Milano è una città che nasconde la bellezza, piena di luoghi in cui la custodiscono i ricchi. Poi arriva il Fuorisalone e tutti noi proviamo a cercarne un pezzettino. Ho deciso di di entrare nel palazzo che è il correlativo oggettivo del mio desiderio
Vivo a Milano da 15 anni e da quando ho messo piede in questa città la Torre Velasca è stato il correlativo oggettivo del mio desiderio. Ancora oggi non ho dubbi: se potessi strofinare una lampada magica a tema immobiliare, è lì che pretenderei di vivere, incastonata in quel fungo squadrato, più in alto possibile. Non mi sono mai immedesimata in nessuno quanto in Alberto Sordi nel Vedovo.
Questa settimana, per la prima volta, ci sono entrata. E forse si poteva già entrarci prima, ma non mi ero posta il problema finché un’amica non mi ha segnalato un’allestimento aperto al pubblico in occasione del Fuorisalone, cioè la settimana in cui fingiamo tutti di essere molto interessati al design per infiltrarci nei palazzi eccezionalmente accessibili solo per pochi giorni all’anno. È il più grande e il più vero luogo comune su Milano: è una città che nasconde la bellezza, la chiude nei cortili, negli androni, nelle torri più alte. La bellezza, a Milano, la custodiscono i ricchi.
In fila per il Fuorisalone
Poi arriva la settimana del design, ed eccoci qua, accalcati nelle strade come topi di fogna, tutti in preda alla smania di accaparrarci un pezzo di formaggio, una fettina di bellezza. Io per fortuna sapevo esattamente dove cercarla: al sedicesimo piano della Torre Velasca.
Decido di coronare questo piccolo sogno alle 15:30 di mercoledì, perché la Velasca è convenientemente collocata sulla strada per l’asilo di mio figlio e io ormai esco così poco da casa mia che nonostante la città sia presa d’assalto sono convinta di poter fare tutto in un’agile mezz’oretta. A chi vuoi che gliene freghi di vedere una mostra sul design polacco al mercoledì pomeriggio, mi dico uscendo baldanzosa, improvvisamente dimentica di 15 anni di Fuorisalone prima di questo.
Quando arrivo la fila per entrare fa il giro dell’isolato e io sento il rumore di vetri infranti che fa il mio cuore appena realizza che anche stavolta non vedrà l’interno della Torre Velasca. Poi l’occhio mi cade sul piccolo cartello “Press” in cima a una corsia vuota e se c’è una cosa che ho imparato in 15 anni a Milano è che se procedi con un passo sufficientemente sicuro entrerai ovunque. Mi sono imbucata ai funerali di Silvio Berlusconi con le ciabatte ai piedi, vuoi che non mi facciano entrare a un evento del Fuorisalone?
«Sono di Domani» dico all’ingresso per fornire una versione di me vagamente aderente alla realtà, ma avrei potuto dire «Sono del New York Times» o «editorialista di Cavalli & Segugi» o «sono Oriana Fallaci» e nessuno mi avrebbe fermato. Mi infilo in un ascensore con altri sedicenti giornalisti e salgo nel palazzo dei miei sogni.
Il mio traliccio
Non so cosa mi aspettassi. Forse la casa del secondo matrimonio di Don Draper, o un trilocale ben illuminato sorprendentemente sotto al mio budget di ricerca, ma alla fine l’emozione si disperde velocemente, mentre decine di sconosciuti mi girano intorno rovinando con la loro presenza il coronamento di questa storia d’amore. Simulando interesse per le sedie polacche che sarei venuta ad ammirare, traccio tutto il perimetro finestrato fermandomi per fare una foto ad ogni angolo panoramico, cercando di ripercorrere i miei luoghi della città.
Scopro che il mio palazzo ha un tetto spiovente, che gli stronzi accanto hanno un giardino al settimo piano, saluto dall’alto la finestra della mia prima casa da studentessa, da cui vedevo solo un angolino di questa gigantesca icona. Vedo l’asilo di mio figlio, il mio fruttivendolo costosissimo, intuisco il mio ufficio, e mi chiedo dove sarà la casa che ho visto qualche giorno fa e per cui stiamo valutando di fare un’offerta. «Lo vedi quel traliccio?» mi dice l’amico che è venuto con me (anche lui è del New York Times), «il tuo condominio sarebbe lì accanto». Un po’ mi deprimo perché da lì la Velasca non la vedrò più, ma a quanto pare vedrò un traliccio abbastanza grande per essere individuato a molti chilometri di distanza nello skyline milanese.
Incapace di non investire ogni momento della mia vita di valenza simbolica, mi aggiro tra gli arredi brutalisti congedandomi mentalmente dalla mia giovinezza. Anche nel bagno in cui mi chiudo a commuovermi in santa pace c’è una vetrata a tutta altezza sulla città. Da lassù scorgo la ragazza senza pensieri e senza lavoro che si è trasferita qui, sognando di fare la scrittrice, o qualcosa di simile.
È una bella giornata e insieme alle montagne all’orizzonte distinguo anche il profilo del mio futuro, la mia famiglia, i libri che non ho ancora scritto ma scriverò. Se aguzzo bene la vista, accanto al traliccio, riesco a scorgere anche un pezzo di felicità. O qualcosa di simile.
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