L’unico italiano in selezione ufficiale al Festival: «Veniamo da un periodo in cui il sostegno al cinema si è fatto più complicato. Fare un film documentario come il mio, che in passato era più facile da finanziare, è diventato sempre più arduo»
Cannes – Il grande Vittorio De Sica è più vivo che mai nell’appassionato omaggio di Francesco Zippel, l’unico regista italiano in selezione ufficiale a Cannes nella sezione Classics. In Vittorio De Sica. La vita in scena, l’autore di capolavori come Ladri di biciclette, Sciuscià, Umberto D o Il giardino dei Finzi Contini, resuscita con tutto il suo carisma attraverso materiali d’archivio rari e inediti, animazioni e testimonianze di artisti internazionali, tra cui Wes Anderson (produttore esecutivo del film), Isabella Rossellini, Ruben Östlund, Jean-Pierre e Luc Dardenne, o Francis Ford Coppola. Un documentario imperdibile, prossimamente distribuito da Fandango.
Che effetto le fa essere l’unico italiano selezionato a Cannes?
L’idea di ricevere questo riconoscimento insieme alle persone con cui lavoro mi riempie di gioia. Poi, il fatto di esserci con un documentario su De Sica, uno di quegli autori i cui film mi hanno spinto a fare questo mestiere, è un cortocircuito bellissimo.
Niente film italiani in concorso nell’ultima edizione di Berlino e ora stessa cosa anche a Cannes: il cinema italiano sta attraversando un ennesimo momento di crisi?
Veniamo da un periodo in cui il sostegno al cinema si è fatto più complicato. Fare un film documentario come il mio, che in passato era più facile da finanziare, è diventato sempre più arduo, quindi posso immaginare le difficoltà che stanno vivendo i miei colleghi alle prese con opere di finzione più costose. Poi c’è anche un discorso di sensibilità di chi guarda e seleziona i film ai festival: oggi c’è giustamente una competizione mondiale e molti paesi emergenti sembrano avere un’urgenza che forse abbiamo un po’ perso.
Penso al cinema asiatico o iraniano, che sono vivissimi. Spero che il fatto di presentare un film su Vittorio De Sica possa essere uno stimolo, come lo è stato il suo cinema, per tornare in pista. È un periodo complesso a livello internazionale. Una cosa che mi rende doppiamente orgoglioso quest’anno è che in concorso ci sono due registi che stimo immensamente, come Asghar Farhadi e Andrey Zvyagintsev, che sono stati molto importanti per la realizzazione del mio film. Quindi, l’idea è che ci sia un cortocircuito interno: il mio film, parallelamente ai loro, è una piccola epifania, il segno che il cinema, in alcuni momenti, ha anche la magica capacità di dialogare silenziosamente.
Se De Sica fosse ancora in vita, cosa racconterebbe dell’Italia di oggi?
De Sica aveva una sensibilità e una capacità fotografica tali da regalarci istantanee vivide del nostro paese. Era un grandissimo narratore di dinamiche familiari, con un’attenzione particolare per i bambini e gli anziani, quindi sono sicuro che continuerebbe a raccontare storie intime. Pensando al suo periodo neorealista, in cui ha raccontato come l’Italia cercava di rimettersi in piedi dopo la guerra, sono sicuro che sarebbe molto interessato alla situazione industriale che il nostro paese sta attraversando: le fabbriche che chiudono, dimezzano la produzione e licenziano i lavoratori, creando dinamiche sociali molto complesse.
Crede che il cinema italiano non sia più capace di raccontare il nostro presente?
Quest’anno ne abbiamo finalmente avuto una controprova con il bellissimo Le città di pianura di Francesco Sossai. Un film che racconta una realtà insolita, nel senso che sposta lo sguardo dello spettatore e non è incentrato su Roma, e lo fa anche con dei personaggi e un cast inusuale per gli standard del cinema italiano contemporaneo, anche se a mio parere rientra pienamente nella migliore tradizione della commedia italiana. Oltre alla vittoria ai David di Donatello, il fatto che il pubblico abbia reagito così bene è un bellissimo segnale.
Per fortuna, in Italia ci sono autori come Alice Rohrwacher, Jonas Carpignano e Matteo Garrone che, ognuno con la propria sensibilità, raccontano storie pionieristiche, alcune più marcatamente documentaristiche, altre più pittoriche, ma che comunque affondano le proprie radici in un’osservazione della realtà molto peculiare.
Sentivamo il bisogno di un documentario su Vittorio De Sica in questo momento storico?
Diamo per scontato che figure gigantesche come quella di Vittorio De Sica siano note a tutti e sempre presenti nell’immaginario collettivo. Purtroppo, viviamo tempi in cui si va dietro ai “documentari” crime e alle storie da tabloid che si consumano con la velocità di un cono gelato monogusto.
Invece, ci sono storie come quella di De Sica che hanno tantissime sfumature e che sono davvero importanti, perché raccontano di personaggi che hanno saputo rappresentare la storia del nostro paese come nessun altro e che continuano, attraverso la loro unicità, a influenzare tantissimi artisti in Italia e all’estero. I registi internazionali che hanno accettato di partecipare al mio film provengono da contesti completamente diversi: Scandinavia, Russia, Iran, Belgio e Stati Uniti. C’è qualcosa che è germogliato dal lavoro di De Sica e che continua a ispirare e a dare origine a cose bellissime.
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