C’è un dialogo, nel nuovo film di Valérie Donzelli La mattina scrivo, che resta addosso più del resto. Il protagonista Paul, discutendo con la sorella, prova a difendere la sua scelta di lasciare il lavoro stabile e dice: «Ci sono schiavi pagati bene». Si riferisce al lavoro in azienda, alla sicurezza economica che, nella sua visione, si paga con la rinuncia a ciò che si ama davvero fare. Paul non vuole essere uno di questi “schiavi pagati bene.” Vuole scrivere.

È questa la premessa del film di Donzelli – premiato per la sceneggiatura alla Mostra del Cinema di Venezia e tratto dal libro autobiografico di Franck Courtès – interpretato con un minimalismo quasi ascetico da Bastien Bouillon. Ma quello che inizia come una piccola storia sul rapporto tra vocazione e lavoro diventa lentamente qualcosa di più: un ritratto molto preciso dell’economia contemporanea e delle illusioni di libertà che la accompagnano.

Gig economy

Paul una vocazione trasformata in mestiere l’ha già vissuta: faceva il fotografo. Ma ha deciso di mollare tutto per scrivere. Ha anche pubblicato due romanzi, ben recensiti. Solo che non è successo nulla. Non sono arrivati soldi, né stabilità, né una carriera. Così trova una soluzione che negli ultimi anni è diventata quasi un modello esistenziale: dedicare le mattine alla propria vocazione e il resto del tempo a lavoretti saltuari.

Si iscrive a una piattaforma digitale di piccoli lavori domestici. Nel film si chiama Jobber, ma il riferimento è evidente. In Francia (la storia è ambientata a Parigi) esiste un intero ecosistema di piattaforme simili – AlloVoisins, NeedHelp, Frizbiz – che funzionano più o meno nello stesso modo. Un cliente pubblica un lavoro: montare una cucina, riparare un lavandino, sistemare un terrazzo. I lavoratori fanno offerte. Chi propone il prezzo più basso ha più probabilità di essere scelto: la libertà promessa dalla gig economy si traduce così in una competizione continua. Nel film non c’è un capo visibile. Nessun manager, nessuna gerarchia. Solo uno smartphone. È lì che arrivano le notifiche dei lavori disponibili. È lì che Paul deve rispondere rapidamente per sperare di essere scelto. È lì che si costruisce la reputazione che decide se lavorerà ancora oppure no.

È il principio dell’algorithmic management: il lavoro organizzato e distribuito da sistemi digitali che classificano i lavoratori attraverso reputazioni, punteggi e velocità di risposta. Secondo la Commissione europea circa 28 milioni di persone nell’Ue lavorano oggi tramite piattaforme digitali, e il numero potrebbe superare presto i 40 milioni. Molti di loro sono formalmente autonomi ma economicamente dipendenti dalle piattaforme. Uno studio del Joint Research Centre europeo stima che oltre la metà guadagni meno del salario minimo effettivo se si considerano tempi di attesa, spese e costi operativi.

Nel film questa struttura economica non viene spiegata. Viene però mostrata. Paul accetta lavori sempre più pesanti e sempre meno pagati. Scopre la fatica fisica, e scopre anche qualcosa che nella retorica della libertà freelance si racconta poco: che il mercato dei lavoretti funziona quasi sempre al ribasso. Donzelli racconta questa discesa con un realismo asciutto. Paul passa dalle discussioni letterarie con l’editore a lavori manuali massacranti per pagare per potersi permettere di vivere a Parigi (ma potrebbe essere qualsiasi altra capitale europea, o Roma o Milano), città creativa che prometteva carriere culturali e che oggi sopravvive su un’economia invisibile di servizi precari.

La precarietà 

Ma il film introduce anche un’altra ambiguità, forse la più interessante. Paul può permettersi questa vita precaria. Non completamente, certo, ma può provarci. Può vivere in un piccolo monolocale che gli viene prestato temporaneamente grazie alla sua rete familiare. Può usare l’auto del padre per lavorare. Può contare su inviti a cena da amici e parenti quando i soldi scarseggiano, anche se spesso li accetta con una certa vergogna. Può continuare a frequentare un ambiente editoriale che tiene viva la speranza di un nuovo libro. In altre parole: può permettersi di vivere ai margini perché non è davvero solo. È una delle contraddizioni meno raccontate della precarietà creativa. L’idea romantica di vivere fuori dal sistema, dedicarsi all’arte o alle passioni, spesso è sostenuta da un capitale invisibile fatto di relazioni familiari, amicizie, piccoli aiuti economici. Non tutti possono permetterselo.

Qui entra in gioco un altro tema sotterraneo del film: l’immaginario dell’artista bohemien, del creativo disposto a vivere nella precarietà pur di difendere la propria vocazione. È un’immagine potentissima, che attraversa tutta la cultura europea dall’Ottocento in poi. Ma è anche un mito che continua a produrre effetti molto concreti sul lavoro culturale. Come ha mostrato la sociologa britannica Angela McRobbie nel libro Be Creative, il capitalismo culturale ha costruito negli ultimi decenni un vero e proprio “romanticismo della precarietà”, in cui la passione diventa una giustificazione per lavori instabili e mal pagati. E anche uno dei massimi studiosi mondiali del lavoro artistico e delle professioni creative, il francese Pierre-Michel Menger, ha descritto un fenomeno simile, nel suo Le travail créateur spiega come il mondo dell’arte funzioni da tempo come un laboratorio anticipatore della precarietà contemporanea: carriere intermittenti, competizione estrema, pochi vincitori e molti aspiranti.

In questo senso, Paul non è un’eccezione. È quasi una figura tipica del capitalismo culturale: qualcuno disposto a sopportare instabilità economica pur di restare fedele a un’identità creativa.

Fatto culturale

Il film acquista ancora più profondità se lo si mette in dialogo con un’altra storia sul lavoro e sulla semplicità: Perfect Days (2023) di Wim Wenders. Anche lì il protagonista compie una scelta radicale. Abbandona un passato privilegiato e decide di vivere una vita semplice a Tokyo, lavorando come addetto alla pulizia dei bagni pubblici.

Ma il senso del lavoro è completamente diverso. Nel film di Wenders quel lavoro non è degradante. Non è una caduta sociale. È un gesto quasi etico: pulire uno spazio comune significa contribuire alla vita della comunità. Il protagonista lo fa con precisione, con cura, con orgoglio artigianale. La dignità nasce dal lavoro fatto bene.

Il contrasto con La mattina scrivo è illuminante. Paul cerca libertà attraverso la fuga dal lavoro “normale”, ma finisce in una spirale di precarietà governata dal mercato e dagli algoritmi. Il personaggio di Wenders, invece, accetta un lavoro umile senza viverlo come una sconfitta, perché non ha bisogno di definirsi attraverso il mito della vocazione artistica.

In fondo Perfect Days suggerisce una verità semplice e spesso dimenticata: ogni lavoro è anche un fatto culturale. Non solo quelli delle industrie creative. Anche pulire un bagno pubblico, se fatto con cura e consapevolezza, può essere un modo di abitare il mondo.

Ed è proprio questa differenza a rendere La mattina scrivo un film profondamente contemporaneo. Non solo perché parla esplicitamente di piattaforme o algoritmi, ma perché racconta quella zona grigia in cui oggi si incontrano libertà, precarietà e privilegio. Dove, forse, la domanda più onesta non è se si può vivere delle proprie passioni, ma se esiste ancora un modo di dare valore al lavoro che non passi per il mito della vocazione.

© Riproduzione riservata