Infine i franchi tiratori sono rimasti in sonno e la premier Giorgia Meloni non ha nemmeno avuto bisogno di comparire in aula. Deputati e deputate si sono allineati e hanno votato il Melonellum, che è stato approvato a scrutinio segreto con la schiacciante maggioranza di 227 voti: gli stessi già conteggiati nelle tre fiducie dei giorni scorsi. La premier aveva detto che il voto pur senza fiducia doveva essere trattato come se lo fosse, e così è stato.

Archiviato l’incubo della bocciatura di luglio, tutto è andato liscio: centrodestra unito, legge elettorale cambiata con un accordo convinto. Aguzzando gli occhi tra l’aula e il Transatlantico però, i contorni di questo “successo sono decisamente più frastagliati.

Le donne

«Hai sentito Donzelli? Ci ha detto che altro che volere un posto in lista, dobbiamo tornare a lavorare fuori dal Parlamento». La battuta è di una deputata di Forza Italia in un capannello di colleghe, con un sorriso amaro. Il riferimento è all’intervento del regista del Melonellum, il responsabile organizzazione di FdI Giovanni Donzelli, che ha teorizzato la ragione della mancata tutela di genere per i capilista bloccati: «Garantire le donne non vuol dire difendere il posto in Parlamento indicate da un uomo, ma difendere il diritto delle donne fuori dal Parlamento di lavorare. Con noi c’è stato il massimo storico di impiego femminile». Considerazione infelice, che è risuonata anche più beffarda per le deputate del centrodestra.

Una volta riversati fuori dall’aula, l’unico pensiero dei deputati della maggioranza è stato per la composizione delle liste. «Tu rientri in quota di minoranza», la rassicurazione di un deputato della Lega a un collega. Tutti sono pronti ad agguantare il trolley e tornare nei rispettivi collegi elettorali: non solo perché la settimana lavorativa della Camera è finita, ma anche perché ora parte la corsa a difesa del proprio seggio. Sono risuonate come profetiche le parole del dem Gianni Cuperlo in occasione del primo voto di fiducia e rivolte a leghisti e azzurri: «Preparatevi a fare la parte dei tacchini a ridosso del Giorno del ringraziamento». Non a caso, quando il tabellone luminoso ha dato l’esito del voto, l’esultanza dai banchi della maggioranza è stata decisamente moderata.

A voler leggere tra le righe, del resto, nessuno dei capigruppo di Lega e FI ha voluto mettere la faccia sul voto: Riccardo Molinari ha lasciato il posto all’immaginifico Andrea Barabotti, Enrico Costa a Stefano Benigni. E ancora, dai banchi del governo non ha fatto capolino alcun ministro leghista (Giancarlo Giorgetti era l’unico giustificato): grande assente Matteo Salvini, spariti Matteo Piantedosi e Giuseppe Valditara, non pervenuto nemmeno il teorico delle leggi elettorali Roberto Calderoli. Nessuno di loro è deputato dunque la maggioranza non ne ha risentito, ma il segnale è stato chiaro.

Quanto a FdI – il partito che più ha investito su questa riforma – anche tra i suoi ranghi è servita una precettazione militare. Lo ha notato la leader dem Elly Schlein, indicando i banchi dei meloniani: «Vi siete scambiati di posto per mettere i vostri generali dietro a controllare come votate». Sorrisi imbarazzati davanti a un fatto innegabile. Sui posti più alti nella gradinata dell’emiciclo si sono accomodati i fedelissimi Sarah Kelany, Augusta Montaruli e Roberto Gemmato a fare da vedette. Donzelli invece ha scelto l’angolo alto, così da avere una piena panoramica di tutto lo spicchio di FdI. «Ero andato a telefonare, capita spesso che mi sposti», ha risposto sornione ai giornalisti. Precisa l’indicazione: un solo dito nella pulsantiera. E l’esito positivo è ciò che conta, applaudito a distanza dalla premier, che si trovata ad Ascoli Piceno. «Sono soddisfatta della compattezza della maggioranza» ma soprattutto che alle prossime elezioni si sceglierà «partito, coalizione, programma, premier e parlamentare dopo oltre 30 anni». Insomma, «una riforma fatta per l’Italia».

Le incognite

Tuttavia la gioia – che in aula non è sembrata certo incontenibile – si è esaurita un attimo dopo il voto e la scampata crisi di governo. La domanda è sempre la stessa e ora si fa anche più insistente: quando si vota? Per Meloni si tratta di un dibattito «abbastanza surreale, anche perché noi parliamo come se si votasse domani. Signori, manca un anno alla scadenza della legislatura, quindi io sto concentrata, come voi vedete a cercare di fare il mio lavoro, gli altri discutano pure».

Il solito Donzelli ha fatto i conti e fissato la data: «Fine legislatura, quindi il 25 novembre». Peccato che il sottosegretario e consigliere della premier, Giovanbattista Fazzolari, abbia detto al Foglio che la data migliore sarebbe «giugno» – dunque con l’election day insieme alle comunali – perché «consentirebbe di tornare alla normalità del ciclo elettorale e permettere al nuovo governo di fare la legge di Bilancio con un minimo di serenità». La tarantella non si risolverà a breve e a microfoni spenti la maggioranza dei deputati appare rassegnata a un voto in primavera. Salvini e Tajani, invece, sono pronti a dare battaglia per andare avanti il più possibile: questo sarebbe stato il patto dietro il sì al Melonellum, nella speranza di risolvere le rispettive tensioni interne (la Lega ha fissato il congresso il 24 e 25 ottobre) e che Futuro nazionale inizi la parabola discendente.

Prima, però, c’è un’altra difficoltà. Quella del centrodestra rischia di trasformarsi in vittoria di Pirro. Lunedì i comitati di giuristi e le opposizioni hanno convocato una conferenza stampa per presentare i ricorsi già pronti per la Corte costituzionale: sono 29, per altrettante Corti d’appello, con l’obiettivo di far dichiarare incostituzionale la legge. Se tutto corresse liscio, già in febbraio la Consulta potrebbe essere pronta a decidere. Potrebbero essere solo rilievi di dettaglio sul numero di firme o l’indicazione del premier, oppure strutturali sul premio di maggioranza. In quest’ultimo caso tutto tornerebbe in discussione: data del voto compresa.

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