In Buen Camino la vera parodia non è un elenco maldestro di fattarelli comici, ma un personaggio che non ha sentimenti, un uomo che ha dimenticato di possedere la cosa che più ci terrorizza e sconvolge, che ha un nome che imbarazza e che però ci rende umani
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani, sullo sfogliatore online e in edicola
Sette gennaio di questo nuovo anno, Milano deserta, ristorante giapponese elegante e deserto, entrano due signori sui cinquanta, nonostante il freddo sono vestiti estivi stile crociera ai Caraibi, uno ha gli occhiali da sole, ispezionano il posto con la stessa frenesia delle guardie del corpo, poi all’unisono: «È vuoto! Che cazzo ci stiamo a fare qui! Andiamo via».
Un secondo dopo risalgono sull’immensa jeep bronzo che avevano appena abbandonato sul marciapiede e spariscono velocissimi nella sera. Mi sembra di conoscerli, non li conosco, poi capisco che mi sono familiari perché somigliano entrambi a Checco Zalone. Cliché archetipo tipo, comico attore personaggio, sordido italiano in fondo di cuore, scorretto ma sempre rispettando la par condicio – cita Schindler’s list e Gaza, parodizza il prototipo semidesueto del berlusconiano e però anche dell’artista radical senza pubblico e senza soldi che campa da parassita. Un fenomeno? Una consuetudine? Un interprete del nostro tempo?
«Un pezzo serio, però»
Qualche settimana prima. Parco romano selvatico e abbandonato, il mio telefono squilla: «Scrivi un pezzo su Zalone? Il film esce il giorno di Natale insieme a Primavera di Michieletto e a Sorrentino che fa le anteprime la mattina…» Scoppio a ridere, sicuro che cercate me? È un errore? No, nessun errore.
E aggiunge: «Un pezzo serio, però. È per gennaio, quando Buen Camino (il titolo del nuovo film di Luca Medici ovvero Checco Zalone) avrà già incassato quello che deve, quindi cerca di indovinarci e poi ha pure tutti i temi tuoi, è un pellegrinaggio, meglio di così?». In effetti, meglio di così: condividiamo perfino i produttori, anche se non il budget e i risultati.
Sento parlare di questo film da mesi; come andrà, funzionerà, non funzionerà, il pubblico non c’è più, il pubblico aspetta… il pubblico chi è, cosa è, ma dai si sono rotti i coglioni delle cose brutte – ma quali sono le cose brutte? Quelle che funzionano? E quelle belle invece? Quelle che vanno malissimo? Siamo ancora fermi a questi ossimori ideologici da ginnasio dove l’underground è il vero overground e viceversa, e se ti azzardi a comprare un best seller vieni radiato salvo poi riscoprire It di Stephen King a cinquant’anni e rivendicare il suo fondamentale ruolo nella letteratura contemporanea, la sua grandezza indiscutibile (no, non sto paragonando Zalone a King, forse a Fantozzi).
Gli avversari
Ma dai, come vuoi che vada, benissimo, sarà talmente brutto che non può che andare bene! (bello considerare il mondo reale una specie di fogna). Malissimo, sarà una catastrofe. E certo: il pubblico non è più quello di una volta… dimenticando il dettaglio tutt’altro che marginale che non siamo più neanche noi quelli di una volta (per fortuna). E, a pensarci bene, non lo siamo mai stati, perché l’unica certezza in quest’apocalisse di significato, è che tutto cambia sempre, forzatamente, noi compresi. Noi per primi, anche a nostra insaputa.
Gli avversari – o basta dire i critici? – di Buen Camino sono tanti fin dal principio, ma ben circoscritti in un insieme. I produttori cinematografici, pur preoccupati dalle sorti della vita in sala dei film e dal loro ruolo sempre più marginale, non pregano di certo che vada bene; ugualmente registi e autori, all’idea del successo di altri che giudicano “inferiori” (praticamente tutti) preferiscono la catastrofe generale, perché la possibilità che a qualcuno possa andare bene è inaccettabile.
D’altronde è un paese che ama leggere disgrazie e miserie altrui per dimenticarsi le proprie, che appena hai un minimo di riconoscimento diventi un nemico o un venduto (non si sa a cosa) e che affida la propria informazione a siti dove a un nome proprio segue la parola Spia.
Il resto del mondo però, che poi è il vero mondo (anche semplicemente per ragioni numeriche, ordini di grandezza) aspettava con curiosità e voglia questo nuovo film di Zalone.
E perché?
La profezia di ChatGPT
Chiedo all’oracolo (ChatGPT), una specie di riflesso condizionato del nostro tempo che però non considero mai, più che altro per paura di scoprirlo migliore di me, ma (per fortuna) non mi dà risposte soddisfacenti. Direi che non mi dà risposte. Secondo “la macchina” il successo del film è dovuto alla capacità di fare satira culturale. Mah. «Il cammino, simbolo di ricerca interiore, diventa così una metafora dell’autoassoluzione moderna». Neanche lo capisco. Forse è per questo che ha ragione? Non mi convince. E ancora: «Zalone non giudica dall’alto: adotta il punto di vista dell’“italiano medio”, mostrando le contraddizioni senza moralismo. È proprio questa ambiguità – tra critica e complicità – a rendere il messaggio efficace e popolare».
Ci inizio a litigare, l’oracolo mi invita a stare calma. Gli dico di fare meglio, di andare a fondo, lo insulto: la tua è un’analisi preistorica e superficiale, non sai fare meglio di così? E allora: «Zalone coglie un punto cruciale: la spiritualità come consumo. Non la nega, ma ne mostra la versione semplificata, instagrammabile, rassicurante, in cui il disagio esistenziale viene tradotto in un’esperienza a tempo determinato, con un inizio e una fine, possibilmente fotografabile».
I numeri
A questo punto ripiego sui numeri, immagino che abbia accesso ad algoritmi più affidabili dei miei calcoli aleatori. Quindi: quanto incasserà? Previsioni ragionate grazie. Forchetta plausibile: 54-65 milioni di euro. Nove milioni mi sembrano un intervallo un po’ ampio, considerando che nove milioni non li incassa praticamente nessun film italiano. Secondo me arriva a 70 ma questa è un’altra storia che tu non puoi capire, e chiudo così la conversazione.
L’altra notte ho riascoltato Enrico Vanzina nel podcast di Malcom Pagani. Tra mille ricordi, riporta una frase di Villaggio: «I film comici sono quei film in cui tutti ridono per poi dire è una fregnaccia». Ma «fregnaccia» è una riduzione inaccettabile riferita ai risultati di Zalone.
Ieri, Buen Camino è arrivato a 23 milioni e passa. Ieri, che è diventato oggi, è arrivato a 30 e poi a 57 e a 65.000.000 e non so a quanto arriverà… una rincorsa che va avanti da settimane, con cifre a dir poco inusuali per i nostri incassi.
La scoperta dal sentimento
Quando abbiamo smesso di capire il mondo è un libro uscito qualche anno fa, un titolo bellissimo che funziona con quasi tutto, perché davvero sembra che tra il mondo e noi non c’è più modo di costruire una relazione, quindi una comunicazione e proprio per questo buco, quest’incertezza sul “pavimento” del percorso, siamo nel peccato (non morale ma etico) dicono i miei amici preti.
Ah ecco i miei temi, il pellegrinaggio certo, ma ora che ci penso pure il fallimento: Checco è ricco ma esistenzialmente fallito, in fondo uno sfigato, un vero e proprio perdente di successo (senza dare valore di merito al successo) e in fondo proprio per questo si ritrova, suo malgrado, sul cammino che lo porterà a diventare altro… certo, cambierà di un pelo, di un millimetro, ma non è forse quella la vera posta in gioco? Chi crede più nella palingenesi?
È incredibilmente facile empatizzare con questo protagonista a tratti ignobile a tratti sprovveduto e dolce, perché quello che davvero gli manca è il Sentimento, che manca a questo nostro tempo e spesso a noi che lo abitiamo… ed è proprio la scoperta di questo, del sentimento, a produrre il suo piccolo cambiamento, un’umanizzazione: Checco negli ultimi minuti del film si ritrova a sentire, a provare “qualcosa” per una donna che non può che essere suora, per la figlia che tanto lo detestava e che è il motore di tutta la storia, per il padre che lo ha sempre umiliato e che però lo ha fatto vivere in un meccanismo ricattatorio che ha fatto campare male entrambi…
Zalone non so come riesce a intercettare il nostro lato peggiore che è quello pieno di paura (del sentimento, appunto) e lo capovolge, promettendo alla nostra specie, sempre meno umana, che si può cambiare, che esiste qualcosa che, in fondo e oltre tutto, vale la pena. E lo fa passando attraverso stazioni ridicole, volgari, assurde, eppure efficaci… Quando ridiamo di Zalone di chi stiamo ridendo? Uno che ci pare molto peggio di noi ma che in fondo ci somiglia, gretto e arido, ma non perché ha il parrucchino messo male, la prostata infiammata né perché fa battute scorrette su ebrei e palestinesi o perché decide di fare il cammino di Santiago in Ferrari o chiamare la figlia Cristal in nome di uno champagne carissimo.
La vera parodia non è quest’elenco maldestro di fattarelli comici, ma un personaggio che non ha sentimenti, un uomo che ha dimenticato di possedere la cosa che più ci terrorizza e sconvolge, che ha un nome che imbarazza e che però ci rende umani. Quel padre nostro, il nostro cuore.
© Riproduzione riservata


