Il film di Emerald Fennell svetta su tutti i remake precedenti perché è il più annacquato. Jacob Elordi e Margot Robbie non riescono a dare vita alla morbosità del libro di Emily Brontë
Tutta colpa della cameriera. Che sollievo scoprire che centosettantanove anni di rovelli critici sul fosco gioiello di Emily Brontë, Wuthering Heights, sono aria fritta. Col suo bilancio da chiacchiere sotto messa in piega (stessa funzione sociale del bar per i maschi, ma in declino) “Cime tempestose” di Emerald Fennell cala sul Valentine’s Day – anglofono e non – per decifrare l’enigma: l’assassino è il maggiordomo. Che guaio, signora mia, il personale di servizio. Sapesse che m’ha combinato. È un bel colpo di spugna sulla materia gotica, tossica, maledetta che ha costretto generazioni – da noi solo nell’ultimo secolo, la prima traduzione italiana è del 1926 - a rileggere compulsivamente il romanzo. Mai con lo stesso sguardo, mai con le stesse domande.
Il santo patrono degli innamorati collabora al marketing: «La più grande storia d’amore di tutti i tempi» – cito dal trailer che spopola da novembre – è un must con i cuoricini, intaserà le sale ed esce ad hoc con Warner Bros. Pictures il 12 febbraio. “Cime tempestose”, attenzione alle virgolette. La regista ci tiene. Stanno a indicare la sua rilettura dissonante di un libro as dense and complicated and difficult da risultare infilmabile.
Ma l’inganno era già in agguato dal trailer. Devo a The Guardian la segnalazione che l’adattamento di William Wyler del 1939 – quello con Lawrence Olivier e Merle Oberon, il più rispettabile – usava la stessa tagline: The greatest love story of our time..or any time! Imbroglio duro a morire: nasceva come delirio, crudeltà, sadomaso, e si vende come romcom. Occorre mettere gli occhiali rosa a Brontë (Emerald Fennell lo fa anche letteralmente) per adeguarla agli stereotipi mainstream. Fennell devitalizza il dente guasto della scrittrice. Che continua a macinare lettori dall’Ottocento proprio perché cariato e disturbante.
Sesso? Nemmeno quello
I film migliori hanno sempre tradito i libri ispiratori. Prima di dirigere Saltburn, che l’ha consacrata, Fennell si è guadagnata la patente da femminista con Una donna promettente, Oscar per la sceneggiatura.
Non lo pretendi, ma speri che abbia deciso di smascherare quel femminicida in potenza di Heathcliff, uno che spaccia per passione vendetta e soprusi. L’identikit letterario è di agghiacciante attualità. Per i digiuni del romanzo, virgoletto i propositi che cova per Isabella, la sua moglie-vittima: «Il più spesso possibile le dipingerei su quel viso bianco i colori dell’iride e un giorno sì e l’altro no le farei diventare neri quegli occhi azzurri». Da adolescente ti sembra un macho romantico e sexy, e certi passaggi ti sfuggono. Da adulto/a disturba che fra le tante sregolatezze impicchi per sfregio un cagnolino. Ma il Jacob Elordi del film è troppo bello per farlo cattivo, perciò il profilo da psicopatico passa in cavalleria.
Lasciateci almeno il sesso però, quel fiume carsico oscuro che sotto le vittoriane reticenze dell’autrice è il vero motore del dramma. Ma no: il sesso esplicito sullo schermo arriva tardissimo, quando Catherine al poveraccio con la pelle olivastra – dettaglio puntualmente ignorato dalla regista – ha già preferito soldi e rispettabilità.
Sesso adulterino, dunque. Sesso? Margot Robbie non ha il fegato di Emma Stone e non denuda nemmeno il seno. Per cui gli amplessi, castigatissimi, variano solo per le location e gli outfit dell’eroina: la costumista si è sudata il suo bravo cachet. Bridgerton docet, d’altronde: Margot-Catherine passa più tempo a cambiare vestiti e bigiotteria che a palpitare d’amore infelice. Il film però è costellato di simboli fallici, che sbucano senza preavviso a suggerire appetiti carnali. Addirittura si apre con l’erezione e l’eiaculazione di un impiccato sulla pubblica piazza. Le fantasie di Catherine bambina par di capire – dovrebbero restarne segnate.
Tutta colpa della cameriera
Il vero scoglio è a monte, ma bisogna unire i puntini. Margot Robbie è la vera istigatrice di Barbie, il deus ex machina del blockbuster. È lei che ha convinto la Mattel a scommettere su Greta Gerwig, autrice considerata “poco commerciale”. Fennell al cinema è arrivata prima da attrice. Era nel cast di Barbie. E di “Cime tempestose” Robbie è anche co-produttrice.
La Catherine Earnshaw del romanzo si sposa a diciassette anni e muore a diciotto. Margot Robbie è una bellissima donna di trentacinque anni. Va detto a suo merito – l’unico – che non ha fatto ricorso al de-aging digitale. Così le twin soul che nel film scorrazzano sfrenate nella brughiera specie col metro dell’epoca risultano due adulti illibati fuori tempo massimo.
L’anagrafe (Elordi è più giovane ma tant’è) rende comicamente improbabile che liberi come l’aria, senza controlli e testimoni l’uno della masturbazione dell’altro, in vent’anni di convivenza non abbiano mai consumato. Grondano desiderio, ma a tempo perso.
Tra ragazzini l’astinenza regge, ma tra attempatelli? La morbosità del libro – che scandalizzò i recensori del 1847 – era nutrita di ormoni precoci allo sbaraglio. Se però Robbie ha da essere la protagonista, l’intera storia va rivoltata come un calzino: via il fratello cattivo abusatore di Heathcliff, Edgar Linton va convertito in un riccastro di mezza età e non ha sorelle. Dato però che i conti ancora non tornano, la cameriera – povera Nellie cuor d’oro, promossa da Brontë a narratrice super partes – diventa il capro espiatorio. Per quello che “non ha detto”.
Non ha detto a Catherine che l’amato è fuggito per quella frase orecchiata: «It would degrade me to marry Heathcliff now». E non ha detto a Heathcliff del grido che la smentiva subito dopo: «Nelly, I AM Heathcliff!». Se la perfida non taceva, l’amore avrebbe trionfato, happily ever after, è autorizzato a concludere chi snobba la pagina scritta e quella “da donne” in particolare. Hong Chau, l’attrice che interpreta Nellie Dean, è cinese. Nello Yorkshire di fine Settecento. Sarà licenza autoriale o il solito effetto Bridgerton?
Il prossimo remake sarà queer?
Con o senza virgolette, “Cime tempestose” svetta su tutti i remake precedenti perché è il più annacquato. E dire che in tanti hanno fatto del loro peggio. In ordine di sgradimento: Robert Fuest nel 1970, con Timothy Dalton inguardabile; Peter Kosminsky nel 1992, nonostante Ralph Fiennes e Juliette Binoche; Andrea Arnold nel 2011, che almeno sceglie interpreti giovani e sconosciuti ma delude a sorpresa. L’apripista William Wyler (1939) continua a giganteggiare anche grazie al bianco e nero, unica resa possibile del gotico. Tom Hardy nella miniserie tv del 2009 ha prestato a Heathcliff la grinta più tosta, seconda solo a quella di Lawrence Olivier. Beato chi ha visto Abismos de pasiòn, il film messicano di Luis Buñuel che nel 1954 sanciva il forte legame dei surrealisti con il romanzo: mi manca. La Kate Bush di Wuthering Heights però è sempre sublime.
C’è tutto un filone critico queer cresciuto sull’ipotetica bisessualità/fluidità di Emily Brontë e sulla natura androgina della sua scrittura. La dualità Catherine-Heathcliff andrebbe letta come uno sdoppiamento della scrittrice, perno il famoso I AM Heathcliff. La trasgressione estrema del gypsy sarebbe la sua proiezione tomboy. Magari il futuro ci riserva un remake basato su queste premesse. Magari avrà un solo volto e un solo corpo per i due ruoli. Sarà comunque meglio che sperperare 136 minuti in compagnia degli eroi larger than life di Emerald Fennell. Due tipi che speri di non incontrare mai.
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