Dalla goliardia in tv alle scuole segreganti, dalla canzone “I Watussi” per parlare della Coppa Africa a Vittorio Feltri condannato per la frase «sparerei in bocca ai musulmani»: la ricercatrice, scrittrice e attivista smonta il razzismo sistemico italiano pezzo per pezzo: «Nulla passa davvero in sordina: la goliardia produce effetti reali»
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Oiza Q. Obasuyi guarda l’Italia da un punto fermo: quello di chi sa che le parole non sono mai innocue e che ciò che viene liquidato come un singolo episodio racconta sempre qualcosa di più grande. Ricercatrice, scrittrice, attivista, si occupa da anni di razzismo sistemico, cittadinanza, rappresentazione e diritti. Nei suoi libri – Corpi estranei. Il razzismo rimosso che appiattisce le diversità (People) e Lo sfruttamento della razza (DeriveApprodi) – racconta un paese che fatica a riconoscere se stesso e in cui la resistenza passa spesso da gesti piccoli: nominare, spiegare, restare.
In questa intervista parte da fatti che sembrano marginali. La messa in onda della canzone I Watussi a Sportitalia come sottofondo “goliardico” per raccontare la Coppa d’Africa di calcio. Le parole di Vittorio Feltri («I musulmani sono una razza inferiore, gli sparerei in bocca») per cui è stato condannato dal tribunale di Torino. E poi le immagini della Lega, le campagne sui “maranza”, la costruzione ricorrente di un nemico, sempre uguale a se stesso, sempre razzializzato (cioè trattato secondo stereotipi razziali).
Obasuyi tiene insieme questi frammenti e li trasforma in una lettura politica del presente. «In un contesto di maggioranza bianca, le persone nere non sono soggetti, ma oggetti». La goliardia è una forma di rimozione, ma nulla passa davvero in sordina, ciò che viene normalizzato produce effetti reali sulle vite delle persone.
C’è poi la scuola, luogo decisivo di resistenza culturale e insieme spazio ancora segnato dalla disuguaglianza. Senza un’educazione antirazzista strutturale, dice, non si spezza il ciclo che assegna ruoli, aspettative, destini. Non basta dichiararsi uguali se non si guardano le differenze e il potere che le attraversa. Questa intervista è un esercizio di resistenza civile. Non offre scorciatoie né consolazioni. Chiede attenzione, memoria, responsabilità. Perché il razzismo, quando non viene contrastato, trova sempre il modo di restare.
Vorrei partire con lei da un episodio che si è consumato sul canale Sportitalia, durante la rubrica “Natale in Africa” affidata al giornalista e direttore sportivo congolese Malù Mpasinkatu. Nella presentazione, infatti, la regia ha fatto partire la canzone I Watussi di Edoardo Vianello, brano stereotipato e a tratti razzista, causando risate e sfottò da parte dei presenti. Tutto è poi stato ridotto a goliardia, finendo subito nel dimenticatoio. Cosa ci dice questa cosa?
Ci dice moltissimo della mancata decostruzione dei retaggi coloniali che ci portiamo dietro. Se il primo pensiero di uno studio televisivo, che si suppone abbia preparatori privi di pregiudizi, è questo tipo di accoglienza nei confronti di ospiti stranieri... Questa canzone ha anche la “n word” in mezzo e ci fa capire come queste parole stesse siano viste come “goliardie”, proprio per una mancata decostruzione. Le persone nere non solo vengono viste come persone pericolose, ma anche come persone di cui prendersi gioco. Tutto questo viene preso come goliardata, tutto ciò che è razzista viene visto come scherzo. E tutto viene sminuito. È sintomo del fatto che a livello culturale c’è un razzismo insito nelle modalità della comunicazione, assorbito dalla società. In questo contesto di maggioranza bianca, le persone nere non sono soggetti ma oggetti.
In Italia si parla spesso di discriminazione individuale, ma meno di razzismo sistemico. Quali sono, secondo lei, le principali manifestazioni del razzismo istituzionale nel nostro paese e come si traducono nella vita quotidiana delle persone razzializzate?
Farei un passo indietro. È importante dire cosa si intende per razza: parliamo di una terminologia che ci sembra anacronistica. La realtà dei fatti è che, benché la razza come concetto biologico sia stata archiviata, il costrutto sociale di razza esiste ancora e intendiamo una categoria politica, sociale e culturale di oppressione. Ci sono categorie di persone che subiscono eccome un trattamento di discriminazione. È un rapporto di razzializzazione che vive la persona con un determinato background di origine.
Per quanto riguarda il razzismo sistemico istituzionale?
È un tipo di razzismo che non è individuale: non basta parlare di razzismo a livello di aggressioni verbali o fisiche. Bisogna parlare di razzismo anche laddove ci sono provvedimenti legislativi che possono colpire determinate categorie. Penso ai decreti sicurezza, alla legge Bossi-Fini. Se si vanno a leggere questi provvedimenti, colpiscono persone ad alta vulnerabilità sociale, come i migranti.
Con il governo Meloni, le politiche sull’immigrazione e la cittadinanza sono diventate più restrittive. Come valuta l’impatto di queste scelte sul tessuto sociale e sulle comunità afrodiscendenti o razzializzate in Italia?
Le narrazioni sono molto pericolose. Nulla passa in sordina. Quello che pensiamo sia innocuo ha un impatto pericoloso per le comunità razzializzate. Pensiamo alla legge anti-maranza. La prima fotografia messa sui social dalla Lega per presentarla la associa a dei ragazzi costruiti in IA, razzializzati. Poi li accosta a Vecna, il mostro di Stranger Things. Fossimo stati nel 1938, qualcuno avrebbe parlato di pubblicità goebbelsiana. Ma anche dall’opposizione queste cose vengono prese con leggerezza. C’è un impatto sulle persone: chi guarda associa sospetto e pericolosità. Non è qualcosa di nuovo: questo paese ha conosciuto ronde, “bangla-tour”.
A questo proposito la destra italiana ha aggiornato il suo vocabolario anti-migranti con la parola "remigrazione”. Può spiegarci cosa intende?
Una teoria del complotto ben radicata nei gruppi di estrema destra a livello internazionale. Si considera il rimpatrio non solo delle persone categorizzate come irregolari o prive di documenti, ma anche di persone immigrate in questo paese: farle fuori, cacciarle via. Andiamo oltre la retorica della destra: non ci vanno bene solo gli irregolari. Qui c’è un concetto neonazista che affonda le radici nel suprematismo bianco.
Come si contrasta?
Dal punto di vista mainstream, vorrei una risposta più presente di fronte a ciò che viene percepito come goliardata. È necessaria una presa di coscienza su cosa voglia dire razza. Occorre una risposta immediata, ascoltando le minoranze che da decenni parlano di razzismo in Italia: un razzismo sistemico ben radicato, che è sempre esistito e che oggi viene accolto da un governo che permette a queste teorie di espandersi ancora di più.
I media non ci informano: spesso diffondono l’idea prevalente del mondo e di noi stessi. Ci danno la possibilità di identificarci con persone, protagonisti, ruoli e personalità. Ma le persone nere che ricoprono un ruolo apicale sono sempre poche, non crede?
C’è sempre il rischio che, quando su una sola persona si caricano tutte le aspettative, questa diventi la voce di un intero popolo nero, ed è un problema. Soprattutto in un contesto di maggioranza bianca come l’Italia: non siamo negli Usa. La mancanza di rappresentanza è un problema, ma bisogna chiedersi perché sia così difficile arrivare a quei livelli. Vediamo i percorsi a livello scolastico che riflettono il fatto che i genitori hanno meno possibilità: è difficile distruggere quel soffitto di cristallo. In un’Italia più giusta, prima o poi anche quel passo andrà fatto. Penso a Mia Diop, vicepresidente della regione Toscana, giovanissima: ci sono persone che riescono a intraprendere questi percorsi, ma penso che non basti. Serve anche più azione collettiva. Bisogna evitare l’effetto Messia che poi rischia di cadere in maniera rovinosa.
Come giudica lo sguardo dei media?
C’è molta bianchezza. Se si parla di immigrazione o razzismo, ti chiamano solo per fare polemica. Non c’è un ambiente mediatico televisivo dove si possano decostruire questi temi. Tu, come persona nera, diventi il capro espiatorio. Se parliamo di esteri, raramente si contattano giornalisti razzializzati. Prendiamo Sky Italia e Sky News per esempio: Sky News International ha molte voci diverse. Questo ci dice molto di come viene veicolato quel messaggio.
Le mobilitazioni del movimento Black Lives Matter hanno avuto risonanza anche in Italia, poi è tutto finito nel dimenticatoio. Quale lezione possiamo trarre?
È nato in un momento storico particolare, in pieno Covid, per un omicidio avvenuto dall’altra parte dell’oceano, quello di George Floyd. Da un lato mi ha fatto piacere vedere che la gente si sia svegliata sul razzismo sistemico, ma mi sono sempre chiesta: questa gente prima dov’era? Abbiamo avuto uno degli attentati razzisti più efferati degli ultimi anni, a Macerata. Io sono marchigiana. Quello di Luca Traini, che sparava contro sei persone nere. Uno degli attacchi più gravi, e nessuno pensa al trauma che le persone nere si portano ancora dietro. La questione è caduta nell’oblio, senza contare che lui è diventato un punto di ispirazione per gruppi di estrema destra. Su BLM, da un lato è stato bello vedere una presa di coscienza e una presa di parola da parte di persone afrodiscendenti che hanno creato piattaforme online, festival, progetti. Si sentiva la necessità di discutere di queste cose. Le persone razzializzate si mobilitano, ma manca una risposta non solo istituzionale. Secondo me si è cavalcato il trend senza decostruire davvero. Ma le persone afrodiscendenti hanno creato degli spazi da sé.
Si può parlare di orgoglio nero?
No, eviterei di cadere in categorie statunitensi. In Italia ognuno ha una storia a sé. Non so quanto sia facile parlare di comunità: non siamo tanti come in America e ognuno ha una propria concezione. C’è un dibattito in corso tra “italiano” o “italiano nero”. Essere neri italiani o neri afroamericani è diverso. Posso però dire che c’è una maggiore presa di parola e di autodeterminazione. Ci sono state class action recenti contro giornalisti che hanno detto in tv cose razziste. Il giornalista Vittorio Feltri è stato condannato dal tribunale di Torino per frasi abominevoli, in radio aveva detto «Musulmani razza inferiore, gli sparerei in bocca». Se c’è questa mancanza di consapevolezza è perché non si pensa che in Italia ci siano persone nere che ascoltano: non vengono percepite.
Spesso le persone nere si sentono dire bonariamente dai bianchi: “Io non vedo colori”. Lei che ne pensa?
Chi lo dice, anche in maniera bonaria, spesso esprime un razzismo inconsapevole. Non lo dice con cattiveria, ma dimostra una mancata decostruzione. Dire “siamo tutti uguali, non vedo colori” è bello, ma è un’utopia: se non parliamo di differenze, non riusciamo a capire cosa entra in gioco nei sistemi di oppressione. Quando si dice in modo bonario “ma tu per me sei italiana, non sei come i migranti”, come se fosse un complimento, si manifesta un razzismo latente.
La scrittrice Djarah Kan ha scritto per il nostro giornale una riflessione sulla possibilità delle persone con background migratorio di militare politicamente a destra. È d’accordo?
Il colore della pelle non fa l’orientamento politico. Abbiamo Tony Iwobi che fa parte della Lega. Questo ci dice che, a differenza di quanto dica l’estrema destra, bisogna smettere di affibbiare alle persone razzializzate tutte le aspettative che abbiamo. Che una persona nera entri in un partito estremamente razzista è contraddittorio, ma anche dire “cosa fai lì?” non è utile per contrastare il problema. Ragioniamo sulle idee che porta avanti. Io sono nera di sinistra, lui nero di destra: parliamo di idee. Se arriviamo a questo livello di consapevolezza, come in altri paesi, prendiamo atto del fatto che le persone sono persone e possono essere classiste.
Guardando al futuro, quali cambiamenti culturali e normativi ritiene indispensabili?
Riforma della cittadinanza, andando oltre lo ius sanguinis. Abbiamo bambini nati e cresciuti qui, ma anche adulti: bisogna accelerare le procedure burocratiche. Io sono per lo ius soli, per tutelare le persone e, per chi arriva dopo, snellire le pratiche. Superamento totale dei Cpr razziali e dei documenti difficili da ottenere come con la Bossi-Fini.
E da un punto di vista culturale?
Le scuole dovrebbero essere il luogo fondamentale dell’educazione: non solo sessuo-affettiva, ma anche antirazzista. Bisogna andare oltre la retorica bianca e occidentalocentrica. Affrontare le materie anche dal punto di vista di studiosi razzializzati. Dove sono, nel post-colonialismo, filosofi, sociologi e scrittori razzializzati? Non ci sono. La scuola è ancora oggi segregante. Ho avuto l’opportunità di frequentare il liceo, ma ero l’unica nera in classe, in tutto il liceo di scienze umane. Se parliamo di istituti tecnici, vediamo – secondo i dati – una maggiore presenza di ragazzi con background migratorio: è un indirizzamento legato anche al lavoro dei genitori. C’è sempre un percorso che riguarda la classe di provenienza. Se c’è questo tipo di sistematicità, c’è un problema strutturale alla base. Come scrive la scrittrice Espérance Hakuzwimana, esiste un divario: c’è chi non può permettersi viaggi all’estero, ripetizioni, lezioni di nuoto o di violino. C’è un divario socioeconomico. Per me la scuola, affinché possa essere davvero teatro di uguaglianza, ha ancora molte problematiche da affrontare».
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