Scroscia acqua da una fontana futuristica, i turisti scattano foto come se fosse un monumento storico. Forse lo è.

Sono reticente, ma devo farmi forza. Mettermi in fila. Dopo un quarto d’ora abbondante un uomo della sicurezza mi prova la febbre, poi mi fa passare. Al primo bivio un ragazzo mi domanda se voglio acquistare un prodotto o se ho bisogno di assistenza. Per l’acquisto non c’è coda, per l’assistenza…

Rispondo che avrei bisogno di entrambe le cose, devo comprare un telefono e visto che ci sono, vorrei anche far dare un’occhiata al computer. S’impalla di continuo e non capisco il motivo.

Il ragazzo ripete la domanda con un sorrisetto imbarazzato: «Acquisto o assistenza?»

Non c’è spazio per le sfumature qui. Non ci sono vie di mezzo, non si evade dal percorso prestabilito. Nero o bianco.

«Acquisto» rispondo allora, mettendo in ordine di priorità il telefono il cui audio non funziona più: senza poter ricevere telefonate non è vita, non esisto, sono fuori dal mondo. Tanto più che ne aspetto una importante.

Il ragazzo sembra sollevato: anche se ci ho messo quindici secondi in più del previsto, ho scelto. Sento le persone premere e mugugnare alle mie spalle. Ancora non sono entrata e ho già creato un ingorgo, inceppato il sistema.

Dentro 

Mi invita a scendere le scale. Lo faccio lentamente, forse un po’ esitante, sembra una cattedrale.

«Ciao» mi dice un altro ragazzo, uguale al precedente, che mi aspetta alla base delle scale.

Indossa una maglietta blu con il simbolo del brand all’altezza del cuore come tutti i colleghi. Il simbolo non è più gigante come un tempo, non ce n’è bisogno: sappiamo già tutto.

«Hai bisogno di un finanziamento o preferisci un unico pagamento?»

Rimango incerta quell’attimo sufficiente a innervosirlo, anche se lo nasconde molto bene, così bene che mi chiedo se non sia solo una mia suggestione.

«Non posso decidere dopo?»

«Finanziamento o pagamento unico?»

«Pago con la carta»

«Pagamento unico?»

«Pagamento unico», cedo infine.

«Cosa devi acquistare?»

«Un telefono»

Prima ancora che io possa accorgermene siamo a uno dei grandi tavoli di legno levigato e davanti abbiamo i quattro modelli disponibili, in mostra come gioielli, la luce ci bagna dall’alto, filtrando attraverso le vetrate.

Sono in un posto in cui la vita è stata riassunta al punto da svanire. Sono nell’aldilà.

Terminata la procedura d’acquisto (pagamento unico), il ragazzo mi indica un divanetto. Dopo qualche scattante mossa del suo pollice per far partire il trasferimento dati, il vecchio telefono diventa uno schermo nero mentre quello nuovo lo è ancora. Su entrambi una rotellina bianca gira. Gira. Il mio passato è nell’etere. Non più là, non ancora qua.

Il ragazzo mi ha lasciata sola, il suo compito è finito, e io devo solo aspettare.

«Aspettare quanto?»

Ma si è già allontanato, non mi ha sentita.

Allora aspetto. Ma appunto, quanto? Due minuti? Tre? Dieci? Osservo lo schermo e la rotellina.

Tempo rimanente: calcolo…

Inizio a sentirmi inquieta. L’ultima conversazione con la mia editor, la foto della nascita di mio figlio, tutte le note sul mio ultimo romanzo, il numero di telefono di mio marito che non ho mai imparato a memoria. Posso farmene una colpa? A questo punto…

Tutti i miei dati risucchiati in uno spazio-tempo indistinto. Non esistono più. Riemergeranno?

E se non lo faranno? Se la rotellina non si fermasse?

Tempo rimanente: calcolo…

La mia vita non c’è più.

Nel limbo 

Non posso andarmene finché non si risolve la questione. Quanto è passato da quando il commesso mi ha lasciata sola? Da quando la ruota ha iniziato a girare? Non ho modo di saperlo, visto che non ho un orologio. Potrebbe essere dieci minuti, come mezz’ora o un’ora. I raggi del sole, dall’alto, sembrano aver cambiato angolatura. Il tempo è passato.

Chi sono io senza il mio bagaglio virtuale? Sono la stessa persona che è entrata? O mi manca qualcosa? Sto vivendo, in questo momento? O sono in standby?

Con le mani sudate, prego che appaia il lasso di tempo preciso che mi separa dalla mia vita, da me stessa. Ho bisogno di un numero a cui aggrapparmi.

Tempo rimanente: calcolo…

Tutte le mie cose, nell’etere, intangibili, sono protette da una password che è una parola scema. Se mi chiedessero farei fatica a pronunciarla senza arrossire. Una parola seguita da un numero. Ora che ci penso il numero porta sfiga.

Il telefono non si riaccenderà? Perderò tutto? Dovrò ripartire daccapo?

Sono morta?

Tempo rimanente: circa 20 minuti.

Venti minuti e riavrò la mia vita? Venti minuti!

Nel frattempo mi è venuta un’idea per un racconto. Ma dove scriverla? Non mi sono portata dietro il taccuino. A fatica riesco a intercettare un assistente alle vendite, gli chiedo se per caso ha carta e penna.

La risposta è facile da immaginare. Il suo sorriso condiscendente pure.

La rotellina gira e continuerà a girare per altri quindici minuti, anzi no: 37 minuti. Ma come? Erano venti.

E ora: 45 minuti.

53 minuti.

No. Non resisto. Non posso resistere un’ora in questo limbo, sepolta in questa catacomba sfavillante. Se scappo perdo tutto? Perdo me stessa?

Mi è successo con il computer alla fine dell’adolescenza, un giorno si è spento e mai più riacceso. Ho smarrito per sempre tutte le foto. Non me ne è rimasta nemmeno una di quel periodo: non ho modo di sapere com’ero al liceo. Però so come mi sentivo. Quello lo ricordo.

Non è ciò che più conta?

Il numero di telefono di mio marito: non mi serve in questo momento. Vado a casa e glielo chiedo. Lo scrivo su un foglietto e me lo infilo nel portafoglio. Anzi: mi metto lì e lo ripeto mentalmente finché non l’avrò imparato.

Ma la telefonata che aspettavo? Eh, quella…

58 minuti.

Voglio urlare. Immagino che tutti si voltino di scatto.

La password del bancomat: nelle note del telefono.

Acchiappo un altro assistente alle vendite e imploro aiuto.

«Se ha un problema, deve mettersi in coda all’assistenza». Indica un punto lontanissimo, una coda lunghissima.

Piuttosto fuggo. E accetto di non ricevere mai quella chiamata. E cambio bancomat. E rinuncio alle foto. E divento un’eremita.

Un’ora e dieci minuti.

È che mi manca l’aria. Non è una scelta. Non posso rimanere un’ora e dieci intrappolata qui dentro senza la mia vita. E senza carta e penna per raccontarlo.

Uscirò di qui con due scatoline nere e inutili in mano, ma la certezza di essere sfuggita alla morte. O forse morta, senza più dietro alcuna traccia tangibile della mia vita. Con appena un corpo e un nome e cognome.

Tutt’a un tratto, però, proprio mentre medito la fuga, il nuovo cellulare vibra illuminandosi.

Benvenuta, appare scritto sullo schermo, e poi il mio nome. Il mio nome, appunto. Lo sblocco e appare la home. Casa. Le icone familiari, le anteprime dei messaggi che nel frattempo si sono accumulati. A che ora torni?, tutto bene?, perché non rispondi?, dove sei finita?. E altre notifiche, tra cui hai un ricordo di dieci anni fa.

Gli ultimi dieci anni della mia vita sono tornati nelle mie mani e quasi non so che farmene.

Felice dell’esperienza

«Sei felice della tua esperienza?» mi chiede un ragazzo all’uscita.

«Se sono felice della mia esistenza?»

«No, della tua esperienza qui da noi»

«Ah»

Non rispondo, questa volta, posso non rispondere, sono libera, mi dico, camminando a passo svelto verso casa, euforica, come se avessi appena scampato una sciagura, anche se non riesco bene a dire quale sia.

Sì, sono felice della mia esperienza.


Dal 29 al 31 maggio torna il festival Rovigoracconta, che inaugura alle ore 18,30 in piazza Vittorio Emanuele II. Il claim di quest’anno è Respira, un invito a ritrovare spazio dentro di noi in un tempo frammentato. L’occasione per trascorrere tre giornate dando spazio al rapporto tra interiorità e presente e alle numerose emozioni che si potranno provare suscitate dalla ricca proposta di incontri con alcuni tra i più importanti scrittori, giornalisti, artisti e volti della scena nazionale. Tra questi Stefania Auci, Franco Berrino, Dario Bressanini, Enrico Brizzi, Concita De Gregorio, Michela Marzano, Mariangela Pira, Andrea Pennacchi, Luca Bianchini, Eugenio in Via Di Gioia, Francesco Vidotto, Lorenza Gentile, Beatrice Mautino, Antonella Lattanzi, Simone Tempia, Rick DuFer, Vasco Brondi.

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