«Siamo pronte a tutto per bloccare il disegno di legge, perché non si tratta soltanto di una questione normativa ma esistenziale. Noi non dobbiamo performare il nostro dolore. Solo sì vuol dire sì», dicono le manifestanti mentre una marea di colori, gioia e rabbia ha riempito le strade del centro di Roma durante il corteo nazionale
Una marea di colori, gioia, e rabbia per fare resistenza a questo governo. Così si sono definite le migliaia di persone che hanno attraversato le strade di Roma il 28 febbraio, in corteo, per la manifestazione contro il ddl Bongiorno. Il disegno di legge proposto dalla senatrice Giulia Bongiorno che a fine gennaio ha sostituito il testo votato mesi prima all’unanimità alla Camera, da maggioranza e opposizione, per modificare le norme del codice penale in materia di violenza sessuale.
«È fondamentale essere in piazza oggi perché la destra ha voltato la faccia alle donne, alle vittime di stupro e non si può rimanere in silenzio. La premier Giorgia Meloni e la senatrice Bongiorno si sono piegate alla parte più maschilista e misogina dell’elettorato, a Matteo Salvini. Così ne è uscito un testo che cancella il principio del consenso, su cui si basava la proposta a mia prima firma, per sostituirlo con il dissenso. Di fatto facendo indietreggiare il paese di decenni. Per noi questa legge così è irricevibile, quindi meglio senza», dice senza mezzi termini la deputata Pd, ex presidente della Camera, Laura Boldrini, pochi minuti prima che il corteo, festante, partisse da piazza della Repubblica, a pochi passi dalla stazione di Roma Termini, per dirigersi verso San Giovanni, dopo aver attraversato le vie del centro della Capitale, tra cori, musica a cui in pochi sono riusciti a resistere senza ballare e cartelloni che non lasciano spazio al dubbio: «Solo sì vuol dire sì» e «Senza consenso è sempre stupro».
Un testo pericoloso
«Siamo pronte a tutto per bloccare il ddl, perché non si tratta soltanto di una questione normativa ma esistenziale: il testo di Bongiorno costruisce un sistema di giustizia dove chi è vittima deve dimostrare di aver detto no, lottando fino a mettere a rischio la propria vita. E noi sappiamo che sono molteplici le ragioni per cui una persona può bloccarsi. Un testo che permette, invece, all’autore della violenza di avere libero accesso ai corpi delle persone, soprattutto le più vulnerabili», spiega alla piazza, al megafono, Carla Quinto, avvocata e responsabile dell’ufficio legale della cooperativa sociale Be Free, tra le associazioni aderenti al laboratorio permanente “Consenso, scelta, libertà”, nato dall’unione di più realtà della società civile – da D.i.Re a Differenza Donna, a Amnesty International, Non una di meno, Cgil e Uil – con l’obiettivo di fermare il ddl.
«Quella di oggi, infatti, è una tappa di un percorso più ampio. Iniziato il 27 gennaio quando la commissione Giustizia del senato ha adottato il testo riformulato da Bongiorno che proseguirà fino all’8 aprile quando la discussione della legge è calendarizzata in Senato. I prossimi 8 e 9 marzo in tutte le città d’Italia ci sarà un weekend lungo di lotta e di sciopero», dice ancora Quinto tra gli applausi e le grida dei manifestanti mentre la marea di persone da piazza dell’Esquilino si dirige verso via Merulana.
«Siamo arrivate da Milano, dalla Casa delle donne, in rappresentanza di tutte», spiega Francesca Rossi che ha 76 anni e sorride mentre tiene teso lo striscione della sua associazione: «Siamo in collegamento con i centri antiviolenza, lavoriamo da anni per i diritti delle donne. Questo ddl peggiora le cose invece di migliorarle. Per me che anche nel 1996 mi sono battuta per la legge che ha spostato l’inquadramento giuridico del reato di violenza da delitto contro la moralità pubblica a delitto contro la persona è impossibile comprendere le ragioni di quello che sta succedendo oggi», sottolinea non solo con le parole ma anche con uno sguardo che mostra tutta la sua incredulità.
«Vorrei recapitare a casa della Bongiorno tutta la merce che nella sua vita ha messo nei carrelli per lo shopping online senza mai cliccare su “compra”, facendogliela pagare ovviamente. Per poi lasciare a lei il carico di dimostrare che quei prodotti non li voleva davvero», aggiunge Roberta, una delle tante manifestanti in piazza «per dovere civico, perché non potevo farne a meno», per provare a spiegare «anche a chi proprio non vuole capire» la differenza tra consenso e volontà contraria, lo spostamento di focus del ddl, e perché una legge così è meglio non averla.
«Non riuscirete a fermare la marea perché il ddl Bongiorno è un attacco politico. Con questo si dice che il nostro no non basta. Ma noi non lo accettiamo», si sente dire al megafono da una studentessa mentre la folla si ferma davanti alla Basilica di san Giovanni in Laterano e la musica lascia spazio al confronto: «Per anni abbiamo smentito che la violenza esiste solo se è visibile. Anche la dipendenza economica lo è, il datore di lavoro che trasforma la precarietà in ricatto, l’abuso di potere di un professore. Non dobbiamo performare il nostro dolore».
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