Il regista polacco, premiato a Cannes, presenta Fatherland, il suo film su Thomas Mann anche a Roma: «Anch’io ho vissuto la perdita delle radici. Quando ho lasciato la Polonia, il Muro era ancora lì. In Occidente, potevo viaggiare e cambiare Paese: ne ho cambiati molti. Ma il dramma è lasciare il luogo in cui si è stati formati»
Nel 1949, dopo sedici anni di esilio, Thomas Mann tornò in una Germania divisa. Quale Patria può ritrovare uno scrittore che non si riconosce più nel proprio Paese? Da questa frattura nasce Fatherland, il nuovo film di Paweł Pawlikowski, regista di Ida e Cold War, premiato a Cannes per la miglior regia ex aequo con Javier Calvo e Javier Ambrossi, autori di La bola negra. Accompagnato dalla figlia Erika (Sandra Hüller), Thomas Mann (August Diehl) attraversa un Paese sospeso tra due mondi, chiamato a scegliere tra «Topolino e Stalin», come ironizza il figlio Klaus. Il viaggio diventa anche un confronto con le ferite familiari segnate dal suicidio di Klaus. Pawlikowski intreccia storia e intimità, interrogando appartenenza e memoria. Fatherland è al cinema con MUBI.
Lei ha vissuto l’esilio, lasciando la Polonia per trasferirsi in Inghilterra. Come ha influenzato il suo sguardo?
Anch’io ho vissuto la perdita delle radici. Quando ho lasciato la Polonia, il Muro era ancora lì. In Occidente, potevo viaggiare e cambiare Paese: ne ho cambiati molti. Ma il dramma è lasciare il luogo in cui si è stati formati. Mi identifico con Thomas Mann che non trova più una lingua attraverso cui esprimersi, e con Klaus che si chiede in cosa credere e come scegliere tra “Topolino e Stalin”: una scelta che non vuole fare.
Qual è la sua patria oggi? Un artista è inevitabilmente un esiliato?
La mia patria è l’Europa. Vivo a Varsavia, nella strada in cui sono cresciuto, ma la Polonia è molto diversa da quella della mia infanzia. Mi chiedo quanto dei miei ricordi appartenga alla realtà, e quanto alla memoria. Il presente mi appare caotico, online: vedo situazioni surreali, ma non sento il bisogno di farne film, le vivo già.
Il passato offre cornici narrative più forti. Le grandi ideologie alimentavano l’idea di poter cambiare la società; oggi, faccio fatica a trovare narrazioni altrettanto potenti. Torno alla Storia per interrogare il presente. E poi c’è il Cinema: in questi ventitré anni ho costruito una patria, un tetto sopra la testa, insieme alle persone che amo e coinvolgo nel mio lavoro.
Il film racconta un’Europa lacerata dalle divisioni del Dopoguerra. Riflette anche le fratture di oggi?
Non letteralmente, ma riflette l’impotenza di chi sente di non poter cambiare le cose. Mi interessava mostrare persone alle prese con realtà contraddittorie. L’arte dovrebbe restituire la complessità umana; politica e ideologia spesso la riducono a narrazioni semplici.
Nel film, la frattura è fisica. Oggi, molti conflitti si consumano online, alimentati da algoritmi che restituiscono una realtà lontana dall’esperienza quotidiana. Siamo esasperati, convinti di avere ragione e che gli altri abbiano torto. All’epoca, le divisioni si potevano vedere e toccare: quel mondo aveva un aspetto, un odore, una musica particolare. Il film racconta una realtà diversa dalla nostra eppure, per certi aspetti, simile.
Nel film, ha scelto di affiancare a Thomas Mann la figlia Erika, mentre nel viaggio storico in Germania era stato accompagnato dalla moglie Katia. Perché?
Erika era drammaticamente più interessante. Katia era legatissima al marito, e si occupava di lui: il conflitto era meno forte. Erika era complessa e contraddittoria: rifiutava la Germania eppure accompagnò il padre. Il loro rapporto era fatto di amore, ammirazione e tensioni; altrettanto complesso era quello con Klaus. Un materiale narrativo troppo ricco per rinunciarvi.
Che rapporto ha con l’opera di Thomas Mann?
Non avrei mai pensato di dedicargli un film, se non mi fossi imbattuto in questa vicenda. Non volevo raccontarne la vita, né celebrarne la grandezza letteraria: è stato il viaggio in Germania, con le sue contraddizioni familiari, a offrirmi un punto di vista cinematografico. Apprezzo soprattutto la stratificazione di libri come Doctor Faustus, e la sua comprensione dell’arte e della psicologia.
Definirebbe Fatherland un anti biopic?
È un termine giornalistico, non ci avevo mai pensato. Non ho mai fatto un biopic, e non credo di averne visto uno davvero riuscito. Il film di Pialat su Van Gogh, raccontava un periodo della sua vita senza pretendere di spiegarla tutta. Un film biografico condensa un’esistenza in una successione di cause ed effetti, ma la vita è molto più contraddittoria: racchiuderla in una spiegazione lineare finisce spesso per banalizzarla.
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