Con l’approvazione della nuova legge elettorale da parte della Camera il confronto parlamentare si è spostato al Senato. Un passaggio importante perché riguarda le regole con cui i cittadini eleggeranno il Parlamento. Ma è anche un passaggio politico che interpella il nostro campo e il modo in cui sceglierà di affrontarlo.

La maggioranza ha deciso di scrivere da sola una legge che incide profondamente sul funzionamento della nostra democrazia, senza ricercare un confronto con le opposizioni. È un metodo che abbiamo già visto all’opera su altre riforme istituzionali, a partire da quella della magistratura, e che continua ad alimentare una diffusa insofferenza verso l’idea che questioni così delicate possano essere affrontate facendo leva esclusivamente sulla forza dei numeri parlamentari. Proprio per questo credo che il passaggio al Senato rappresenti un banco di prova anche per noi.

Un’occasione da non perdere

Alla Camera il centrosinistra ha presentato proposte diverse per superare il sistema delle liste bloccate. È un dato che va riconosciuto. Ma proprio perché il testo era blindato, il valore di quegli emendamenti non risiedeva tanto nella possibilità di essere approvati, quanto nella capacità di rappresentare un’alternativa riconoscibile.

È qui che, a mio avviso, resta aperta una questione politica.

Quando una maggioranza decide di non confrontarsi, la tentazione è limitarsi alla denuncia e alla contrapposizione. È una reazione comprensibile. Ma credo che una forza politica che si candida a governare il Paese debba chiedersi qualcosa di più: come utilizzare anche quella discussione parlamentare per parlare agli italiani, non soltanto alla maggioranza.

Penso, come molti, che al Senato si presenti un’occasione che non dovrebbe essere lasciata cadere. Non perché sia realistico immaginare che la maggioranza cambi orientamento. Ma perché una proposta comune avrebbe un valore politico che va ben oltre il suo destino parlamentare.

Parlare al Paese

Credo che proprio qui emerga una differenza che considero importante. Una forza politica può esercitare il proprio ruolo limitandosi a contrastare le scelte della maggioranza. Oppure può vivere la propria condizione di minoranza come una fase necessariamente transitoria nella quale costruire, giorno dopo giorno, la credibilità di una futura maggioranza.

Nel primo caso il principale interlocutore resta il governo. Nel secondo diventa il Paese. Per questo una proposta comune conserva tutto il suo valore anche quando si sa che sarà respinta. Perché non serve soltanto a chiedere un voto al Parlamento. Serve a rendere riconoscibile agli italiani l’alternativa che si intende costruire.

C’è poi una ragione ulteriore. Una proposta comune sulle preferenze rappresenterebbe anche un segnale di attenzione verso una domanda che da anni attraversa tanti cittadini: poter scegliere i propri rappresentanti. Non perché questo, da solo, basti a ricostruire la fiducia nelle istituzioni, ma perché dimostrerebbe la volontà di ascoltare una richiesta di partecipazione che non può essere liquidata come un dettaglio tecnico. In una fase nella quale cresce l’astensione, anche questo contribuisce a ricostruire quella connessione sentimentale con la cittadinanza senza la quale nessun progetto di governo può consolidarsi.

Assumere un’iniziativa unitaria non rappresenterebbe soltanto un passaggio parlamentare. Consentirebbe ai cittadini di riconoscere con chiarezza quale sia l’alternativa proposta dal campo progressista. Costringerebbe la maggioranza a misurarsi con una posizione unitaria. Lascerebbe agli atti una proposta sulla quale chiedere agli italiani di pronunciarsi oggi e sulla quale costruire, domani, una possibile azione di governo.

La sfida più importante

So bene che esistono sensibilità diverse. C’è chi ritiene preferibile un sistema fondato sulle preferenze, chi sui collegi uninominali, chi immagina altre soluzioni. Ma è proprio la ricerca di una sintesi a distinguere una coalizione che aspira a governare da una semplice somma di partiti.

Del resto, durante l’esame della legge è già accaduto che le opposizioni votassero a favore di emendamenti migliorativi pur confermando la propria contrarietà al testo complessivo. Migliorare una legge non significa condividerla. Significa assumersi fino in fondo la responsabilità di rappresentare un’alternativa.

Per questo mi auguro che il Senato non sia soltanto il luogo nel quale ripetere una battaglia già combattuta alla Camera. Può diventare il luogo nel quale il nostro campo politico dimostra di saper trasformare una pluralità di posizioni in una proposta comune, capace di parlare agli italiani prima ancora che alla maggioranza. Credo che oggi sia questa la sfida più importante.


*Carlo Salvemini, classe 1966, è stato sindaco di Lecce dal 2017 al 2019 e dal 2019 al 2024, eletto come indipendente di centrosinistra.

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