scannano le gang di Amici e Ballando con le Stelle, Gramellini catechizza il tele-fedele a botte di monologhi e lezioni con la complicità della vecchia volpe radical, il cantautore Roberto Vecchioni.

AL CENTRO SOCIALE

Ai margini della ZTL, uscendo a sinistra, nei Pigneto e nelle Nolo del palinsesto, tra un programma di cucina vegana e una prima serata del Festival dell’Unità, ci sono i programmi di quel quartiere tv alternativo erede del santorismo di Anno Zero e del dandinismo di Avanzi: PIAZZAPULITA di Corrado Formigli e PROPAGANDA LIVE di Diego Bianchi in arte Zoro.

Il primo di santoriano tiene il piglio militante e la cura per i reportage: i giovani inviati con la felpa col cappuccio si proteggono dai fumogeni della polizia nelle manifestazioni di piazza, lo stesso Formigli col caschetto a Kobane durante l’assedio, ragazze col fiatone inseguono politici fuori da Montecitorio in cerca di una dichiarazione, anche a costo di ricorrere alla temibile telecamera nascosta - il kalashnikov del reporter - finendo così per stare sulle palle a tutti, fascisti di Casapound in primis. In studio la scenografia chic di Francesca Montinaro - la stessa de Le Invasioni Barbariche, tavolo per ospiti compreso - accoglie il dibattito modello assemblea d’istituto, i toni delle parti contrapposte si alzano, ma senza la zuffa dei talk dei peggiori bar di Caracas.

Spesso tra editorialisti e politici spunta qualche faccia nuova, perché pure il casting è nella tradizione santoriana. Su tutto svettano la camicia e l’anello di Corrado Formigli, inquadrati dalla regia come simulacro di giornalismo militante ma con stile. Poi a un certo punto appare Stefano Massini, ieratico, nei panni dell’attore moralizzatore, e Formigli si defila, troppi due maschi alfa nella stessa inquadratura, un po’ di fluidità non guasterebbe.

Dopo la manifestazione del giovedì di Piazza Pulita, su La 7 il venerdì arriva il centro sociale light di Propaganda Live: Makkox, Paolo Celata, Francesca Schianchi e Filippo Ceccarelli come ospiti fissi, l’orchestra, i monologhi stand up e la telecamerina dei reportage gonzo di Zoro, a cui va il merito di aver portato il linguaggio dei primi social in tv, ballando sul crinale del politicamente corretto di sinistra, anche se con il gusto diabolico, da “compagni di scuola” modello film di Verdone, di buttare alla fine tutto in caciara.

Propaganda quelli di destra non lo considierano neanche, troppo riserva indiana, ma gli aficionados possono gioire di un’Elodie barricadera e di un Zerocalcare militante, sopportando anche i passaggi del cinema romano “de sinistra”, tanto poi ci si vede tutti al bar di Testaccio. E comunque Forza Roma, perché il programma dal forte accento capitolino fatica a uscire dal Raccordo Anulare: del resto nel quartiere gentrificato del talk militante de sinistra, solo prodotti a Km 0.

MUSEO DEI PLASTICI DI VESPA

In una sequenza del trentennale di PORTA A PORTA, il recente speciale di Raiuno punito da un inglorioso 7%, Bruno Vespa ha tirato fuori dai magazzini Rai alcuni dei plastici che hanno reso indimenticabile la sua trasmissione: la casa di Cogne, la villetta di Garlasco, le stanze della Cappella Sistina (per il Conclave), il garage di Avetrana.

Il mondo ridotto a una scatola di Lego, come si faceva nei vecchi b movie coi modellini, prima dell’IA. C’era anche la scrivania sulla quale Silvio Berlusconi ha firmato il contratto con gli italiani, uno degli sketch più imbarazzanti e fantozziani della nostra televisione. Sogno di un museo che li contenga tutti finalmente e per sempre, nella loro metafisica quiete, oggi che Bruno Vespa invecchiando è tornato a essere il propagandista livido e stizzito che 50 anni or sono in diretta tv esibì all’Italia lo scalpo di Piero Valpreda colpevole della strage di piazza Fontana, dando il via alla strategia della tensione.

CANTIERE (E UMARELL) DI TELE MELONI

Da quando Michele Santoro ha lasciato libero nel 2011 il suo slot - la prima serata del giovedì di Rai2 - dopo una lotta proseguita incessantemente per trent’anni (prima a Rai3 in tempi di prima repubblica quando i suoi nemici si chiamavano Intini, Follini, Forlani, Craxi), è partita la corsa per riempirlo con un talk-show di destra (o come si è preso a dire a un certo punto “sovranista”).

L’idea non è neppure nuova, la seconda repubblica vide già qualche timido tentativo. La ricerca di un nuovo conduttore autorevole di destra su una rete Rai ha prodotto un clamoroso cimitero di facce, intenzioni e tentativi chiusi dopo poche (o non molte) puntate. Ci sarà un motivo? E soprattutto ce n’è ancora bisogno? NERO, PATRIAE, SECONDA LINEA (con Giuli e Francesca Fagnani), fino all’ALTRA ITALIA di Antonino Monteleone, ex Iena ingaggiata per 300000 euro, programma chiuso dopo 5 puntate all’1% di share.

Mentre oggi Monteleone è parcheggiato a Raiplay e Giuli fa il ministro (ma il suo cult immortale resta però il programma sui riti fascio-latini “Vitalia”, passato alla storia della tv come quello dove suona il flauto nei prati probabilmente drogato), già si annuncia il nuovo talk sovranista con Claudio Brachino (ex direttore Studio Aperto, stropicciatissimo opinionista sportivo), Hoara Borselli (ex showgirl oggi podcaster e editorialista di destrissima), e forse il solito velocissimo Tommaso Cerno, ex sinistra si fa per dire, attualmente presentatore di Domenica in e direttore del Giornale, capace di sposare qualsiasi posizione purchè di destra, perenne monito del declino morale di un paese intero.

AL MERCATO (NERO)

La vera novità dei talk al mattino, un tempo terreno unico di malattie, ginnastica, ricette di cucina e Bella Italia, tutta roba che sopravvive a fatica nell’originale UNOMATTINA è la trasformazione di Eleonora Daniele (STORIE ITALIANE, Raiuno) e Federica Panicucci (MATTINO CINQUE, Canale 5) in agguerrite criminologhe tacco 12 - mezzo signore in giallo mezzo Bruzzone.

I delitti si alternano, entrano e escono dalle scalette. Sempre quelli. Garlasco e Pierina, Crans Montana e giallo di Silvana, ognuno coi suoi avvocati e esperti, opinionisti e inviati. È la presenza di questa corte dei miracoli che muta il format da rotocalco con qualche esperto in studio - come nei vecchi programmi di informazione poi infotainment - a talk-show litigioso e cupo, una specie di indagine infinita, con particolari sempre prodigiosamente inediti, al limite del noir metafisico.

La stessa attrazione per il talk show (e il rotocalco rosa) impone la trasformazione della pomeridiana CRONACA IN DIRETTA, che fu il primo rotocalco di cronaca nera anni 90, in un talk show leggero con tavolo tondo alla francese, con opinionisti/e che si muovono agilmente tra morti ammazzati, pulsioni autoritarie, gossip di seconda mano e dibattiti social. L’arrivo della Bruzzone - che si è sfilata da ORE 14 di Milo Infante - è stato uno degli eventi tv dell’anno.

SCUOLA DI TALK

Sarà l’ora presta, l’attenzione scarsa, toni e argomenti del dibattito quotidiano ancora in via di elaborazione, ma la fascia mattutina si presta almeno a sperimentare facce nuove da immettere nei talk di prima fascia.

AGORA’ e RESET su Rai3, condotti rispettivamente da Roberto Inciocchi e Annalisa Bruchi (già bruciata sull’altare del talk di destra e messa in attesa), OMNIBUS de La7 con Alessandra Sardone, sperimentano novellini sconosciuti, politici, giornaliste con la partecipazione di qualcuna delle solite vecchie volpi, Sallusti o Capezzone, vuoi per spirito di servizio, vuoi per horror vacui, vuoi per il gettone.

Un parco di nome “Maurizio Costanzo Show”

ricorda la lunga strada del talk nella nostra televisione. Delle grandiose rovine di Samarcanda (il primo Santoro) sono ancora visitabili le tribune, vengono conservati due schermi tv con tubo catodico e il panno nero originale di sfondo - scene firmate dal regista teatrale Giorgio Barberio Corsetti.

Dietro la collina è stata ricostruita l’entrata del teatro Parioli, sono ancora visibili alcune poltroncine rosse della platea e il grosso trono usato da Carmelo Bene e Ambra per gli Uno contro tutti. L’arco della propaganda, decorato coi busti di Goebbels e Stalin introduce al viale delle panchine, dedicata ognuna a vecchi conduttori, padri della patria, Enzo Biagi, Letterman.

LA SPA “AUGIAS”

Dopo l’hangover nei talk dei peggiori bar di Caracas, dopo l’indigestione di opinionismo politico o di cronaca nerissima dei talk delle generaliste da mattina a sera, lo spettatore cerca la pace, la purificazione, la tisana o la cannetta della buonanotte, in due modi: il primo è spegnere la tv, il secondo è il talk LA TORRE DI BABELE di Corrado Augias: due poltrone, una per Augias l’altra per l’ospite, una chiacchiera colta, qualche filmato d’archivio, silenzi, citazioni, un po’ di nostalgia per la cultura con C maiuscola.

Guardi Augias e pensi a un mondo migliore, pensi anche “ma questo chi lo guarda?” e invece gli ascolti tengono botta: qualcuno si addormenta davanti alla tv, ma sempre meglio addormentarsi davanti a un buon programma che a un brutto programma. Ne va della qualità del sonno. E buonanotte, fine delle chiacchiere da talk.

STADIO “ALDO BISCARDI”

Agone dei talk sportivi rimasti, come SKY CALCIO CLUB e la NUOVA DOMENICA SPORTIVA ormai indistinguibili tra loro - interessanti soltanto per gli sbrocchi in diretta degli allenatori più stressati, ma per lo più disertati dai vip (politici, registi, attori, tutti uomini) coi quali Aldo Biscardi - già caporedattore del sinistrissimo Paese Sera, biografo di papi - inventò il genere negli anni ‘80. Giornalista d’altri tempi, parlava come un avvocato meridionale. Su suggerimento di Gianni Rodari, fu il Processo. Biscardi è stato bersaglio di imitazioni e prese in giro, il rosso dei capelli, la fonetica e la scelta degli aggettivi.

Errore. Lui è in realtà il vero fondatore del talk-show italiano modello seconda repubblica, o di qua o di là, Roma-Milano, Inter-Milan eccetera, formula ampiamente ricalcata pure oggi in éra social. Diabolico, nelle pause aizzava i contendenti, in realtà amici per la pelle. Ebbe per primo l’idea di dividere lo schermo in due o in tre per sottolineare visivamente gli scazzi. Usava formule come «non parlate in due, non accavallatevi», ancora in voga in ogni talk, anzi parte essenziale della messa in scena del duello fino all’ultima formula ricattatoria «non mi interrompa, sono in collegamento!».


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