«Qualsiasi accordo, sarà un buon accordo. Il presidente è paziente. Accetterà solo un ottimo accordo». Il segretario americano alla Difesa, Pete Hegseth, riferendosi all’«impresa storica» – la guerra scatenata dal suo commander in chief a febbraio scorso – ha minacciato: se l’Iran non tratta con noi, allora «tratterà con l’esercito statunitense».

Da Singapore, dove era in conferenza con gli alleati dell’Indo-Pacifico ha fatto sapere che, nonostante i colloqui, gli americani sono «più che capaci» di riprendere l’azione militare, ma è lo stesso Donald Trump che vuole evitarlo. Poi ha aggregato altre frasi retoriche e minacciose, che non sono però riuscite a mascherare la confusione che circonda un accordo che si sta orientando verso nuove sponde.

Inedite, paradossali, figlie di un presidente che non smette di oscillare, non sa prendere una decisione. Trump non ha infatti compiuto alcuna scelta – la firma o la bomba – dopo essersi chiuso per due ore con i suoi funzionari nella Situation room per decidere su un documento che ormai trasuda ritardi, scatena brontolii tra alleati e avversari, suscita discordie.

Stop al nucleare

L’unico punto fermo sembra lo stop al nucleare. «Più ci avviciniamo a questa realtà, sia ora sia in futuro, più ci avvicineremo a un accordo di questo tipo», ha detto Hegseth. «Trump firmerà un accordo solo se sarà vantaggioso per l’America e se verranno rispettate le sue linee rosse. L’Iran non può avere un’arma nucleare». Lo ha detto il segretario, ma anche funzionari anonimi che parlano con i media Usa, attenti a riferire che nella disputa si è attorcigliata anche una questione da sei miliardi di dollari di beni congelati iraniani.

Gli americani vogliono erogarli gradualmente (e in forma di beni primari) ma solo se Teheran farà quello che ha promesso: sminare Hormuz. Non era inevitabile, questo conflitto: ora, lo è solo la sua fine, che a più voci si richiede sempre più urgente. Non è stata né breve né indolore, fin qui, l'avventura nel Golfo degli americani.

Tre giorni fa, ma si è saputo solo adesso, un attacco con balistici Fateh-110 ha mirato e centrato una base aerea kuwaitiana ferendo, ma lievemente, alcuni soldati e contractor e danneggiando due droni MQ-9 Reaper.

Il blocco di Hormuz

Lo snodo strategico bloccato costringe comunque al continuo dialogo tra le parti. Lo schieramento militare Usa non è cessato, nonostante i post del presidente Usa. Mohsen Rezaei, consigliere della Guida Suprema iraniana, ha accusato gli Usa di star «tradendo la diplomazia per la terza volta». Trump, «continuando il blocco navale e avanzando richieste eccessive nei negoziati, ha dimostrato ancora una volta di non essere disposto a negoziare e di perseguire altri obiettivi».

Molte tempeste continuano ad avvenire in quel mare piatto dove sono transitate altre petroliere di paesi «amici» dell’Iran. Nelle ultime 24 ore sono state almeno una ventina. Altre ricorrono ai sotterfugi, racconta il Wall Street Journal: procedono spegnendo i trasmettitori di tracciamento, ma è come guidare a fari spenti nella notte, c’è altissimo rischio d'incidente fatale.

Malessere iraniano

Non tutti in Iran cercano il filo che sbrogli la matassa dell’accordo, anzi. Molti tra gli intransigenti vogliono rimanere nel labirinto del conflitto. Nella mischia sono pochi, ma influenti: lo è il falco Ali Bagheri Kani, vicesegretario del Consiglio di sicurezza nazionale, lo sono quelli che tra gli scranni del Parlamento levano la voce per tifare per il fallimento di un accordo che ora anche le tv di Stato dipingono come sbagliato.

Il presidente Masoud Pezeshkian si è scagliato contro i dirigenti tv che disapprovano i colloqui con gli statunitensi «esortandoli a evitare di seminare discordia», scrive il New York Times. Il clerico ultraconservatore, Hamid Rasaee, ha attaccato addirittura Khamenei: «Si è nascosto dall’inizio della guerra e esprime il suo sostegno al team negoziale sul nucleare. I legami familiari non sono necessariamente sinonimo di rettitudine».

Il polverone si è alzato e Rasaee si è dovuto rimangiare tutto. La direttiva dell’ayatollah è un’altra: rimanere uniti e «astenersi da inutili divisioni politiche e dall'esacerbare le divisioni sociali».

Il fronte libanese

Più che accordo, quello tra Beirut e Tel Aviv, rischia invece di trasformarsi nel piano di una richiesta di vendetta prolungata: Israele non vuole andare via dal Sud del Libano. Superata la linea gialla, non cessa l’avanzata. La politica degli israeliani è quella della «terra bruciata». L’ha chiamata così il presidente Salam.

Il bilancio del sabato di guerra è di cinque morti. Altri sette villaggi sono finiti sotto fuoco con ordine immediato di evacuazione. «Alla luce della violazione dell’accordo di cessate il fuoco da parte dell’organizzazione terroristica Hezbollah, le forze di difesa israeliane sono costrette ad agire con decisione», ha detto l’Idf. Mentre i media arabi, parlando dell’incontro avvenuto al Pentagono dove il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avuto anche un «incontro cordiale e amichevole» con il ministero degli Affari Esteri pakistano, Ishaq Dar, raccontano che le delegazioni israeliane e libanesi non sono riuscite a fare «alcun progresso, soprattutto per quanto riguarda un cessate il fuoco globale». I comunicati a margine dell’incontro parlano invece di «fiducia nel fatto che i continui e sinceri sforzi del Pakistan per la pace e la stabilità nella regione e oltre, con il sostegno dei Paesi amici, porteranno a risultati positivi». Chissà quando.

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