Dopo il successo de Le perfezioni, che ha parlato a una generazione cosmopolita mettendone a nudo le contraddizioni, in Una splendida rovina Latronico racconta il desiderio di smettere di vivere in città e provare a costruire altrove una vita diversa. «La metafora del fallimento non ci rende giustizia. Chi decide cos’è un fallimento e cosa no?»
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani e in edicola
Classe ’84, Vincenzo Latronico è nato a Roma e oggi, dopo tanto vagare, vive a Milano. Nel corso di molti anni, ha tradotto alcuni tra i più grandi capolavori della letteratura mondiale; da quelli di Fitzgerald a Orwell, da Dumas a Wilde. E ha esordito alla narrativa nel 2008, con Ginnastica e rivoluzione, Bompiani, che ha vinto il premio Giuseppe Berto Opera Prima. Di romanzi, poi, ne sono seguiti altri, e gli sono valsi altri premi; il Bergamo, il Napoli. La cospirazione delle colombe, La mentalità dell’alveare, Le perfezioni; tutti per Bompiani.
Ed è con Le perfezioni, Bompiani 2022, che è arrivato il successo.
Un successo internazionale gigantesco, con pochi precedenti per uno scrittore italiano. Semifinalista al Premio Strega 2023, vincitore del Mondello, il libro, che racconta di Anna e Tom, due creativi italiani che abitano a Berlino, in una vita apparentemente molto tranquilla, è stato tradotto in oltre cinquanta Paesi. E in inglese, nella traduzione di Sophie Hughes, nel 2025 è stato nella shortlist dell’International Booker Prize; secondo italiano a riuscirci, dopo un romanzo di Ferrante. È stato tra i migliori dell’anno per il New York Times, per il New Yorker e per l’Economist. E ha catturato l’attenzione anche del pubblico.
Un fenomeno singolare, insomma. Un romanzo che è stato in grado di parlare a una generazione cosmopolita, mettendone a nudo le contraddizioni.
Da poche settimane, Latronico è tornato in libreria. Il suo ultimo romanzo, in Italia per Einaudi, si intitola Una splendida rovina.
Questa volta, la storia prende le mosse da un desiderio: quello di smettere, per un periodo solo, o forse no, di vivere in città e provare a costruire altrove una vita diversa. Il narratore, trentatré anni, incontra Elsa, una giovane tedesca, in un monastero trasformato in comunità. I due si innamorano e, quasi seguendo la logica delle occasioni, vanno a vivere insieme. Prima in Francia e poi sulle coste del Baltico, là dove trovano una grande casa in rovina e su cui investono tutto ciò che hanno per ristrutturarla. Per renderla qualcosa di più di una casa: un posto condiviso, una possibile comunità, una promessa di vita nuova. Ma il raggiungimento dei nostri sogni, inutile dirlo, è difficile. E la loro natura in sé, spesso, dice molto dei luoghi, fisici ed emotivi, da cui fuggiamo.
Latronico torna quindi a raccontare i Millennial; lo fa ancora dall’interno, cioè da una posizione privilegiata. Lo fa con una lingua ottima e capace di lirismo, di toccare corde profonde, di entrare nel cuore delle cose.
Lo fa partendo dalla casa.
Latronico, in Una splendida rovina lei scrive che “Ogni storia è una storia di case”. È davvero così?
Ma no, è una boutade. Le storie vere sono quelle di guerra, migrazione, lutto, amore. Quelle che hanno a che fare con i grandi movimenti umani.
C’è un però?
Però per una popolazione in gran parte piccolo-borghese come quella italiana (una popolazione che non ha guerre in casa, il cui sistema sociale tiene e molti diritti civili sono stati acquisiti) il discorso abitativo è importante. E nel tempo è diventato un diritto. O, almeno, così è stato negli anni della nostra infanzia. Oggi, invece, è un problema. E non solo in Italia.
In passato dunque non lo era?
Meno. Mio padre faceva il saldatore, mia madre lavorava da casa e vivevamo in un appartamento con una camera per loro, una per me e una per mia sorella. Un’ottima sistemazione. Tempo fa, ho chiesto a mio padre quanto del proprio stipendio spendesse d’affitto, la risposta: non lo ricordo. Intendiamoci, era lo stipendio di un trentenne che lavorava da saldatore: niente di eccezionalmente remunerativo. Eppure non lo ricorda. Significa che per lui non era un tema.
Era parte dell’ordine delle cose?
Del patto sociale: se lavoravi avevi un posto. Chiaramente in base all’impiego e ai guadagni si poteva abitare in un appartamentino o in una villa. Ma la base c’era. Ecco, la nostra è la prima generazione che vede crollare questa certezza.
Difatti i Millennial hanno un’ossessione per il mercato immobiliare.
Io stesso mi fermo sempre di fronte alle vetrine delle agenzie immobiliari. Lo faccio per curiosità, non perché voglia comprare. Tant’è vero che negli ultimi anni ha assunto i contorni di un fenomeno, il property porn: sfogliare annunci immobiliari senza intenzioni reali. Sembra idiota, ma dietro c’è un malessere.
Come reagiscono i Millennial a questo malessere?
Ognuno a modo suo, però c’è ironia. Internet è pieno di meme sull’argomento.
Niente rabbia?
La rabbia nasce davanti alle ingiustizie, mentre noi abbiamo introiettato l’idea che questo sia l’unico sistema possibile, che la casa sia un privilegio, qualcosa che può pure esserti negato. E non dovrebbe essere così.
È una mancanza d’immaginazione politica e collettiva?
Be’, è come ha detto Jameson, “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. Uno dei più grandi problemi del nostro Tempo, credo, è che i sogni non sono svaniti, ma l’impulso collettivo sta pian piano venendo meno, tramutandosi in impulso individuale.
Questa disillusione sulla possibilità di un’azione collettiva mi sembra che nell’ultimo anno si sia scontrata con alcuni accadimenti. Penso alle piazze per la Palestina, ad esempio: c’erano tanti giovani.
Se ci ritroviamo davanti a qualcosa di concreto, capace di unirci, diamo prova di essere capaci di farlo. La mobilitazione in supporto del popolo palestinese, come quelle per il clima, quelle dopo il femminicidio Cecchettin, erano molto partecipate dalle generazioni più giovani della nostra.
Le ragioni?
Tante. La nostra disillusione passa anche per il G8 di Genova, ad esempio. Io credo che si sia un po’ persa la fiducia verso strumenti come le manifestazioni, l’unità. E vedere che per i più giovani non è così mi rincuora.
Crede siano strutturalmente meno disillusi?
Lo spero. E spero che negli anni sapranno reagire in modo coraggioso.
I nostri sono quindi dei fallimenti?
È un termine complesso, fallimento.
In effetti, leggendo il romanzo ho avuto la sensazione che l’autore volesse, consapevolmente, tenersene alla larga. I protagonisti commettono errori: certi sono dei veri e propri fallimenti. Eppure non pare li considerino tali.
È così. Lo stesso titolo potrebbe essere già, in un certo senso, il richiamo a un fallimento: ciò che è in rovina è già fallito. Però quell’aggettivo cambia tutto: la rovina di questo romanzo è splendida.
Vuol dirmi che non crede nel fallimento, qualcosa del genere?
Usiamo questa parola per definire esperienze di vita concluse, anche se, a ben vedere, appartiene al lessico delle imprese commerciali. Certo, è una metafora e la utilizziamo in modo naturale. Come: ho investito anni in questa relazione. Ed è giusto: le metafore ci servono per interpretare ciò che ci capita. Ma credo che quella del fallimento non ci renda giustizia. E poi mi domando: chi decide cosa sia un fallimento e cosa no?
Be’, noi. Dopo un adeguato lasso di tempo.
Scusi, e qual è questo lasso di tempo adeguato? Qual è il momento giusto per etichettarla, l’esperienza passata? Le faccio un esempio, tornando al libro. Per scriverlo, questo romanzo, mi sono ispirato a eventi reali. All’epoca della loro conclusione, ma anche poco dopo, li giudicavo dei fallimenti importanti. Oggi sono ciò che mi ha permesso di scrivere Una splendida rovina. E allora, hanno cessato d’essere un fallimento?
Capisco cosa intende. Quindi, però, mi sembra di capire che lei non riesca a realizzare immediatamente cosa sia un fallimento e cosa no.
No, naturalmente no. Ma chi sa farlo, in effetti? Abitare una situazione, restare un po’ lì dove ci sentiamo a casa, deforma il nostro sguardo e serve tempo poi per tirare le fila di quel che è successo. Non per etichettarlo, per capirlo.
A tal proposito, allora. I posti in cui si è sentito a casa?
Se intendiamo luoghi fisici, il quartiere Isola di Milano. Da bambino e poi da adolescente ho girato molto con la mia famiglia. Roma, Vicenza e brevemente Milano, Lussemburgo e di nuovo Milano, da lì sono andato a Berlino, da solo. Ma Isola è l’unico posto in cui mi sono sentito a casa.
Mi perdoni, e se invece intendessimo altri tipi di luoghi?
Allora le risponderei che ce ne sono stati alcuni, naturalmente. Come per tutti.
Tornando a Isola.
Quel quartiere è stato il primo posto che ho scelto in autonomia, per me stesso: ne ho un ricordo meraviglioso. Ho iniziato a lavorare attorno ai vent’anni, ed è stato allora che mi sono trasferito e che sono andato a vivere solo. Avevo un minimo d’indipendenza economica e volevo più libertà. Ovviamente stavo in doppia. Di soldi ne guadagnavo pochi, e dovevo sempre stare attento a farmeli bastare. Intanto studiavo. E conoscevo persone nuove, uscivo ogni sera. Sono stati anni felici e fondamentali, e in cui mi sono definito per ciò che ero e per ciò che volevo diventare.
Cosa voleva diventare?
Uno scrittore.
Dunque Berlino non è stata casa, per lei?
No, ci ho provato in tutti i modi, a farla diventar casa. Ma niente.
Nei suoi ultimi tre romanzi, però, la Germania è centrale.
Non sono romanzi che gravitano attorno all’Italia, è vero, ma per me non sono sulla Germania. Pensi, all’inizio Le perfezioni era ambientato nel quartiere di Nolo, a Milano. Poi l’ho cambiato. Quel che mi interessava era raccontare un modo di attraversare l’esistenza, non dei posti specifici. Va anche detto, però, che non volevo restare nel panorama della letteratura italiana, ma andare oltre.
Se la sente stretta?
È che non mi trovo nella gran parte della produzione letteraria contemporanea del nostro Paese. Narrazioni che molto, forse troppo, di frequente hanno a che fare con la Storia e lo stesso scenario pittoresco. E comunque all’epoca vivevo all’estero. Ero immerso in un discorso letterario diverso, anglofono.
Quindi non sente mai il desiderio di scrivere qualcosa che sia più nostro?
No.
Che significa oggi appartenere alla letteratura italiana?
È una domanda che mi pongo spesso e credo abbia a che fare con i modelli di scrittori che hai avuto da giovane. Tutti possono farsi ispirare da Del Giudice, Tondelli, Ortese. Ma se li hai letti a sedici, diciott’anni è diverso: li hai dentro. Penso che la tradizione sia pure una questione di cosa hai recepito quando eri più impressionabile, cioè da ragazzino. E il sentimento che erediti.
Latronico, ha citato Le perfezioni. Parliamone. Lei arriva da un successo estero enorme. Se lo sa spiegare, oggi?
A posteriori è sempre tutto più semplice, e soprattutto siamo sempre portati a unire i puntini così da far coincidere la forma con il risultato che conosciamo. Quello che sto per dire, quindi, va preso con le pinze. Ma ora dire che c’erano dei fattori che potevano far ben sperare è possibile.
Del genere?
Le perfezioni è uscito in Inghilterra per Fitzcarraldo, editore che si prestava a cavalcare la riconoscibilità del brand tramite uno status symbol molto preciso. Un Fitzcarraldo for dummies, tra l’altro, e cioè un libro con una buona qualità letteraria ma, al tempo stesso, assolutamente leggibile. Un Fitzcarraldo che si potesse esibire in certi ambienti.
C’era da aspettarselo: vuol dire questo?
Assolutamente no. Non se lo aspettava nessuno. Tutte queste sono soltanto le mie considerazioni a posteriori. Tanto che Fitzcarraldo stesso è stato sorpreso dal successo del romanzo. Quando l’ha comprato, non è che se l’è accaparrato a un’asta. Anzi, non lo voleva proprio nessuno. Lo stesso discorso vale per gli Stati Uniti: pareva che questa storia non interessasse a nessuno.
Il Booker Prize è stato importante, quindi, in tal senso.
È stato fondamentale, inutile dirlo.
Alla sua uscita in Italia, Le perfezioni è stato in dozzina al Premio Strega, ma poi qui non ha ricevuto le stesse attenzioni ricevute all’estero. Questo sa spiegarselo, invece?
Scrivendo, sapevo di puntare a delle persone che per me sono riconoscibili e, in un certo senso, specifiche. E le avevo chiare in mente. Nella loro esistenza, nella quotidianità. Ma solo dopo la pubblicazione ho realizzato che dovevano essere come degli alieni per gli italiani. In America e Inghilterra si è creato un meccanismo di riconoscimento: i lettori si ritrovavano in quei personaggi. Gli italiani no. E vedono il libro come una sorta di saggio antropologico su civiltà lontane. Evidentemente, l’atmosfera che ho respirato nei miei anni a Berlino ha impregnato la storia più di quanto credessi. Ed è distante da quella italiana.
Quindi il rispecchiamento di cui parla è avvenuto solo negli Stati Uniti e in Inghilterra?
Fondamentalmente, sì. In Francia, in Spagna, paradossalmente all’inizio pure in Germania il libro non vendeva. In tutta la Francia il romanzo vendeva copie come una singola libreria di New York. E questo nonostante il Booker Prize.
Le differenze tra l’editoria italiana e quella straniera?
So che si aspetta una risposta negativa, ma penso che l’editoria italiana sia in buona salute, tutto considerato. Rispetto a quella anglofona, alla francese, alla tedesca c’è più libertà, ricerca, sperimentazione. Un libro come Le perfezioni, in Italia è stato pubblicato da un grande editore, all’estero avrebbe faticato.
Perché?
Perché è un romanzo strano, troppo fuori dai canoni. Ma lo stesso vale per La straniera di Durastanti, per Niente di vero di Veronica Raimo o per Città sommersa di Barone: libri strani che all’estero sarebbero andati incontro a responsi negativi da team marketing preoccupati per le vendite.
Latronico, torniamo a Una splendida rovina. “Ogni storia è una storia di case”, ma ogni storia è anche una storia d’amore. Che amore è questo tra il suo protagonista ed Elsa?
È un’alleanza. Si incontrano e si riconoscono: è questa, secondo me, l’essenza del colpo di fulmine: riconoscere l’uno nell’altra qualcosa che fa pensare alla possibilità di un futuro diverso e condiviso.
Questo futuro diverso e condiviso è ambizione o fuga?
Dipende. Quando ci muoviamo andiamo verso qualcosa o via da qualcosa?
Entrambe, credo.
La realtà per me è questa. Poi, a posteriori, siamo noi stessi a decidere il senso di quel movimento.
Ma nel movimento?
C’è solo azione. Le faccio un esempio. Per anni mi sono trovato a dover dare una risposta alla domanda sul perché avessi deciso di trasferirmi in Germania. Ho dato tante risposte, sia in privato sia in contesti pubblici, parlando dei miei libri. E credo siano tutte vere. Mi sentivo in trappola nella carriera accademica italiana. Volevo fare lo scrittore. Volevo fare nuove esperienze. Volevo vivere tranquillamente la mia sessualità. Volevo abitare quel genere di libertà di cui si può fare esperienza soltanto in città grandi e creative come Berlino. Volevo trovare modelli culturali meno provinciali. Ecco, sono tutte vere, per me, pure se alcune sembra che ne neghino altre. Per cui non saprò mai se stessi andando o stessi scappando. Ma quello che mi dico, e che le chiedo, è che non importa.
Quando una relazione finisce, ciò che raccontiamo della relazione diventa ciò che è stato. Cosa detta le regole per la narrazione di quel che poi viene fuori? Nel romanzo è un tema.
Il sentimento predominante che hai dentro.
Latronico, scrivere questo romanzo è stato un modo per capire cosa fosse successo o per decidere cosa fosse successo?
In origine, un modo per capire.
E c’è riuscito?
Forse. In parte.
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