L’unico film italiano premiato alla Mostra di Venezia, nella sezione Orizzonti, è I figli della scimmia di Tommaso Landucci, che oltre alla sceneggiatura ha conquistato la migliore interpretazione maschile con Riccardo Scamarcio. Un premio che riscatta l’eterno Step di Tre metri sopra il cielo dai vecchi pregiudizi legati al cliché del bello e dannato.

Oggi, Scamarcio è un interprete e produttore versatile. Nel film di Landucci (nelle sale con Medusa Film) interpreta il padre di un ragazzo disabile, firmando la sua prova più intensa e complessa. Una solidità che l’attore coltiva fuori dal set, tra gli ulivi della sua Puglia.

Ci voleva un piccolo grande film come I figli della scimmia per farle ottenere un importante riconoscimento? Perché, nonostante la sua filmografia e interpretazioni come quelle di Pericle il nero o Euforia, non è mai stato preso sul serio?

Non penso che i premi stabiliscano se uno è preso sul serio o meno, perché alla fine è una dinamica anche fortuita. È chiaro che si devono allineare gli astri, come è successo in questo caso. Non ho nulla da recriminare se non la felicità di vedere un film come questo superare la barriera della comunicazione. Questo è un piccolo film che abbiamo prodotto e finanziato con risorse adeguate, con l’obiettivo di raggiungere il grande pubblico.

Cosa l’ha colpita del progetto di Landucci al punto di volerlo produrre?

Non ho avuto dubbi, perché ho capito subito che il film aveva qualcosa di speciale, sia nella sceneggiatura sia nello sguardo di Tommaso, che mi ha conquistato fin dal nostro primo incontro. Il mio personaggio è descritto in maniera tridimensionale, per cui anche i suoi difetti e le sue caratteristiche sono in contraddizione: non riesce mai a decifrare i propri sentimenti, e questo aspetto mi piaceva molto.

Entrare in produzione è un modo per sentirsi più liberi, per avere più controllo?

Produco da più di 15 anni. È cominciato un po’ per necessità con Miele: ho deciso di fare un altro mestiere, rischiando anche i miei soldi. Fare il produttore è un modo per soddisfare la voglia di partecipare in modo creativo e editoriale. Mi piace l’idea di essere un po’ il padre. Sarà un caso se ho vinto il premio con un ruolo da padre?

La paternità viene affrontata attraverso la lente della disabilità, ma in fondo il film tratta un tema universale: nessun figlio è il figlio che i genitori avevano immaginato.

Sì, perché forse si parte da un assunto sbagliato: i figli sono indipendenti e unici, e questo è il miracolo. Siamo più di 8 miliardi di persone, ma tutti diversi. Siamo unici e preziosi, e i genitori devono creare le condizioni giuste perché i figli possano essere se stessi e formarsi in piena libertà.

I suoi genitori sono stati così?

Sono cresciuto con dei genitori che mi hanno seguito, mi hanno amato tanto e hanno continuato a farlo, ma erano anche presi dalle loro preoccupazioni, necessità e difficoltà. Per fortuna, quindi, si sono anche un po’ distratti da me.

Come hanno reagito quando ha deciso di diventare attore?

È anche una questione di autodeterminazione, no? L’ego è il motore di tutto. Se è sano, ti spinge a rischiare, a sbagliare e a rialzarti. La mia vera ossessione era la recitazione, una salvezza, perché ero pieno di energia, e i miei genitori hanno capito che, per la prima volta, mi stavo dedicando a qualcosa. Mio padre e mia madre hanno detto: «Va bene, chissà che finalmente abbia trovato una cosa che gli piace. È sempre meglio che bighellonare in giro con gli amici». Mi hanno appoggiato totalmente. Sono stato fortunato ad averli come genitori.

Il teatro ha avuto un ruolo in questa formazione?

Il teatro mi ha salvato. Mi ha dato una disciplina, un luogo in cui incanalare tutta quell’energia e la possibilità di esprimermi. È lì che ho capito che volevo fare questo mestiere.

Con la scomparsa di suo padre e con la nascita di sua figlia, sente di non essere più figlio?

Un po’ sì... Però, per fortuna, ho ancora mia madre, quindi diciamo che un po’ della mia essenza è ancora figlio.

Ha lavorato con Nanni Moretti e con Paolo Sorrentino: con chi si è sentito più libero come attore?

Sicuramente con Paolo. Anche con Nanni è stato bello, ma hanno due modalità diverse. Purtroppo Nanni non ama il lato istintivo dell’attore, è una cosa che lui elude, non gli piace, non la vuole. Perciò vuole piegare la scena ai suoi desideri e questo, per un attore anarchico come me, è un po’ complicato. Dico sempre che il mio mestiere mi piace perché nessuno può governarmi in quell’atto creativo, tra l’azione e lo stop. Quel momento è solo mio, ma Nanni voleva intervenire anche lì.

Da produttore, qual è il problema del cinema italiano?

Si tratta di una questione strutturale di produzione e il problema principale è la distribuzione indipendente, schiacciata dalle major. L’avvento dello streaming ha trasformato i film in semplici contenuti di flusso, riducendo lo spazio vitale del cinema inteso come esperienza culturale e umana, e cancellando di fatto lo spazio per la ricerca e l’innovazione. C’è anche un grosso problema con i telefonini, che hanno ridotto la soglia d’attenzione a zero, perché tutto è sincopato. Ma noi non ci arrendiamo: fortunatamente, ci sono ancora delle strade alternative e questo piccolo grande film di Tommaso Landucci ne è la dimostrazione, e ci rincuora.

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