È il Leone d’oro delle pari opportunità: a May El Toukhy per Woman Unknown, all’unica regista donna (insieme alla documentarista di Naza, Rachel Szor) in concorso, per un’opera rispettabile, ma niente di più. Non è ben chiaro se a un festival si deve premiare la sacrosanta battaglia delle registe per sfondare il soffitto di vetro o la qualità del film. In più: a Venezia non valeva la regola di un solo premio per ogni film? Invece Woman Unknown ha strappato anche la Coppa Volpi per la miglior attrice, Mathilde Arcel, al primo ruolo da protagonista. Ha vinto il migliore?

Per fortuna non hanno tagliato fuori del tutto il vero gioiello di questa Mostra 83, Wild Horse Nine (John Malkovich Coppa Volpi), Un bon petit soldat di Stéphane Brizé (sceneggiatura), Naza (premio speciale della Giuria), e quello strano oggetto di Dau di Il’ja Khrzhanovsky (regia), che in effetti suggerisce quel premio per una piccola parte del film. È poco educato di norma ignorare il cinema del Paese ospitante, ma questo è avvenuto. Resta la domanda: li hanno guardati bene i giurati, i film in concorso? Domani è un altro giorno.

Qualcuno ricorda cosa risponde il Peter O’Toole di Lawrence d’Arabia ad Anthony Quinn che gli chiede per quale ragione deve prendere Aqaba? «Per il tuo piacere». Checché se ne dica, «per il tuo piacere» è sempre la bussola giusta anche per scegliere un film. Mai e poi mai il medagliere di un festival somiglierà a quello che detta il tuo cuore. Ma ho sempre trovato screanzato verso il lettore quell’esercizio da saputelli, pontificare sui premi – dati o negati – a film che chi scrive ha visto, e chi legge no.

Ha molto più senso mettere in fila, da dilettante a vita rivolta a dilettanti non meno patiti di cinema (nel doppio senso del diletto e della competenza approssimativa che ci accomunano), i titoli del concorso che, dalla Mostra alle sale, inchiodano alla poltrona. Non è una contro-classifica, sono le dritte che passi agli amici perché ti restino amici.

I consigli

Wild Horse Nine, di Martin McDonagh, perché ha quel tipo di sceneggiatura sulfurea che scatena l’applauso a scena aperta. Un settantennio di killeraggi Cia sullo scacchiere mondiale affidato ai battibecchi tra due giganti, John Malkovich e la sua “spalla” Sam Rockwell, veterani di golpe e assassinii presidenziali. Il nesso tra un Cile dove il governo Allende sta per essere cancellato nel sangue e i Moai dell’Isola di Pasqua è irriverente fantasia artistica del drammaturgo-regista McDonagh. Pura commedia nera d’autore e apoteosi di Malkovich, che un Oscar non lo ha vinto mai. Questa volta o mai.

Naza, di Yuval Abraham e Rachel Szor, perché la macchina pianificata dello sterminio di massa di civili a Gaza è raccontata in prima persona da ventiquattro ufficiali dei Servizi Segreti e soldati, autori diretti di stragi. Coprodotto da The Guardian, produttore esecutivo il Jonathan Glazer Oscar per La zona d’interesse, è un film d’inchiesta israeliano al cento per cento, per arginare il negazionismo di parte. Premessa governativa: a Gaza non ci sono innocenti. La morte targata Ia.

Un bon petit soldat, di Stéphane Brizé, perché porta a tetralogia la trilogia sul lavoro salariato del Ken Loach francese, e il perno questa volta è tutto al femminile. La bravura di Alba Rohrwacher, promossa a front woman dopo Le occasioni dell’amore, è stata il cardine della conversione. Vincent Lindon c’è ancora, ma nel supporting role dall’altra parte della barricata. È il Ceo di una mega-società di assicurazioni che si vende ai nuovi talenti come la Città del Sole campanelliana. L’utopia del Lavoro Felice nasconde l’inferno. Il “soldatino” stritolato dagli ingranaggi è Alba, responsabile delle Risorse Umane. Sono le donne a patire più a fondo l’indecenza dello sfruttamento.

Possible Love, di Lee Chang-dong, perché è la Corea del Sud della devastazione capitalista che ristruttura aziende, butta migliaia di addetti in mezzo alla strada e reprime con i pestaggi gli scioperi a oltranza. Bandiera Netflix, dura quasi tre ore, ma il rigore sociale del regista fa parlare gli operai veri. La storia-guida è quella dell’incontro impossibile tra una coppia proletaria e l’upper class coniugale di una documentarista con l’hobby dell’ impegno. Lo scavo nell’ipocrisia della seduzione (“Sto cercando di affezionarmi ai miei soggetti”) e nel suo progressivo smascheramento è un gioiello.

Un po’ di luce, di Ali Asgari, perché in 87 minuti condensa l’Iran in fiamme di questo 2026 affidandosi a una piccola storia privata. E’la giornata di un medico aspirante suicida che la vita assedia con le sue ragioni ostinate, con gli affetti, i doveri, i barlumi di luce che le danno significato. Emana calore umano, fa ridere e piangere senza tentazioni retoriche e senza indorare la pillola. Lo spirito popolare è un’arma di resistenza.

Laperfezionein87minuti

L’estranea, di Paolo Strippoli, perché è un horror pop da salotto buono del genere, con il talento per i dettagli e la nobiltà estetica che segnalano un autore in crescita. La saga familiare con eventi splatter rivisita in fusion i Buddenbrook e il Faust. Valeria Bruni Tedeschi, divinamente diabolica, carica la sua Estranea di un sublime cinismo che stempera il soprannaturale e sparge ironia sul sadismo verbale dei suoi baratti: sangue per sangue, vita per vita. La hybris di mamma Jasmine Trinca è il motore: pretende di controllare il destino della nidiata, la casualità delle umane vicende. Un trentatreenne firma un cinque stelle di categoria.

Bunker, di Florian Zeller, perché equivoca sulla piramide, quella dei faraoni e quella sociale, la forbice deflagrante fra troppo ricchi e troppo poveri. Sarà la causa dell’Apocalisse, secondo il prepper Paul Dano, tycoon dell’alta tecnologia, che commissiona all’ archistar Javier Bardem un bunker di lusso da costruire alle Hawaii. A forma di piramide rovesciata, perché i Musk e i Bezos «sono i faraoni moderni, vogliono essere immortali». La crisi matrimoniale di Bardem e Penelope Cruz, al loro decimo film insieme, è il filo conduttore intimista. La finestra abusiva di un povero diavolo trasporta lo scontro di classe nel giardino di casa.

Dau, di Ilya Khrzanovsky, anche se dura più di tre ore ed è un’entità magmatica, esagerata, incontinente per vocazione. Copre quattro decenni di vita del premio Nobel per la Fisica Lev Landau, a riluttante servizio della ricerca militare segreta dell’Urss. Dau è il progetto-monstre che da oltre vent’anni monopolizza l’esule russo regista. Nel set-città di Charkiv, Ucraina, ha riprodotto in vitro la vita nel totalitarismo sovietico. Protagonista il direttore d’orchestra greco Teodor Currentzis. Chi sopravvive ai (molti) abissi di noia mortale è premiato da esperienze visive che voi umani...il seguito è noto. Si spera che quei momenti non andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. Fine della citazione.

Serpenti, di Roberto De Paolis Maino (concorso-bis di Venezia Spotlight), perché è la risposta italiana a Quentin Dupuieux, icona francese della satira surreale. Come il primo Dupuieux (oggi meno brillante), i fratelli D’Innocenzo sceneggiatori sfracellano in chiave grottesca la disattenzione dell’Ordine Costituito in materia di femminicidio. C’è un colpevole (Leonardo Lidi) che implora di farsi arrestare. Una filiera da paradosso kafkiano glielo rende impossibile. Esilarante Alessandro Borghi, con Pietro Castellitto e Valeria Golino in cameo. Il grottesco come difesa immunitaria. 

Il fuoco che ti porti dentro, di Edoardo De Angelis, perché l’idea di trasferire nel cinema il romanzo omonimo di Antonio Franchini diventato di culto era pura follia. Grazie a Francesco Piccolo, Ilaria Macchia e De Angelis stesso, è il più sorprendente adattamento letterario degli ultimi anni, e il più Sturm und Drang, il più infedelmente fedele. Duecentoventiquattro pagine strizzate in una serata di carnage natalizio, con la furia devastante di Angela – la Madre del romanzo-memoir – che si fa carne, viscere e sangue. Inutile il tifo tricolore per Vanessa Scalera Coppa Volpi: magari ci ha rimesso la Mostra.

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