È significativo che in Francia la protesta sia ripartita proprio dalla scuola. Le rivendicazioni sono fondate su problemi molto concreti: insegnanti che mancano, classi troppo numerose, edifici inadeguati, risorse insufficienti, l’incertezza sul futuro e le critiche a Parcoursup, il sistema di accesso all’università.

La scuola è uno dei primi luoghi nei quali le contraddizioni di una società diventano visibili. Dentro un’aula entrano le disuguaglianze economiche delle famiglie, la precarietà, il funzionamento dei servizi pubblici, il costo della vita e, soprattutto, la possibilità o l’impossibilità per una generazione di immaginare il proprio futuro.

Gli studenti francesi hanno trasformato problemi vissuti quotidianamente nelle singole scuole in una questione collettiva. E lo hanno fatto anche attraverso modalità di organizzazione nuove, fluide e orizzontali, nelle quali la rete permette di costruire rapidamente mobilitazioni e connessioni che le forme tradizionali della partecipazione fanno sempre più fatica a creare.

Ma basta spostarsi dalla Francia alla Spagna per incontrare un’altra faccia dello stesso disagio sociale: il diritto alla casa. Mentre salari e redditi sono cresciuti molto meno, nell’ultimo decennio i prezzi delle abitazioni e degli affitti sono aumentati in maniera vertiginosa.

Il risultato è una distanza sempre più profonda tra ciò che si guadagna lavorando e la possibilità di permettersi un posto in cui vivere. La storia di Mariacarmen Abascal, diventata simbolo della protesta e finita tragicamente con la sua morte in ospedale a 87 anni, lontano dalla casa in cui aveva trascorso gran parte della sua vita e diventata ormai oggetto di profitto, racconta fino a che punto il diritto all’abitare possa soccombere quando una casa smette di essere il luogo in cui vivere e diventa soltanto un bene da mettere a rendita.

Scuola e diritto all’abitare

In Italia, la questione della scuola e quella dell’abitare si incrociano nelle storie di migliaia di insegnanti costretti a fare i conti con contratti precari, stipendi bassi e affitti sempre più difficili da sostenere nei territori in cui lavorano.

Una docente della scuola primaria, originaria della Campania, è stata immessa in ruolo quest’anno a 58 anni dopo una lunga esperienza nella scuola come precaria. Insegna da nove anni a Quarto Oggiaro, nella periferia di Milano e per un monolocale paga 800 euro al mese, utenze escluse. Il suo stipendio è di circa 1.400-1.500 euro. Più della metà se ne va quindi soltanto per avere un tetto sopra la testa, prima ancora di pagare bollette, spesa, trasporti e tutte le altre spese quotidiane. A Como una insegnante paga 700 euro di affitto per una stanza, cucina esclusa. Anche a Crema il costo di una stanza è di 500 euro, sempre cucina esclusa.

Un’altra insegnante racconta che dopo essere entrata di ruolo, con sede all’Isola d’Elba, non riesce a trovare una casa stabile.

In molti territori a forte vocazione turistica gli immobili vengono affittati al personale scolastico durante l’anno e poi, quando arriva la stagione estiva, tornano sul mercato degli affitti brevi a prezzi molto più alti, proprio come accade nelle grandi città dove è diventato proibitivo vivere con uno stipendio da insegnante.

Vivere dignitosamente

Dietro le proteste per la casa in Spagna e quelle degli studenti francesi c’è una domanda che riguarda sempre più anche il nostro Paese: quanto costa oggi riuscire a vivere dignitosamente del proprio lavoro?

Nel primo trimestre del 2026, secondo l’Ocse, i salari reali italiani erano ancora inferiori del 6,1 per cento rispetto al primo trimestre del 2021. I giovani lasciano la famiglia d’origine mediamente dopo i trent’anni. Gli studenti fuori sede fanno i conti con il prezzo delle stanze, mentre nelle grandi città anche chi ha un lavoro stabile può trovarsi a destinare una parte enorme dello stipendio all’abitazione.

Le vertenze restano diverse. Ma dietro molte di queste storie si intravede una questione comune: la distanza tra il lavoro e la possibilità di costruire attraverso quel lavoro una vita autonoma.

In Francia e in Spagna le contraddizioni del sistema sono riuscite a uscire dalla dimensione privata e a diventare una questione pubblica. In Italia le ragioni del malessere esistono, ma continuano molto spesso a presentarsi come frammentate. Eppure c’è un luogo nel quale queste storie si incontrano già ogni giorno che è rappresentato proprio dalla scuola.

Quello che accade nelle scuole francesi può essere letto come qualcosa di più di una protesta studentesca. La scuola è uno dei luoghi nei quali il conflitto sociale può diventare visibile prima che altrove incrociando diverse categorie della nostra società. Francia e Spagna mostrano cosa succede quando problemi vissuti individualmente diventano una questione collettiva. In Italia quelle stesse contraddizioni sono già davanti a noi, per voce di generazioni che chiedono, in fondo, una cosa semplice: poter immaginare il proprio futuro e vivere dignitosamente del proprio lavoro.

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