È anche troppo vero – rispose Gargantua – che la tonaca e la cocolla attirano ogni sorta di obbrobrio, ingiurie e maledizioni del mondo, così come quel vento chiamato Cecias attira le nubi. E la ragion perentoria è che essi mangiano la merda del mondo, cioè i peccati, e come masticamerda sono ricacciati nei loro covi, che sarebbero i loro conventi e monasteri, e separati da ogni civile consorzio come stan separati i cessi nelle case. Ma se poi pensate al perché una scimmia in una famiglia sia sempre punzecchiata e schernita, capirete perché i monaci sono respinti da tutti, vecchi e giovani: la scimmia non fa la guardia alla casa come il cane, non tira l’aratro come il bue, non produce né latte né lana come la pecora, non porta carichi come il cavallo: il suo mestiere è scacazzare e guastare dappertutto […] similmente un monaco (voglio dire i monaci fannulloni) non lavora la terra come un villano, non difende la patria come l’uomo di guerra, non guarisce i malati come il medico, non ammonisce né addottrina la gente come un buon predicatore evangelico o un pedagogo, non apporta cose necessarie comode al mondo come un mercante.

François Rabelais

Quello di critico letterario è stato un mestiere che ho abbandonato sul più bello, più di vent’anni fa; pare che lo sapessi fare, mi divertiva e mi garantiva un minimo sindacale di dignità. Ma chissà che nei miei romanzi, che da allora mi hanno assorbito quasi completamente, quel mestiere non sia stato proseguito con altri mezzi. Solo il filone ‘pasoliniano’ è continuato, un po’ per inerzia e un po’ per senso di responsabilità, non ci si libera così facilmente dell’etichetta di ‘esperto’. Così, avendo riunito qui i miei scritti non pasoliniani mai raccolti in volume, il primo rimpianto è proprio quello di aver dedicato tanto tempo lavorativo a uno scrittore come Pasolini, certo interessante e importante nel suo contesto ma non di primo rango, non un classico di quelli di cui non si può fare a meno.

Avrei dovuto (e voluto) scrivere un saggio su Leopardi romanziere: avevo cominciato a scriverlo quando partì nella mia testa Scuola di nudo, ci ho tenuto qualche conferenza ma non ci ho mai scritto niente – resto convinto che il mancato trasferimento di Leopardi a Parigi, da lui più volte progettato (se non fosse morto a trentanove anni), sia una delle grandi occasioni perdute della letteratura; e quando a Charles Lebreton nel 1836, quindi coi Canti sostanzialmente finiti, scriveva «je n’ai fait jusqu’ici que préluder», certamente pensava a un romanzo oltre che a una sua grande opera filosofica. Restano vari incipit autobiografici, poche paginette: Vita abbozzata di Silvio Sarno, Supplemento alla Vita del Poggio, Storia di un’anima scritta da Giulio Rivalta, eccetera. A fermarlo è stata la convinzione che «la poesia sta essenzialmente in un impeto» (Zibaldone, 29 agosto 1828) e la fisima che il protagonista romanzesco non possa essere brutto («ogni menoma imperfezione corporale suppostagli guasterebbe ogni effetto» (idem, 13 settembre 1821). Allora i nomi-schermo erano necessari, non esisteva l’autofiction: anche in poesia al suo alter ego Consalvo cambia l’età passando dalla prima versione alla definitiva – ventitré anni fittizi invece dei trentatré reali, un «a mezzo / il settimo lustro» che diventa «quinto». I Canti stessi non sono esenti da una struttura che pur di apparire autobiografica utilizza vere e proprie “contraffazioni d’autore”: finge di essere a Recanati (dove non torna più da parecchio) quando ascolta dalla torre il canto del passero solitario, aggiunge due versi a Alla luna per darsi arie da saggio già al tempo dei primi idilli. (Qui forse si nasconde un altro motivo che l’ha trattenuto dal romanzo: il suo è un “io” che non sopporta di avere torto). Le doti di memoria realistica e di ascolto della lingua popolare non gli mancavano: dal «porca buzzarona» rivolto a una lucciola da alcuni giovinastri recanatesi, prontamente registrato nello Zibaldone, alle «pere moscadelle» dei ricordi d’infanzia, fino a quel grido di una donna che non poteva avere figli da lui ascoltato mentre bastona una cavalla pregna, «tu gravida e io no!».

La finezza psicologica non è indegna di Stendhal: «Una giovane nubile educata parte in monastero, parte in casa con massime da monastero, esortava la sorella di un giovane parimente libero, a volergli bene, e le ripeteva questo più volte, e con premura, cosa di ch’io informato credetti che questo potesse essere un artifizio dell’amore, che non potendo a cagione della di lei educazione monastica operare direttamente, operava indirettamente facendole consigliare altrui un amore lecito, verso quell’oggetto, ch’ella forse si sentiva portata ad amare con amore ch’ella avrà stimato illecito». Siamo al 1819, lui aveva solo ventun anni ma era attentissimo alle rivelazioni involontarie dell’animo e alle sue ambivalenze («ma non t’accorgi, diavolo, che tu se’ bella come un angelo?» – sentito da parte di un marito geloso, i corsivi sono leopardiani). Nemmeno la crudeltà gli manca: sia quando riflette sui padri che hanno figli più dotati di loro, sia quando disegna il ritratto di una madre così bigotta che «considerava la bellezza come una vera disgrazia, e vedendo i suoi figli brutti o deformi, ne ringraziava Dio» (povera Paolina!), o che invidiava i vicini a cui i figli erano morti giovani «perché questi eran volati al paradiso senza pericoli, e avean liberato i genitori dall’incomodo di mantenerli» (Zibaldone, 27 novembre 1820). Si riferiva a sua madre, naturalmente, ma il coraggio dell’accusa diretta l’avrebbe avuto solo andando via da Recanati e anzi dall’Italia.

Mi capita di fantasticare su cosa avrebbe potuto essere il suo incontro col quasi coetaneo Balzac, realistico e visionario. Se avesse parlato col creatore di Vautrin e di Paquita Valdès, forse l’omosessualità scoperta a Napoli avrebbe trovato la via del romanzo, sia pure con nomi fittizi; e che dire dell’elogio dell’alcol e della droga nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare, e l’accenno al robot che potrebbe «rifare del tutto il genere umano» nella Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi? Certo, avrebbe dovuto snellire la lingua arcaica delle Operette, ma anche in questo una lontananza dall’Italia, a Parigi o a Londra, l’avrebbe aiutato. Il suo Tristano deve qualcosa al Tristram Shandy di quello Sterne che lo aiuta a rivalutare il riso: «grande tra gli uomini e di gran terrore è la potenza del riso […]. Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo» scrive nel settantottesimo dei Pensieri. Per lui, è vero, lirismo e sarcasmo si incontrano solo poche volte, quando ci sono le Operette non ci sono i Canti – ma il giovane Baudelaire gli avrebbe fatto leggere la sua preghiera a Dio: «que je ne suis pas inférieur à ceux que je méprise» (recitata in un ‘poema in prosa’, forma nuovissima che lo avrebbe liberato dal petrarchismo). In Italia rivelare le proprie debolezze era solo oggetto di scherno («Il proprio petto / esplorar, che ti val? Materia al canto / non cercare dentro te» scrive nella Palinodia). Certo non avrebbe mai avuto la sublime pazienza di Manzoni, ma quanto mi manca quel romanzo pubblicato in un ipotetico 1845, che avrebbe marcato l’ingresso del romanzo italiano nella modernità, vent’anni prima degli Scapigliati!

Meno privato e meno preciso, perché a quello ci ho lavorato davvero pochissimo, sarebbe stato il mio sognato saggio sul comico in Proust. A pensarci superficialmente non sembra, ma capita spesso leggendo la Recherche di sorridere, ridere o anche sghignazzare. Il sorriso può prendere la forma tenero-canzonatoria del ricordo di tante Léonie, decisa ormai a non alzarsi dal letto, che costringe la serva Françoise a compiere indagini se dalla finestra ha visto passare un cane «che non conosce»; oppure quella satirico-sociale dell’ebreo Bloch che si lamenta in spiaggia di quanto Balbec sia ormai piena di ebrei. La risata sullo snobismo universale può sfogarsi nel ritratto della guardiana dei cessi degli Champs-Élysées, detta “la marchesa” perché spiega a tutti che lei «sceglie i propri clienti», non è che accetti chiunque nei suoi “salotti”. Il riso si fa amaro nell’episodio tardo della Parigi ormai bellica, quando la ex Madame Verdurin (diventata principessa di Guermantes) è riuscita finalmente, mediante una ricetta medica, ad assicurarsi dei croissant per colazione, merce rarissima; così quella mattina, apprendendo dal giornale il naufragio del Lusitania, mentre piange gli annegati non può impedire che sul suo viso affiori la traccia di «una dolce soddisfazione». Lo sghignazzo compare nelle disavventure di Nissim Bernard, che si è infatuato di un garzone di fattoria non restio a concedere i propri favori: purtroppo il garzone ha un fratello gemello, rosso come lui e come lui simile in faccia a un pomodoro, tant’è vero che vengono soprannominati “tomate 1” e “tomate 2” – solo che il gemello è rigorosamente etero nonché fumantino, per cui ogni volta che il povero Nissim rivolge un’avance al gemello sbagliato si becca un occhio nero – al punto che quando sente qualcuno all’hotel ordinare dei pomodori, fa di tutto per sconsigliarlo. Ma il vero titolare del comico e della malignità feroce è il barone di Charlus: memorabile la risposta, gonfia di sprezzo per i titoli nobiliari concessi da Napoleone, al Narratore che gli chiede informazioni sulla principessa di Jena: «Ne ho sentito parlare, ma ho pensato si trattasse di una mendicante che dormiva sotto il ponte di Jena, e che avesse pittorescamente assunto il titolo di “Principessa di Jena” come si dice “la Pantera delle Batignolles”».

Malignità e ferocia che pare discendano direttamente da uno dei modelli empirici del Barone, il conte Robert de Montesquiou. (Anch’egli, come Charlus, si dichiarava «affetto da sordità intermittente», e a una signora che lo aveva invitato nel proprio palco a teatro, nota per essere una terribile chiacchierona, pare abbia risposto «molto volentieri Madame, non vi ho mai sentita nel Faust».) Forse il comico dà una chiave di interpretazione per tutta la Recherche quando si incontra con la morte: principale veicolo è il duca di Guermantes, il marito di Oriane. Ansioso di non perdersi un ballo in maschera, cerca di allontanare da sé le notizie sempre più gravi sulla malattia di un cugino – finché, mentre sta per salire in carrozza, gli dicono che il cugino è morto e lui ineffabile «ma no, si esagera, si esagera». Ancora peggio: a Swann, che ha appena confessato a Oriane di avere una malattia mortale, per non perdere la serata grida con affabile ottimismo: «siete più solido del Pont-Neuf, ci seppellirete tutti». Frivolezza come scandalo morale ma anche come lasciapassare, per Marcel, della consapevolezza che alla propria opera non sopravviverà. Il destino bisogna prenderlo in giro, rinviare la morte raccontando: Proust si è paragonato a Shéhérazade e avrebbe voluto che il proprio gigantesco romanzo fosse stampato su due colonne per ogni pagina, senza margini, come lo erano state nel Seicento le Mille e una notte tradotte da Galland. Marcel in abiti femminili, magari con quei tessuti orientaleggianti di Fortuny con cui aveva rivestito il suo autista-amante, Albertine. Che c’è di più ridicolo?

A Proust, in quell’altro mestiere che non è quello del critico, devo parte dell’idea dell’autofiction; un’altra parte la devo alla Vita nuova di Dante e agli studi di Marco Santagata. Terzo (o quarto) rimpianto, non aver saputo approfittare di quella ‘scuola pisana’ di dantisti che stava fiorendo mentre io ero lì: Santagata appunto, e Umberto Carpi e Mirko Tavoni e Fabrizio Franceschini, fino al più giovane Alberto Casadei. In questo volume ho voluto inserire un timidissimo saggetto dantesco, non per farmi bello con le penne altrui ma per segnalare come proprio da Dante io abbia succhiato l’idea di una “sovradeterminazione” necessaria a ogni testo narrativo.

Ulteriore (e stavolta più grave dal punto di vista della completezza critica) rimpianto è l’aver smesso di capire la poesia dopo quella scritta dai miei più o meno coetanei, diciamo dopo Patrizia Cavalli e Milo De Angelis. Mi ha confuso un vago senso di epigonismo, e la sensazione che la poesia fosse colpita da un incantesimo che la spingeva in un angolo della pubblica visibilità (commerciabilità) – le collane di poesia sempre meno desiderate dagli editori mainstream, i poeti sempre più rancorosi che se la cantano e se la suonano tra di loro. Mi è parso di capire, forse sbagliando, che la novità maggiore degli ultimi anni sia la poesia che impara a fare a meno dei versi, chiamando ‘poèmes’ non solo quelli che anche ai tempi miei si chiamavano poemi in prosa ma anche stesure di notevole lunghezza, testi che io catalogherei senza esitare come narrativa. Tanto più che la prosa romanzesca, col suo solito cannibalismo, ormai può permettersi ogni audacia stilistica e metaforica. Mi è parso (ma ripeto, ho il rimpianto di non averla studiata davvero) che si perdesse la dote più straordinaria dei versi, cioè la loro memorabilità; forse è per questo che ho provato a prendere sul serio i versi dei rapper e dei trapper, primitivi quanto si vuole dal punto di vista metrico ma cantati e ricordati eccome dai giovani. Nella sezione del presente volume dedicata ai versi i due contributi principali sono quelli su Iride di Montale e la recensione a Campana: finito in manicomio il secondo, e il primo che ebbe a dichiarare Iride un testo «sognato e poi tradotto da una lingua inesistente». Se la lirica è il genere letterario che denuncia più apertamente il fatto di subire una “dettatura”dall’alto, quindi una irresponsabilità dell’artefice, l’attuale bisogno di responsabilizzare eticamente la letteratura non può che avere la poesia in gran sospetto.

Nel 2000 dunque, grazie a un invito di Franco Moretti, ho trascorso i miei ultimi beati giorni in biblioteca; vi cercavo le testimonianze del fatto che il romanzo, almeno nella sua storia moderna, si caratterizza per essere il genere che scrive ciò che è proibito e per questo si mette nei guai. Anche per il romanzo vale quel che ho detto della poesia, anche al romanziere capita di dire quel che non sa di voler dire, come ho esemplificato nei due saggi su Silvio D’Arzo e su Gadda giallista. Però deve farlo in modo più comprensibile, deve sporcarsi le mani molto di più con la politica, l’etica e la cronaca. Ora mi pare che lo spirito dei tempi stia andando in senso contrario; la correttezza etica del messaggio è salita al proscenio, è diventato di moda il romanzo che aiuta a star meglio, che si pone come compito il progresso dell’individuo e della società, che della speranza si è fatto un emblema. Il romanzo come luogo sicuro, inclusivo, che si autocensura – ma questo sa farlo anche l’intelligenza artificiale, i suoi algoritmi sono tarati su una morale diventata il tappeto sotto cui nascondere la verità. La letteratura “disturbante” non è più, come la intendevo io, quella che va a conoscere il sepolto, ma quella che provoca brividi di compassione e di sessualità repressa alle booktoker. La letteratura classica è diventata un bene rifugio, un prodotto di nicchia come la musica classica. La nuova letteratura, che finge soltanto di esserlo, può fare a meno degli scrittori e si accontenta della AI guidata da editor intelligenti. Anche la narrativa ‘di conoscenza’ è destinata, come è accaduto alla poesia, a chiudersi in un parco giochi, praticata da individui meritevoli di un Tso.

Questo libro non è una raccolta di tutto quel che non è finito in volume, alcune cose le ho scartate perché non mi piacevano più o non c’entravano col discorso principale. Non ho voluto partecipare alla mia autotumulazione, no grazie. Soprattutto due sono le esclusioni significative: il lungo contributo scritto per la Storia della letteratura di Einaudi diretta da Alberto Asor Rosa, intitolato L’inconscio, e un saggio sulla Scuola delle mogli di Molière uscito su Nuovi Argomenti. Il primo ha un inizio farraginoso, si impantana in una discussione su misticismo e neoplatonismo ermetico, legati all’infinito dell’anti-logica della fantasia, per cui non ero abbastanza preparato (escludendo tra l’altro, e giuro che non so più dire perché, Ariosto); il secondo è l’applicazione scolastica di un metodo altrui.

Ma proprio questo fa emergere allo scoperto un tasto dolente: il seminario su Molière alla Scuola Normale era stato tenuto da Francesco Orlando, cioè da colui che ha insegnato non solo a me come si potevano applicare le scoperte della psicanalisi alla letteratura, senza cadere nel contenutismo. Il mio saggio sulla Scuola delle mogli era troppo succube del suo magistero, la lunga panoramica per Asor Rosa si abbrancava a Matte Blanco pur di non essere catalogata come “orlandiana”. (E chissà che perfino la rimozione di Ariosto… Orlando… l’inconscio tende strane trappole.) Un saggio troppo vicino per immaturità, l’altro troppo lontano per paura – per questo ho inserito nel presente volume un pezzetto che non è veramente un saggio critico ma piuttosto una personale resa dei conti, scritto in occasione di un convegno su Francesco Orlando tenuto alla Normale di Pisa nel maggio 2021: si intitola Come si digerisce un maestro fuori moda.

Insomma, spero che il volume che qui si presenta, con un indice che non segue l’ordine cronologico dei vari saggi ma piuttosto una loro consequenzialità ragionativa, e con una sessantina di pagine del tutto inedite, e con qualche nota attualizzante aggiunta ai vecchi pezzi, possa non apparire come un coacervo accademico per chiusura d’esercizio ma il testimone di una domanda che non ho mai smesso di farmi: gli scrittori possono esistere opponendosi alle retoriche mainstream, sorprendendo sé stessi, possono essere dei «masticamerda» come i monaci di cui parla Rabelais? Spero che in queste pagine si respiri il rumore di un critico (ancora, ostinatamente) al lavoro.

Dalla prefazione di Walter Siti al suo libro Il romanzo sotto accusa (per non parlar dei versi), in libreria dal 23 giugno

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