Conosco da diversi anni Immanuel Casto, al secolo Manuel Cuni, cantautore, autore, performer, game designer e già presidente di Mensa Italia (associazione internazionale che riunisce persone con quoziente intellettivo molto elevato). E da sempre passeggia con disinvoltura sul crinale del tema più rilevante dei nostri tempi: l’indicibilità. Che non è il «non si può più dire niente». Ma il contrario. Si può dire tutto, ma spesso lo si dice senza approfondire, pensare, capire. Un danno.

Casto attraversa l’indicibilità con complessità, la nomina con la sua arte, se ne frega delle conseguenze. È una di quelle figure che l’Italia ama discutere, censurare e interrogare prima ancora di ascoltare. Abita da anni una zona scomoda del discorso pubblico, dove l’intelligenza si intreccia con la provocazione che diventa strumento di analisi. Nell’intervista affronta il tema della censura partendo dal caso “Dis-Pari”, evento ideato con la linguista Yasmina Pan che, annullato dopo accuse di antisessismo, ha finito per attirare simpatie neofasciste e redpill lontanissime dalle sue posizioni.

Riflette poi sul boicottaggio culturale, citando il caso Zerocalcare e il paradosso di una sinistra che propone come modelli etici figure milionarie. Torna anche su Squillo, il gioco di carte con umorismo nero che detiene «il record storico di interrogazioni parlamentari. Quattro», preso di mira - da Giovanardi a Maria Elena Boschi - non per ciò che rappresenta, ma per ciò che mostra: il sesso. Sullo sfondo, la musica, da cui tutto è partito e a cui oggi ritorna con un nuovo disco, in un’epoca in cui l’arte è sempre più “un servizio” e sempre meno un’opera da consegnare alla Storia. In un’epoca di opinioni urlate e schieramenti rigidi, Casto rivendica il diritto al dubbio, alle sfumature, alla complessità. Un eretico laico del nostro tempo fragile.

Intervistato da Alessandro Cattelan su Supernova, ha detto: “C’è una massa di persone con un sacco di opinioni leggermente sfumate e che ora tace”. Viviamo un tempo così fragile in cui anche Immanuel Casto tace?

Direi di sì. Mi riferisco alle opinioni più sfumate. Mi spiego, viviamo un tempo molto polarizzante e polarizzato. Il problema non è di chi porta avanti con convinzione certe opinioni, il problema è questa idea di fondo che ci possano essere soltanto due opinioni quando in realtà ci sarebbero tantissime sfumature nel mezzo, tantissima complessità e tantissime persone che possono per fortuna avere dei dubbi.

La riporto su una situazione che l’ha riguardata personalmente: lo scandalo per l’evento “Dis-Pari - Conversazioni sull'antisessismo”, organizzato dalla linguista Yasmina Pani. Prima criticato, poi annullato con l’accusa di sessismo. Si è sentito censurato?

Per niente. Questo evento nasce da un’idea di Yasmina Pani, Leonardo Laviola e me. L’idea era creare un luogo di confronto su tematiche inerenti al sessismo, mettendo insieme persone che ne riconoscono l’esistenza, ma lo declinano diversamente. C’erano associazioni più legate ai diritti maschili e con uno sguardo critico rispetto alla narrazione femminista. C’era in questo senso un conflitto, è vero, ma sano, con la possibilità del pubblico di intervenire. Non avremmo portato tesi, ma messo insieme delle prospettive. Ospitato dal Monk di Roma, l’evento è stato annullato pochi giorni prima. Alcune persone lo avevano contestato definendolo anti-femminista o addirittura negazionista della violenza di genere. Poche persone ma rumorose. Mi è dispiaciuto che il Monk abbia ceduto. Però devo dire la reazione di solidarietà è stata importante anche da parte del mondo femminista.

E poi che è successo?

È stato aperto un altro auditorium disponibile a ospitare l’evento. Ma in sostegno al nostro si è avvicinato un mondo molto vicino a quello neofascista e alla sottocultura redpill, molto lontani da me. Così i responsabili dell’auditorium hanno comprensibilmente cancellato. Poi grazie ai Radicali siamo riusciti ad avere questo confronto con persone che hanno idee sfumate su determinati temi. Però qui la polarizzazione è stata evidente: da una parte è consentito parlare di certi temi solo con un’unica prospettiva, dall’altra parte invece ha attirato le simpatie di persone con determinate ideologie.

È interessante perché questa opposizione che poche persone hanno fatto al Monk ha aperto le porte a persone che non avreste voluto: neofascisti, appunto, e la manosfera come incel e fanatici redpill. L’evento è passato anche sui social come un evento di negazionisti di violenza di genere.

Essendo l’argomento principale la violenza di genere è difficile che venisse negata. Ma sugli incel vorrei aggiungere un dettaglio.

Prego.

Essere celibi involontari non vuol dire sposare un’ideologia. Il mondo incel sarebbe stato presente, è vero, ma non è uguale a quello redpill. Per quanto possano esserci delle sovrapposizioni.

Si spieghi meglio.

Incel è quasi una categoria diagnostica, si riferisce a uomini (ma anche donne) che hanno grosse difficoltà relazionali in ambito affettivo-sessuale e si ritrovano in una condizione di celibato involontario. Non riescono ad avere rapporti, pur volendoli. Per un mix di fattori. Persone che di fatto soffrono e la sofferenza può portare a sentimenti di animosità. Questa è la base. L’ideologia redpill si basa su una serie di azioni e costruisce una visione del mondo. È il contrario del femminismo, parte da assiomi opposti. Si parte dall’idea che la società è in mano alle donne, per via di un potere biologico. Avendo meno bisogno di partner rispetto agli uomini questo dà loro potere di scelta che si trasforma in un potere sociale che permette loro di determinare l’andamento della società e incidere sulla vita degli uomini. Fanno anche un ampio uso del determinismo biologico. Questo è molto interessante perché c’è una sorta di femminismo performativo o pop molto in voga che è molto schierata sul determinismo esclusivamente culturale. Il comportamento umano invece è intersezione tra ciò che noi siamo a livello biologico e la cultura attorno.

Il mondo Redpill si avvicina molto a quello neo-fascista. Che è sempre più visibile nella nostra società e presente in eventi come fiere letterarie o del fumetto, che lei attraversa da anni. Come la vive?

Assistiamo a un’estetica del nofascismo che ricalca quella della nostalgia più innocua vengono percepiti come dei Cosplayer. Non riesco a prenderli particolarmente sul serio. Oggi le derive anti-democratiche hanno altre forme, più subdole. Lo vediamo con questo governo. Che pur non imponendosi in maniera autoritaria, svuota i diritti dall’interno.

E su questa presenza culturale nelle fiere?

Ho un’opinione netta. Non vedo di buon occhio il disertare un impegno lavorativo perché non si apprezza la presenza di qualcun altro. Chiaro che siamo nell’ambito della libertà personale. Non potrò mai dire che qualcuno sbaglia perché non vuole condividere uno spazio. Ma spesso una scelta personale finisce per essere, per altre persone, l’unica possibile. Mi riferisco a coloro che non hanno nulla da perdere, non vanno per guadagnare ma pagano per andare, per i quali la diserzione è a costo zero. Poi ci sono i milionari, che non hanno bisogno di andare alla fiera e comunque guadagneranno moltissimo dalla vendita dei loro libri.

Tipo Zerocalcare?

Questo è un buon esempio. La prima volta che mi trovai coinvolto in una situazione del genere fu il Lucca Comics di tre anni fa. Pochi giorni prima Zerocalcare si accorse che tra i vari sponsor c’era un patrocinio nominale dell’ambasciata israeliana, non del governo perché le locandine erano fatte da artisti israeliani. Moltissime persone iniziarono a pretenderla come unica scelta etica. Con gli stand già forniti. Lui era l’unico autore milionario con un contratto Netflix presente. Mi esposi, dissi che la scelta era nobile: espone a un backlash perché consolidandoti in una bolla, perdi consenso verso un’altra. Però non si può prendere come benchmark un milionario. Queste fiere rappresentano per queste persone l’unico guadagno solido in tutto l’anno. Sarebbe come chiedere a un dipendente di licenziarsi perché scopre che la sua azienda ha avuto un qualche contatto con Israele. Una pretesa molto forte. Alcuni proposero: devolvere metà dei propri compensi come ha fatto Leo Ortolani. Bene, anche lì si propone il secondo autore più abbiente di tutta la fiera. C’è un paradosso di questa sinistra che ci porta i ricchi come modelli virtuosi da seguire. Un film che abbiamo rivisto. Recentemente ho visto un intervento di Michela Murgia che diceva che questo tipo di azioni danno visibilità a questi piccoli editori, senza produrre un risultato concreto e danneggiando tutti gli altri che vanno a lavorarci.

Questa sinistra è poco sincera su tanti punti di vista. La destra è molto chiara su quello che vuole cancellare o silenziare, la sinistra resta ambigua su certi temi. Penso a “Squillo”, il suo gioco di carte per adulti, non un programma politico, preso di mira prima da Carlo Giovanardi poi da Maria Elena Boschi.

La destra mostra una coerenza di narrazione. C’è incoerenza tra narrazione e azione, ma a parole mostrano una certa coerenza. Pensiamo a Charlie Kirk che incarnava il dialogo, ma non la logica. È stato glorificato per un mero atteggiamento, la destra è coerente a mostrarla. La sinistra non ha neanche coerenza di atteggiamento. Predica l’importanza del rispetto, ma poi esercita spesso brutalità o esclusione. Queste vicende mostrano una crisi in cui si trova la sinistra: si deve attaccare alle sciocchezze per portare battaglie sensate. Squillo è un gioco da tavolo con un umorismo nero, detiene il record storico di interrogazioni parlamentari. Quattro. Ed è evidente la componente sessuale. Se non ci fosse stata non lo avrebbero preso di mira. Non lo fanno spesso con i giochi di mafia, di guerra, cose a livello di tematiche non altrettanto “belle”, ma nel contesto del gaming catartiche.

Dentro questo tempo di puritanesimo di ritorno e attivismo performativo, lei oggi avrebbe pubblicato “Escort 25” o la prima edizione di Squillo?

No. Sull’attivismo performativo parto dal fatto che nessuno è il cattivo della propria storia. Tutti fanno quel che fanno pensando di realizzare qualcosa di buono. Pensano che le loro azioni porteranno a un mondo migliore. Sempre partire dalla buona fede. Chi lo fa pensa di informare, sensibilizzare. Ma se avessi oggi 20 anni e iniziassi a fare arte sarebbe una cosa diversa. Quando ho iniziato, volevo combattere contro quel bigottismo che non ti faceva parlare di sesso e prostituzione. Rivendicavo di essere un artista politicamente scorretto, mi riferivo alle destre che portavano avanti un “perbenismo 2.0”. Oggi vediamo una specifica corrente ideologica, fintamente progressista, basata su alcuni assunti fortemente costruttivisti, ciò che vogliono è reinventare il mondo da zero lavorando su cultura e collettività, senza considerare il singolo. E portano avanti questo con un certo fanatismo. Non so se avrei pubblicato quello che ho pubblicato in passato. Così come oggi non sentirei bisogno di dissacrare la chiesa cattolica così influente a livello culturale, è influente a livello politico attraverso certe associazioni. A differenza del passato. Nella mia infanzia, per esempio, la chiesa era un’autorità morale. Oggi non è più così.

Lei nasce come cantante. Il suo primo album, “Adult Music”, è uscito nel 2011. Il mondo della musica è cambiato.

Nella mia vita il peso sull’intrattenimento musicale si è diradato, ma per mia scelta. È un mondo che ha iniziato a starmi più stretto. Così come il personaggio Immanuel Casto, piano piano dentro ho messo sempre di più me stesso. Manuel Cuni. Poi è subentrato l’aspetto dei giochi, il ruolo da presidente come Mensa Italia, il teatro. Ho continuato ad aggiungere cose e ho relegato l’aspetto della musica. Anche se sto registrando il nuovo album in questo periodo. L’obiettivo è tornare nei club. Il contesto incide tantissimo.

Cioè?

Io ho ancora in testa un’opera dove tu lavori per anni e la consegni alla Storia. Adesso è solo un servizio, di cui la gente usufruisce. La stragrande maggioranza delle persone non l’ascolta facendo un ascolto attivo. Ma facendo altro. Stessa cosa per i video musicali, non so se farò più il milione di visualizzazioni che ho fatto con quei video che diventavano virali. Poi c’è gente che fa ancora cose straordinarie e di successo. Non voglio generalizzare, parlo del mondo commerciale nella sua purezza.

E allora perché sta registrando un disco?

Perché per quanto possa ritenere questo momento storico difficile, non credo che si smetterà di fare arte. Ci sono artisti con già un grosso seguito che pubblicano l’album in streaming, lo puoi acquistare ai concerti, questo crea un maggiore legame affettivo con l’oggetto. È un tentativo per recuperare l’attenzione fra fruitore e opera. Non posso credere che sia la fine dell’arte. Poi ci sono cose che voglio raccontare da anni. Ho scritto tantissime canzoni e voglio condividerle. Voglia di creatività, piacere personale e un progetto di business.

Edmondo Berselli scriveva che tutta l’arte e tutto l’intrattenimento «si divide in due categorie: roba che dà fastidio e roba che non dà fastidio». Il suo nuovo album dove si colloca?

Le persone a cui potrebbe dare fastidio non lo sentiranno. C’è una tale divisione, una tale frammentazione della celebrità. Questo disco non arriverà alle orecchie di chi potrebbe dare fastidio. Ma la divisione è interessante. Sarà un disco che piacerà molto, a pochi.

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