Non è una novità, ma ancora si tende a non ammetterlo: la letteratura, ormai da decenni, impara a ri-creare sé stessa anche imparando da forme narrative non propriamente letterarie. Il materiale per i romanzi, dunque, non proviene ormai più solo da altri romanzi.

A far sgranare gli occhi sono anche le infinite possibilità formali e contenutistiche che prosperano nel nostro presente, dominando la scena. Nascono in continuazione nuovi figli della narrazione ed è impossibile non ammettere che sì, la letteratura scritta non solo non ne è affatto immune, ma può imparare qualcosa. Per fortuna.

Le serie tv sono tra queste nuove gemme della narrazione. Negli ultimi tempi sono emersi in particolare due prodotti italiani su cui vorrei soffermarmi che, se avvicinati in questa ottica, sono in grado di smuovere delle riflessioni interessanti su un paio di temi urgenti per la salute del mondo del libro: la capacità di intendere la scrittura come gioco e, di conseguenza, le possibilità di rimaneggiare in modo ludico la vita della persona che scrive.

Mi spiego meglio.

Paludi

Provando a superare l’ormai iconico saggio di Walter Siti sull’impegno in letteratura, c’è da segnalare un’altra profonda palude in cui, chi opera nel mondo letterario, rischia di impantanarsi: l’idea che la letteratura sia sì intesa come perenne intrattenimento, ma un intrattenimento serissimo.

Chi fa libri e chi li fruisce si deve scontrare per forza con un qualche impegno etico-pedagogico (detto in altre parole: il libro deve insegnare qualcosa) perché si parli di letteratura. L’intellettuale è obbligato ad assumere una postura “autoriale”, con un ego scrivente oppresso dalla realtà e che, in quella realtà, rimesta i propri pensieri, producendo storie che spesso finiscono per essere solo espedienti per ponderosi attacchi a un mondo inaccettabile. La letteratura è greve, insomma, o non è letteratura.

Ma davvero non dovrebbe e potrebbe essere anche altro? Un gioco, magari. Un’attività creativa che coinvolge chi scrive e chi legge, senza mettere tra parentesi l’aspetto più ludico (non necessariamente distensivo) della pratica dello scrivere e del leggere.

Abbiamo riflessioni importanti in tal senso, senza uscire dal mondo del libro, che però, in questa ossidata impostazione dell’approccio al contesto letterario, vengono ripensati – se non addirittura revisionati. Dai capolavori di Raymond Queneau al Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, passando per considerazioni intense che negli anni sembrano aver perso almeno parzialmente il loro autorevole statuto – si pensi al Barthes de Il piacere del testo, o all’Eco delle Sei passeggiate nei boschi narrativi.

Gioco del sé

Questo invito alla leggerezza sembra vivissimo non più nei libri, ma nella serialità televisiva. In questa pesante impostazione di certa produzione letteraria circostante, risulta quasi disarmante la visione di opere seriali come il capolavoro Strappare lungo i bordi di Zerocalcare (su Netflix) o il primo gustoso esperimento in questo ambito di Carlo Verdone, Vita da Carlo (su Amazon Prime Video).

Queste serie tv si fondano su un meccanismo: quello del gioco del sé, lo stesso che praticavamo da bambini – «Facciamo che io ero... Facciamo che tu eri...». Zerocalcare e Verdone “fanno che loro erano” i protagonisti delle storie che raccontano in queste opere, in un processo che sembra mancare sempre di più nell’autofiction letteraria di questi ultimi anni – resa forse eccessivamente torbida nei tentativi di emulare il magistero di Emmanuel Carrère?

In questo senso, in letteratura, un esempio raro ma ormai nitido è quello di Teresa Ciabatti, che è riuscita ad allestire – rendendola esplicita, senza alcuna inutile posa – quella che Kendall Walton segnalava come la pratica della «mimesi come far finta».

Per il resto sembra di essere circondati da io ipertrofici che dimenticano un assunto banale ma forse appassito: le cose più importanti della nostra vita accadono fuori di noi. E dunque, per partecipare a queste cose importanti della vita attraverso il filtro dei nostri occhi, perché non tentare la strada del gioco?

«Facciamo che io ero la protagonista di questo romanzo», sembra dire Ciabatti nelle sue ultime opere. Allo stesso modo Carlo Verdone fa finta di essere un altro Carlo Verdone, producendo una strepitosa discrasia tra plausibilità e assurdità, tra universi concreti e un geniale perenne “what if...” che aleggia lungo tutta la storia della sua serie tv.

Zerocalcare si spinge ancora oltre, perché il suo è un racconto che ha così tanto a che fare con la sua vita da rendere irrilevanti gli eventuali punti in contatto con la sua biografia, segnando un’importante spaccatura tra il concetto di “vita” e il concetto di “vissuto”: non importa se le vicende raccontate da Zerocalcare sono bugie, invenzioni, finzioni, perché noi spettatori e spettatrici partecipiamo a quel gioco con l’unico desiderio di essere depositari di un racconto (attività che può sembrare scontata, ma oggi non lo è più).

E noi assistiamo a uno Zerocalcare che gioca, con sé e con noi, e il suo gioco ci diverte, certo: ma, come tutti i giochi che hanno a che fare con la vita, finisce per colpirci in faccia molto duramente con un’esposizione della realtà molto più brutale di qualsiasi non-fiction o qualsivoglia testo “impegnato”. Perché in queste forme di racconto del sé non c’è nulla di autoreferenziale: l’io di Zerocalcare e di Verdone viene fatto deflagrare, andando a comporre soggetti, oggetti, parole e pensieri in un mosaico straordinariamente inedito e trasversale.

Storie vivide

Foto Piergiorgio Pirrone - LaPresse 05-09-2021 Venezia Spettacolo 78. Mostra Internazionale d’arte cinematografica Red carpet del film Illusions perdues nella foto: Carlo Verdone Ph Piergiorgio Pirrone - LaPresse 2021-09-05 Venice 78th Venice Filmfestival Illusions perdues red carpet in the photo: Carlo Verdone

Dice bene Siti quando afferma che, oggi, le persone sarebbero interessate a un podcast in cui qualcuno intervista Emma Bovary molto più che a un romanzo in cui un uomo come Flaubert ne racconta la vita.

Ed è necessario sottolineare che, forse, questo denota da parte del pubblico una fame di contenuti umani, di storie vivide: e poterle raccontare ponendosi all’altezza dei tempi significa, probabilmente, sbrogliare le operazioni letterarie dai contenuti empirici (proprio come faceva un Flaubert, in effetti), magari proprio attraverso scritture capaci di rivelare quella giocosità che dovrebbe essere alla base di quel grande trucco che è la letteratura.

Se, come diceva Nabokov, la letteratura è nata quando un bambino è uscito da una caverna urlando: «Al lupo! Al lupo!», beh, bisognerebbe concentrarsi sull’attività che stava facendo quel bambino: stava giocando, “faceva che lui era” preda di un lupo – mettendo così tutto il suo villaggio in allarme, perché quel suo gioco è pericolosamente plausibile.

La letteratura, dunque, può forse riappropriarsi di formule ancora più inclusive, ma allo stesso tempo più efficaci.

C’è una vecchia canzone dei Sonata Arctica, My Selene, che si conclude con i versi: «La realtà fa tagli profondi: sanguineresti con me?». Ecco, chi scrive potrebbe riferirsi in questi termini al proprio pubblico, invitandolo a fare questo gioco sanguinoso, per condividere insieme le ferite del reale.

Come fa Verdone, che ci mette davanti (tra le altre cose) ai pericoli della solitudine, o ai rischi di una società in cui un comico potrebbe diventare sindaco di Roma; come fa Zerocalcare, che ci insegna – giocando – ad avere cura del nostro io del passato, segnalandoci quanto un ragazzo di Rebibbia, attraverso un gioco narrativo, può diventare simbolo di un’intera generazione.

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