In commissione Affari Costituzionali del Senato prosegue il ciclo di audizioni sul disegno di legge che rende giuridicamente vincolante la definizione Ihra e rischia di equiparare le critiche allo Stato di Israele all’odio razziale. Un passaggio che spacca le opposizioni: «Non voterò mai un provvedimento che confonde antisemitismo e antisionismo», avverte Peppe De Cristofaro (Avs), mentre per Graziano Delrio (Pd) «la definizione è già stata adottata»
«Il sionismo affonda le basi nel socialismo, nel sogno di emancipazione di un popolo oppresso. Mi sembra una cosa bellissima». È il senatore Ivan Scalfarotto (Italia Viva) a pronunciare una delle frasi chiave durante la giornata di audizioni in commissione Affari Costituzionali del Senato sul ddl contro l’antisemitismo.
Parole che arrivano dopo uno scambio destinato a restare agli atti: «Perché si può dire di Putin che è nazista e non di Netanyahu?», chiede il senatore Peppe de Cristofaro di Alleanza Verdi e Sinistra. La risposta di Scalfarotto è secca: «Perché non ha avuto i parenti gasati ad Auschwitz».
Lo scontro verbale riassume il clima che circonda il disegno di legge: una discussione giocata sulle definizioni, sulle analogie storiche e sul peso delle parole. Una partita delicata che divide l’opposizione e che la maggioranza osserva con visibile compiacimento.
La definizione dell’Ihra
Al centro del dibattito c’è l’adozione, in forma giuridicamente vincolante, della definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), approvata nel 2016 a Bucarest e adottata dall’Italia nel gennaio 2020, sotto il secondo governo Conte. Finora quella definizione ha avuto valore politico e simbolico, non normativo.
I disegni di legge presentati da Scalfarotto, dal leghista Massimiliano Romeo, dal senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri e dal dem Graziano Delrio incorporano tutti la definizione Ihra, che include tra le possibili manifestazioni di antisemitismo anche alcune critiche allo Stato di Israele. È proprio questo punto a sollevare le maggiori perplessità.
Nel 2023 un rapporto congiunto della British Society for Middle Eastern Studies e dell’European Legal Support Center ha documentato gli effetti dell’applicazione della definizione Ihra nelle università britanniche: conferenze cancellate, docenti sottoposti a indagini, organizzazioni come Amnesty International accusate di antisemitismo per aver definito Israele «uno Stato di apartheid». Sulla stessa base è stata accusata di antisemitismo anche la relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese.
Per l’Ihra, Israele è presentato come l’unico esito legittimo del diritto all’autodeterminazione ebraica. In questo quadro, la difesa dei diritti dei palestinesi rischia di diventare un terreno scivoloso, facilmente esposto all’accusa di odio.
Voci univoche
Durante le audizioni, molte voci di esperti, la maggior parte chiamati dal centrodestra, sono in sintonia. L’Unione delle Associazioni Italia-Israele (Uaii), rappresentata dall’avvocata Celeste Vichi, sostiene che «l’antisionismo è la nuova frontiera dell’odio antisemita» e respinge le accuse di apartheid, citando la presenza di migliaia di studenti arabi nelle università israeliane e di giudici arabi nella Corte Suprema.
Dal Movimento 5 Stelle, la senatrice Alessandra Maiorino esprime una preoccupazione diversa: «La definizione Ihra dovrebbe essere una bussola culturale e politica, non uno strumento di stigmatizzazione preventiva». Il timore della senatrice è concentrato sull’articolo 3 dei ddl Romeo e Scalfarotto, che prevede il divieto preventivo di manifestazioni potenzialmente riconducibili a simboli antisemiti. «Il mio gruppo è stato più volte tacciato di antisemitismo», aggiunge.
A rispondere è Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane: «La sfida è trovare un equilibrio tra tutela e diritto di manifestare. Ma ciò che vediamo oggi nelle piazze è spesso un delirio di offese e vilipendio. Le valutazioni sulla sicurezza non sono più quelle di due anni fa».
L’unica vera voce dissonante è quella dello storico dell’antisemitismo Simon Levis Sullam. «L’antisemitismo è una pratica discorsiva e politica che utilizza un repertorio di luoghi comuni antiebraici. Quando la critica al governo israeliano non mobilita quel repertorio, non può essere definita antiebraica». Una critica che può includere, legittimamente, riferimenti al colonialismo di insediamento e a pratiche di apartheid nei territori occupati dal 1967.
Levis Sullam avverte del rischio di strumentalizzazione politica: dagli Stati Uniti di Trump, dove le università sono state minacciate di chiusura e tagli ai finanziamenti, alla Germania, dove studiosi ebrei sono stati esclusi in nome della definizione Ihra. «Un paradosso», conclude. «Gli strumenti per combattere l’antisemitismo sono culturali e scientifici. Non il diritto penale usato come clava».
Dall’opposizione il senatore Delrio sembra granitico: «La definizione è già stata adottata». Da qui, insomma non si va indietro. Non la pensa così il senatore De Cristofaro di Avs: «Non arretro di un millimetro non voterò mai un provvedimento che confonde antisemitismo con antisionismo».
Ma i ddl che includono questa definizione iniziano a diventare parecchi: presto di aggiungerà quello di Maria Stella Gelmini per Noi Moderati. E anche quello del M5s che potrebbe contenere una parte della definizione più sfumata dell’Ihra. Anche per questo il ciclo delle audizioni è destinato a continuare.
Il presidente della commissione Alberto Balboni promette: «Farò di tutto per fare una legge bipartisan, qui non siamo parlando di antisemitismo ma di democrazia». Una promessa su cui resta sospesa una domanda: dove finisce la tutela e dove comincia il silenzio imposto?
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