Dopo il nuovo decreto sicurezza, il capo dello Stato per la seconda volta chiede di non riservare ai ragazzi «un atteggiamento di indifferenza o, peggio», si tratta di «una questione sociale». In precedenza aveva suggerito «un’analisi intelligente e approfondita» su violenze di piazza che arrivano da «soggetti inediti, condizione che pone interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili». Al momento il testo del provvedimento non è ancora arrivato al Quirinale
Le «interlocuzioni» fra Colle e governo – detto in altre parole, le correzioni suggerite con vigore e preoccupazione – hanno bonificato il testo dell’ultimo decreto sicurezza dai provvedimenti palesemente incostituzionali. Come ad esempio quello di estendere agli agenti in piazza compiti di polizia giudiziaria, prima annunciato da diversi membri del governo e poi fortunatamente spariti. Il Colle ha quindi sventato l’istituzione di quello che le opposizioni hanno definito «uno stato di polizia», «una svolta cilena».
Eppure deve avere un significato se, alla prima occasione utile dopo l’approvazione del decreto, Sergio Mattarella è tornato sul tema dei giovani, quelli in piazza e quelli in fuga dal paese in cerca di opportunità. Ed è difficile non mettere in relazione le sue parole con quello che sta succedendo nel paese, ma anche, forse soprattutto, con la risposta dell’esecutivo.
Perché è proprio di questa risposta che Mattarella ha parlato stamattina durante la consegna delle onorificenze dei Cavalieri del Lavoro, dove fra gli insigniti ci sono anche gli Alfieri della Repubblica, giovani diplomati che si sono distinti negli studi.
Una questione sociale
A loro, in prima battuta, si riferisce il capo dello Stato: il suo ragionamento parte dall’emigrazione in cerca di lavoro meglio pagato, «un grave peso per il nostro paese», che va affrontato perché «molti rientrerebbero volentieri se fosse offerto loro un cammino di lavoro e di vita che consentisse di potersi adeguatamente realizzare». Poi arrivano frasi ad alta densità di significato: «La società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione. Si tratta di una questione sociale. Una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze della società».
Questo non significa che il presidente sia contrario al provvedimento che dovrebbe presto arrivare sulla sua scrivania per la promulgazione, e che al momento ancora non è stato trasmesso agli uffici del Colle. Nelle intenzioni del governo di Giorgia Meloni il decreto dovrà già essere operativo sabato, quando è annunciata una nuova ondata di manifestazioni.
Però è un fatto che il presidente aveva consigliato un approfondimento, una riflessione. Che è il contrario di un provvedimento a tamburo battente, utile solo per rispondere allo sgomento dei cittadini, peraltro gonfiato da indecifrabili – per ora – spinte sui social.
«Soggetti inediti»
Alla notizia degli scontri e dei disordini, il presidente aveva condannato la violenza «inaccettabile» nei cortei e solidarizzato con gli agenti feriti. Ma già all’indomani, parlando da Imperia – e modificando il suo discorso fino all’ultimo, come fa chi sta seguendo con apprensione gli avvenimenti – aveva invitato a «un’analisi intelligente e approfondita», «un’attenta vigilanza in grado di contrastare violenze». Aveva sottolineato che nei fatti di questi giorno c’è una novità: queste violenze arrivano da «soggetti inediti, condizione quest’ultima che pone interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili».
Un’analisi che sembra riecheggiare nelle parole di oggi del ministro della Difesa Guido Crosetto: «Le violenze vanno fermate. I violenti vanno puniti. Ai carabinieri, alla polizia e le a tutte le forze dell’ordine che hanno difeso le nostre città va la mia gratitudine. La legalità e i diritti alla libertà, alla proprietà, alla libera mobilità, all'incolumità vanno garantiti in ogni modo. Ma», ecco il passaggio sensibile, «sarebbe un errore, parallelamente, non cercare di capire a cosa stiamo assistendo e perché. Sarebbe un errore non cercare di prevenire, di curare, di comprendere una lingua diversa che dice spesso cose che non capiamo».
Inclusione, protezione
Mattarella allarga poi il discorso: «Occorre uno sguardo di ampia visione nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che sovente i giovani avvertono, del timore di asservimento o di emarginazione. Tanto più in questi tempi così tumultuosi e incerti». E ancora, parla dei salari troppo bassi: «Le prospettive dei giovani sono cruciali per determinare l’evoluzione della nostra società, della nostra economia, dei nostri modelli di vita».
E infine: «La protezione sociale e il welfare sono parte essenziale dello sviluppo: l’inclusione è alleata decisiva della crescita, non un costo improduttivo». Inclusione, dunque, altra parola-chiave che riporta a un campo semantico molto lontano dal linguaggio della sola repressione che il governo ha riversato nell’ultimo decreto sicurezza.
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