Il venerdì a Sanremo è «la festa per eccellenza». Lo dice Carlo Conti in conferenza stampa, lo ripetono i dirigenti Rai nei corridoi che corrono lungo il roof dell’Ariston incrociando le dita dopo aver sgranato il Rosario degli ascolti. 

Il festival è sottotono – lo certificano perfino i giornali di destra – lo share riprende un po’ di respiro nella terza serata e arriva a superare di qualche decimale la performance del 2025, ma le teste dei telespettatori continuano a restare meno di quelle dell’ultimo festival. In conferenza stampa si celebra il risultato, ma la testa è già alla serata dei duetti.

I classici di cantare a squarciagola non sono tantissimi nella scaletta della serata, a dire il vero, ma la nostalgia sembra il carburante prescelto (forse l’unico disponibile) per tenere in vita quest’edizione della kermesse canora.

Tiziano Ferro-Max Pezzali-Eros Ramazzotti, il tridente della memoria perché ci sei adesso tu, ma la regola dell’amico non sbaglia mai e quindi non me lo so spiegare. Un po’ padri del sentire di maschio buono ferito che riemerge nel pezzo di Eddie Brock, sobriamente intitolato Avvoltoi, in riferimento ai bad boys che volteggiano intorno all’oggetto del desiderio che del bravo ragazzo se ne infischia. 

L’artista romano canta infatti Ma se lo sai/Che scegli sempre quello che ti farà male/E resti sola dentro un letto da rifare/Perché è più facile per te farti spogliare/Che spogliarti il cuore. Siamo ancora ben lontani dall’ascendente karaotico di pezzi à la Come mai, ma un artista che ha intercettato il bisogno di inni da cantare core a core a gola spiegata: Sal “con la mano sul petto te lo prometto” Da Vinci. A ogni ingresso, quando viene accennata Rossetto e caffè, il pubblico è già in piedi, per dire. Il futuro è scritto nel lypsinc dei video social. 

Re di cuori

Che il ritornello di Per sempre sì sia già finito sottopelle al pubblico è una certezza. Si vede nei programmi-appendice di Sanremo dove la gente si agita sulle poltroncine per ballare anche da seduto la coreografia scandendo «Saremo io/E te/Legati per la vita». Si è visto durante il flash mob davanti alla concattedrale di San Siro, dove i fan se avessero potuto avrebbero sposato direttamente tutte e tutti un Da Vinci di bianco vestito. 

Perfino l’unica ospite internazionale, Alicia Keys, è finita nel girone delle hit da divano, dopo aver cantato in italiano con Ramazzotti. «Ci fai questo regalo?» «Should I do it?» «Yeah». E via con Empire state of mind – nota in Italia, come spiega Conti, come «New York» – trasformata per l’occasione dall’artista americana in «Sanremo». Momenti di entusiasmo nella platea perfino per i Momenti Tim, in cui viene accennato un motivetto popolare – l’ultimo Siamo donne – a cui poi si unisce il pubblico, coinvolto anche nel momento Coro dell’Antoniano, quando Conti ha fatto intonare i pezzi dello Zecchino d’oro: 44 gatti batte L’aurora 1-0. 

A battere paradossalmente meno sul tasto dell’amarcord/coro da concerto è Laura Pausini, pure regina del genere: finora è rimasta su Sedici marzo, portata sul palco con Achille Lauro, e non esattamente materiale da Canta tu, così come Heal the world. Probabile però che possa giocarsi il suo bonus nella serata dei duetti, che inizierà con un suo medley. 

E poi, pronti a urlare «Siamo così/Dolcemente complicate» (Quello che le donne non dicono, Arisa), «O-o-o-occhi di gatto» (Occhi di gatto, Bambole di pezza), Meravigliosa creatura (Fedez&Masini) e rispolverare il balletto delle Las Ketchup di inizio anni Duemila grazie a Elettra Lamborghini.

Più sussurrato che squarciagola Parole parole (Fulminacci), ma anche Andamento lento (LDA&Aka 7even) non è esattamente roba da pugni in aria, così come Mi sei scoppiato dentro al cuore (Malika Ayane) e L’ultimo bacio. Cala l’asso del mood festaiolo Samuray Jay, che sceglie Baila Morena. Meno male. 

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