Il film con protagonista John Turturro come borsaiolo che ruba una chiavetta USB alla persona sbagliata ti catapulta indietro di mezzo secolo, in quel glorioso cinema indipendente americano anni Settanta. Infinitamente lontano dal classico di Robert Bresson (Pickpocket, 1959 ), il film di Noah Segan ha la stessa forza di atmosfera e lo stesso sguardo su una città-mondo
Roma – È come essere catapultati indietro di mezzo secolo, in quel glorioso cinema indipendente americano anni Settanta, nella New Hollywood remota coi suoi losers iconici e quelle amate facce d’attore mai approdate alle cinquine degli Oscar. The Only Living Pickpocket in New York non è ancora uscito negli Usa ma uscirà anche da noi, per il corredo di devozione critica che lo ha accompagnato dal Sundance alla Berlinale e in tutte le selezioni di Festival che lo hanno preteso in cartellone.
Noah Segan, di professione attore, non è nemmeno ufficialmente catalogato come regista e sceneggiatore. Prima ha diretto una sola commedia horror, Blood Relatives. I Coen – soprattutto, non solo – hanno fatto di John Turturro uno dei nostri eroi senza data di scadenza, ma solo in Europa lo abbiamo considerato degno di premi. Corre voce però che per Barton Fink e Jesus Quintana sia finalmente arrivato il tempo della nomination, non al ritmo di Hotel California in cover dei Gypsy Kings ma con il sound jazz-funk dei nostri ricordi da boomers.
Alla Festa del Cinema di Roma arriva con uno score del 98 per cento su Rotten Tomatoes, nel manipolo dei best of 2026. Ma è molto più di una singola prova d’attore. È un carrello sulla generazione analogica a confronto con la New York di oggi, un thriller minimalista condito di nostalgia sulla fauna della microcriminalità marginale. Che fa centro perché attorno a Turturro si muovono interpreti che condividono la sua stessa storia no-mainstream, come Steve Buscemi e Giancarlo Esposito, e un’attrice dotata per i cammei dissonanti come Jamie Lee Curtis.
La New York dei “sopravvissuti”
Harry Lehman-Turturro è un borsaiolo, un pickpocket, un artista del borseggio incanutito. Mimetizzato dal vecchio pastrano di tweed che ha i suoi stessi colori e parla di giorni migliori, la sua “scena del crimine” sono di norma i vagoni della metro, in un mondo però che ha archiviato i contanti, in cui i cellulari hanno i codici, le carte di credito si disattivano al volo e per cautela l’orologio di marca si lascia a casa. È un sopravvissuto in lotta per sopravvivere tra nuovi parametri che non controlla. I suoi simili non hanno più cittadinanza nella New York gentrificata, segnata da diseguaglianze abissali, opulenta tra la miseria.
Sono i fantasmi della Grande Mela di ieri, ma Noah Segan li racconta con la vivezza e l’adesione dell’old style indie resuscitato, quello legato per vocazione alla parte “sbagliata” dell’umanità. L’umorismo dei dialoghi di Harry con l’amico del cuore e ricettatore Steve Buscemi nasce dalla complicità sorniona di due vecchi combattenti del cinema “altro”. Ne portano addosso le stimmate e la consapevolezza agrodolce. Almeno però Buscemi ha una figlia-aiutante che mastica le nuove tecnologie e gli rifila insipide tavolette gluten free.
Harry invece nel suo buchetto nel Bronx ha solo una moglie amatissima e gravemente disabile, per cui ha imparato a fare tutto: dal catetere alle letture (superflue), fino alla danza scatenata su Native New Yorker degli Odyssey che esplode come sola evasione dalla precarietà del bisogno. È un film old style, The Only Living Pickpocket in New York… anche perché ricama i dettagli, scolpisce anche i personaggi minori con poche battute.
C’è solidarietà tra il vecchio malvivente e il detective Giancarlo Esposito, che aspetta la pensione per poter leggere quel Moby Dick di cui gli hanno detto un gran bene. Ma è sapiente anche il prologo del film, che accende la luce sul mestiere di Harry solo al termine di una mini-storia esemplare. C’è un colletto bianco che affronta la sua ordinaria giornata di lavoro, ufficio di lusso, lunch tra businessmen, brindisi pomeridiano e portafogli svanito. Sulla metro – è un lampo – l’aveva sfiorato un tizio con uno strano cappotto sale-e-pepe.
Lo scontro tra passato e presente è all’origine del disastro. Con uno dei suoi trucchetti Harry sgraffigna la borsa da palestra di un ragazzotto arrogante, Gen Z, auto d’epoca e giubbotto firmato. C’è poco di buono nella refurtiva, anche una chiavetta USB che borsaiolo e ricettatore nemmeno sanno a che serva. Sventura vuole che il ragazzotto Dylan (Will Price) appartenga al crimine organizzato, famiglia potente e capacità di attingere alle telecamere diffuse ovunque come la cacca dei piccioni. Al punto di ricavare le impronte digitali da una bottiglietta che il ladro ha buttato via. «Certe cose non cambiano», è il mantra degli amici e sodali. Ma adesso la città ha mille occhi.
Analogico versus digitale
Quella chiavetta insulsa contiene una fortuna. È il simbolo stesso di una tecnocrazia che rottama i ritardatari e il loro alone di grazia vintage. Quando Dylan e amichetti gli si piazzano in casa, Harry dovrà precipitarsi attraverso i cinque distretti per ritrovare il maltolto. Non per salvare s stesso dalla vendetta, ma almeno sua moglie.
È una cerimonia degli addii, alla vita, ai rimorsi, a una New York dagli spazi urbani trasfigurati nelle riprese struggenti di Sam Levy. Seguendo un uomo che chiede informazioni per strada invece di usare il GPS come il resto del mondo. Nel poco tempo concessogli, Turturro si concede una deviazione nel Queens. Perché tutti abbiamo una storia complessa alle spalle, anche il più insignificante inquilino di questo pianeta. Al passato di Harry appartiene Kelly (Tatiana Maslany), figlia della prima famiglia dimenticata. È una tappa di dignità e di riconoscimento reciproco. Si dice poco, si capisce molto. Un’altra pennellata sulla figura mite del "fuorilegge” al tramonto.
Prima che il condannato si lasci imbarcare nell’auto della formidabile – ma non odiosa – matriarca Jamie Lee Curtis, diretto verso la fine, sono successe alcune cose sorprendenti che scopriremo in chiusura. E che non hanno niente a che fare con la rassegnazione.
È una storia di resilienza travestita da noir urbano. I tuoi amici resistono con te, e i testamenti non sono tristi per forza. Infinitamente lontano dal classico di Robert Bresson (Pickpocket, 1959), il film di Noah Segan ha la stessa forza di atmosfera, lo stesso sguardo su una città-mondo in cui la folla può nasconderti, mai cancellarti. Bresson raccontava tutto in 75 minuti, Segan lo fa in 88. Si può fare.
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