Pubblichiamo il testo del discorso di Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci e segretario del comitato direttivo del Premio Strega, pronunciato durante la tappa del tour al Teatro Piccolo a Milano
Al volante del Premio Strega, nei suoi primi quarant’anni, c’è una donna. Maria Bellonci non si è limitata a guidarlo: lo ha anche progettato, costruito, collaudato. Ha voluto che fosse solido, sobriamente accessoriato, affidabile e capiente.
Un mezzo capace di andare lontano e di andarci in tanti: più che un’automobile, un van o – come ho letto spesso in questi giorni caratterizzati da una estesa volontà di ridurre, abbassare, rimpicciolire, e a cui da amante dell’understatement mi unisco volentieri – un pulmino. Un pulmino prodigioso, capace di trasportare le scrittrici e gli scrittori nel tempo, consegnandone molti e stabilmente al canone delle letture di domani, ma anche nello spazio, in mezzo alla gente, tra i lettori.
Insieme
Concedetemi di indugiare ancora nell’area di sosta dell’attualità. È strano come nell’anno in cui le cronache nazionali scoprono il tour dei finalisti, con inviati spediti in tutta fretta a raggiungere le remote cittadine di Francavilla al Mare e San Benedetto del Tronto, si continui a guardare il pulmino-dito e non la luna-piazza, parco, teatro gremiti di persone giunte per sentirsi raccontare i libri in gara dalla viva voce delle autrici e degli autori, e per poterli incontrare brevemente al termine di lunghissime code al firma copie.
Tra quattrocento e seicento persone ogni sera: dati della questura.
Abbiamo letto aggettivi come “massacrante” e “sballottati”, espressioni come “tappe forzate”. Abbiamo letto “è quasi meglio andare a lavorare” nei resoconti di chi crede che promuovere la lettura, mantenere i libri al centro della vita di tante persone, regalare loro una serata speciale fatta di idee ed emozioni, non sia un lavoro che ci coinvolga tutti: autori, editori, organizzatori di eventi e promotori di premi letterari. Se abbiamo a cuore tutto questo, se vogliamo che i libri continuino a essere venduti – e i libri del Premio Strega vendono, in generale e in questo preciso istante – conviene considerarci tutti sulla stessa barca. Pardon, sullo stesso pulmino.
Nervi saldi
Torniamo a Maria Bellonci. La seconda edizione del Premio Strega, quella del 1948, prende a bordo Anna Banti, autrice di Artemisia, romanzo storico come quelli che scrive Bellonci, incentrati su donne del passato piene di talento in un mondo in cui gli uomini possono usarle, oltraggiarle e metterle da parte a loro piacimento. Per lei Banti è semplicemente Lucia, di cognome Lopresti, l’amica fiorentina nella cui casa si è fermata tante volte per spezzare il viaggio di ritorno da Mantova, Ferrara e Modena, le città che conservano negli archivi storici i documenti necessari alla scrittura dei suoi libri. Come Maria, Lucia è una scrittrice e una studiosa. Suo marito è Roberto Longhi, il grande storico dell’arte, ma qui giova ricordare la domanda che un giorno Bernard Berenson pare abbia rivolto a Longhi: «Che cosa prova a essere sposato con un genio?».
Lucia è un temperamento assai schivo e ha seguito a distanza la creazione del Premio Strega e prima ancora l’istituzione in casa Bellonci del salotto letterario degli Amici della domenica, da cui nasce il Premio. Teme forse che il nuovo impegno possa allontanare l’amica da lei e le scrive: «Ti sento succhiata da una vita che ignoro, legata da ormai vecchie amicizie di cui non conosco l’alba e i modi. E quasi mi pare di pesarti, quando capito a Roma, di interrompere qualcosa di armonioso, di accettato, di goduto». E ancora: «Sono le sette, stai porgendo al 45mo ospite la 45ma tazzina?». Siamo autorizzati a pensare che Maria abbia faticato un po’ per convincerla a concorrere.
Non andrà bene. Maria sperimenterà subito quella che, raccontando a distanza di anni l’episodio, definirà «la subcosciente avversione, riducibile solo a forza di logoramento, degli uomini italiani per le donne d’ingegno». Goffredo Bellonci, con maggiore dono della sintesi, annota in agenda: «Per Maria è un complotto degli uomini contro la donna scrittrice».
Sulla strada del Premio Strega, che non ha viaggiato mai troppo dolcemente, è la buca più dura e Maria non è stata in grado di evitarla. Al termine di un’annata caratterizzata da comizi elettorali a favore dell’una o dell’altro candidato, ha prevalso Vincenzo Cardarelli: «Né per questo l’Artemisia di Anna Banti ha mai cessato di essere il libro che era», sentenzia lapidaria Maria.
Lucia rimprovera l’amica di non averla sufficientemente protetta e la loro amicizia ne risente. Ma nel 1962 l’autrice vuole candidarsi di nuovo con il romanzo Le mosche d’oro. Maria non ne è particolarmente entusiasta: «Sul libro della Banti i pareri sono diversi e per lo più negativi», scrive per lettera a Guido Alberti informandolo dei retroscena di quella edizione. La decisione di concorrere le ha procurato, confida all’altro promotore del premio, «un mezzo infarto», del resto lui «conosce bene le pene che mi ha dato l’altra volta».
Ad Anna Banti lo Strega sfugge anche quell’anno, al suo posto viene premiato Tobino. Maria, come fa spesso sulla stampa per le autrici che il premio non è riuscito a valorizzare adeguatamente, le rende l’onore delle armi acclamandola come «la scrittrice che ha condotto in Italia la polemica più coraggiosa sulla disparità fondamentale che la società impone alle donne».
Non sappiamo se fra le due amiche vi siano stati ulteriori strascichi, anche se Banti aveva promesso a Bellonci di stare «calmissima qualunque cosa accada». Gli anni Sessanta le vedono allontanarsi ulteriormente per ragioni che hanno poco a che fare con le faccende letterarie. Maria da questa storia ha ricavato una legge generale tuttora validissima: «Chi non sa quali nervi distesi esiga il nostro premio».
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