Il programma dei vannacciani non quantifica né i costi né i presunti benefici economici della remigrazione. Si fonda tuttavia sull’idea che l’uscita degli immigrati consenta consistenti risparmi per le finanze pubbliche. Il ragionamento presenta però due problemi di fondo
Il programma di Futuro nazionale non quantifica né i costi né i presunti benefici economici della remigrazione. Si fonda tuttavia sull’idea che l’uscita degli immigrati consenta consistenti risparmi per le finanze pubbliche: meno spese per la detenzione carceraria, per l’accoglienza, per i trasferimenti destinati agli immigrati e per l’edilizia popolare, oltre a minori costi per la repressione della criminalità e per il «degrado delle periferie».
Il ragionamento presenta però due problemi di fondo. Il primo è l’ipotesi che i lavoratori italiani possano sostituire integralmente quelli immigrati, un’assunzione che non trova conferma nel funzionamento effettivo del mercato del lavoro italiano. Il secondo è l’idea che la spesa pubblica destinata agli immigrati diminuisca proporzionalmente alla loro numerosità. Molte delle voci indicate da Futuro nazionale sono invece fisse o quasi fisse e, almeno nel breve e medio periodo, dipendono solo in misura limitata dal numero degli immigrati.
Costi immediati
C’è poi un elemento che il programma sembra trascurare: la remigrazione avrebbe innanzitutto costi immediati. Il solo rimpatrio dei cittadini extra-Ue, secondo una stima dell’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica di Milano, costerebbe circa 2,5 miliardi di euro.
A questo si aggiungerebbe la perdita di capacità produttiva. L’Osservatorio stima che, a regime, l’uscita di circa 1,5 milioni di lavoratori extracomunitari potrebbe determinare una perdita annua di valore aggiunto fino a 108,1 miliardi di euro, pari al 5,4 per cento del valore aggiunto nazionale.
Una parte di questa perdita potrebbe essere ipoteticamente compensata dalla sostituzione con lavoratori italiani. Ma difficilmente potrebbe esserlo per intero. Nel 2025 gli occupati extra-Ue erano circa 1,8 milioni, a fronte di circa 1,3 milioni di disoccupati italiani. Anche nell’ipotesi, irrealistica, di una sostituzione uno a uno, il numero dei disoccupati italiani non sarebbe dunque sufficiente a sostituire gli occupati extra-Ue: resterebbero scoperti circa 500mila posti di lavoro, poco meno del 30 per cento di quelli oggi occupati da lavoratori extra-Ue.
La sostituibilità
L’ipotesi della sostituibilità fra le due tipologie di lavoratori è ancora meno plausibile considerando la loro marcata eterogeneità e la concentrazione della domanda di lavoratori stranieri in alcuni settori. Nel 2025 turismo, agricoltura, costruzioni, servizi operativi e trasporto e logistica hanno rappresentato complessivamente il 65 per cento delle entrate programmate di lavoratori stranieri. In circa la metà dei casi, inoltre, le imprese hanno segnalato difficoltà nel reperire manodopera. La remigrazione rischierebbe quindi anche di accentuare problemi di scarsità di offerta di lavoro già presenti in un numero crescente di mansioni.
L’ipotesi di sostituibilità fra italiani e immigrati è poi ulteriormente indebolita dalle differenze nella struttura dei due gruppi: stando all’Istat, gli stranieri presentano una struttura demografica mediamente più giovane, mentre gli italiani presentano livelli di istruzione mediamente più elevati e una mobilità territoriale mediamente più bassa. Inoltre, gli immigrati contribuiscono alla sostenibilità del sistema previdenziale: la remigrazione ridurrebbe questa base contributiva, aumentando la pressione sulla finanza pubblica.
Il gettito fiscale
A questi effetti si aggiungerebbe una riduzione del gettito fiscale e contributivo. L’uscita dei lavoratori immigrati ridurrebbe infatti la base imponibile. La Fondazione Leone Moressa stima in 19,56 miliardi di euro le imposte e i contributi versati ogni anno dai cittadini nati all’estero. Assumendo, per semplicità, che le due popolazioni siano omogenee, si può stimare in circa 11 miliardi di euro annui il gettito fiscale e contributivo che verrebbe meno in caso di remigrazione, pari a circa un ottavo della spesa pubblica annuale per l’istruzione.
Resta infine la questione dei presunti risparmi di spesa. Le voci indicate da Futuro nazionale non possono essere considerate automaticamente risparmi proporzionali alla riduzione del numero degli immigrati. Se diminuiscono i detenuti stranieri, per esempio, si possono ridurre alcuni costi variabili, come vitto e assistenza. Ma non si possono ridurre nella stessa proporzione i costi fissi o quasi fissi, come quelli per le strutture carcerarie e il personale. Lo stesso vale per le forze di polizia: una riduzione della popolazione immigrata non consente automaticamente di ridurre nella stessa proporzione organici, caserme e mezzi necessari a garantire l’ordine pubblico.
© Riproduzione riservata