«Il cuore mi batte di gioia, di impazienza, di orgasmo. Solo, con la mia Millecento e tutto il Sud davanti a me. L’avventura comincia». Così, nel 1959, Pier Paolo Pasolini descriveva l’immaginario esotico del Mezzogiorno nel suo reportage La lunga strada di sabbia. Il Sud, marginalizzato nel discorso pubblico e istituzionale, veniva dipinto come sogno di conquista turistica con l’avviarsi della bella stagione: una narrazione spettacolaristica che, ripetendosi ciclicamente, elimina qualsiasi conflitto.

«L’estate è iniziata con la strage di Amendolara, non con l’immagine patinata delle coste», ci dice Marco Gatto, professore associato di Comparatistica e Teoria della letteratura all’Università della Calabria, autore del volume Il meridionalismo inquieto di Alessandro Leogrande. Inchiesta, impegno, militanza, edito da Altreconomia per la collana Le Talpe sul lascito teorico del giornalista e intellettuale pugliese scomparso nel 2017.

Mezzogiorno risignificato

«Conflitto significa caporalato, privatizzazione delle coste, estrattivismo», continua Gatto: «Per questo oggi il pensiero di Leogrande è così necessario». Al centro dell’analisi storico-letteraria vi è quell’«inquietudine» che per Gatto si traduce in postura critica nei confronti di un capitalismo feroce che, grazie agli apparati culturali, risignifica il Mezzogiorno tramite un turismo «selvaggio».

Il professore Marco Gatto
Il professore Marco Gatto
Il professore Marco Gatto

Ma se Pasolini sottolineava il conflitto di classe insito nel meridionalismo – ad esempio, a Ischia osservava gli operai che «lavorano come testuggini nere sotto il sole che ancora perdona» –, oggi le odierne narrazioni culturali di stampo meridionalista sono «un esercizio di stile, non uno strumento di impatto sui territori».

Per Gatto si tratta di un vero e proprio «suddismo acritico». «L’industria culturale – puntualizza l’autore – ha rovesciato i dispositivi letterari critici (da Gramsci a De Martino, fino allo stesso Leogrande) per promuovere il territorio, depoliticizzando un discorso che guardava al conflitto sociale». I rituali di magia e folclore, cari all’odierna industria culturale, per l’antropologo napoletano Ernesto de Martino erano invece testimonianza immateriale di «un dramma storico nel meridione novecentesco».

Gatto sottolinea come Leogrande, recuperando la tradizione di questi autori (nello specifico quella gramsciana), affermi che «il problema non è la modernità in sé, ma un’idea distorta di sviluppo che ha impresso una torsione di tipo spettacolare. E in questo la cultura ha una responsabilità negativa». Quale? «Quella di aver venduto il territorio, producendo narrazioni rassicuranti per i ceti abbienti, sfruttando il meridione come un safari vacanziero, percepito come un oriente interno in cui trascorrere una manciata di giorni all’anno».

Uno sguardo diverso

Eppure, il rapporto Svimez del 2025 sottolinea come la disparità territoriale tra Nord e Sud crei una migrazione economica e sanitaria sempre maggiore: ad esempio, quasi il 44 per cento dei pazienti costretti a ricoverarsi fuori regione risiede nel Mezzogiorno. Per non parlare dei trasporti, con la chimera salviniana del Ponte sullo Stretto, su cui ora sta indagando la Procura di Roma per corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio.

Lo studioso calabrese vede la stratificazione di tutte queste narrazioni politiche ed economiche con l’obiettivo di consolidare di nuovo il mito del buon selvaggio, con «un Mezzogiorno incontaminato che può salvarsi solo perché meridionale». Il fenomeno del turismo di massa, previsto in alcuni scritti da Leogrande, «acuisce la disparità sociale perché non governato, portando ricchezza solo per pochi».

Tuttavia, una lettura alternativa è possibile – afferma Gatto – perché è presente una «cultura antagonista, anche se ha spazi sempre più ridotti». Tutti «nessi gramsciani» presenti nell’opera di Alessandro Leogrande.

Per l’autore – guardando a Pasolini – il giornalista tarantino ha cercato di riportare la questione meridionale proprio su una dimensione conflittuale attraverso una sociologia delle classi sociali del Mezzogiorno, come con la figura del metalmezzadro dell’Ilva di Taranto. A dieci anni quasi dalla sua scomparsa, il libro mette al centro la grammatica filosofica del giornalista, mostrando la presenza di una teoria – solidamente umana – che si muove tra le parole dei suoi numerosi scritti. Una tensione verso il sacro che non va letta strettamente in senso religioso, come rimarca Gatto.

L’inquietudine di Leogrande – che aveva previsto diversi pervertimenti dell’identità meridionale – lascia uno spazio per l’utopia, intesa sempre come sforzo critico nello spazio pubblico affidato alla politica dei partiti. E allora si torna alla strage dei braccianti ad Amendolara, a quei conflitti invisibili nell’estate italiana ma che costruiscono un’identità meridionale controversa e non commercializzabile, tra sfruttamento agroalimentare e ricattabilità industriale. Per questo motivo, leggere Leogrande significa ritornare a guardare con «inquietudine» il bello che ci circonda.

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