Quando nel 2025 Donald Trump ha annunciato l’intenzione di colpire le importazioni da quasi tutti i paesi del mondo aveva promesso che a pagare il conto sarebbero stati gli esportatori esteri e che gli americani avrebbero solo dovuto raccogliere i frutti della sua iniziativa. Peccato che, come largamente anticipato da molti esperti, non sia andata proprio così.

Uno studio pubblicato a gennaio 2026 dal Kiel Institute, centro di ricerca economica indipendente con sede in Germania, ha scoperto che a rimetterci sono i consumatori e gli importatori statunitensi. Sarebbero infatti loro a dover mettere mano al portafoglio per finanziare i dazi.

«Gli esportatori esteri assorbono solo circa il 4 per cento dell'onere tariffario. Il restante 96 viene trasferito agli acquirenti», spiega il documento. In parole povere, su 100 dollari di entrate derivanti dalle tariffe imposte dal presidente Usa, ben 96 sono a carico dei cittadini. Ciò significa che i 200 miliardi di dollari di entrate doganali che il governo americano ha raccolto nel 2025 sono di fatto una tassa «pagata quasi interamente dagli americani».

La compensazione

Secondo la ricerca, che ha analizzato 4mila miliardi di dollari di spedizioni tra gennaio 2024 e novembre 2025, gli esportatori verso gli Stati Uniti avrebbero aumentato i prezzi per compensare i dazi. Coloro che non l’hanno fatto si sarebbero limitati a ridurre le spedizioni. Il Kiel Institute si è concentrato su Brasile e India: da agosto entrambi i paesi sono vittime di aliquote fino al 50 per cento. Gli esportatori però non hanno «abboccato», termine spesso utilizzato da Trump.

«Alcuni hanno trovato mercati competitivi altrove. E poi considerano i dazi come qualcosa di temporaneo o soggetto a negoziazione, quindi, sono meno incentivati a tagliare i costi per mantenere i volumi», spiega lo studio. I consumatori si ritrovano così a essere «i portatori ultimi dell'onere sia attraverso i prezzi più elevati per i beni importati e per i quelli prodotti internamente che però contengono componenti esteri, sia attraverso una ridotta disponibilità e varietà della merce».

Presentato il 2 aprile 2025, che Trump ha ribattezzato «Liberation Day» (Giorno della Liberazione), il piano tariffario radicale del tycoon prevedeva un dazio base del 10 per cento su quasi tutte le importazioni, aliquote più elevate specifiche per alcuni Paesi e settori come quelli dell’auto, dell’acciaio e dell’alluminio. Nei mesi a venire gli accordi sono stati affinati e lo spauracchio delle tasse sulle importazioni è stato sventolato non appena qualche partner commerciale non si piegasse ai capricci di presidente.

Ultimo esempio in ordine di tempo è la minaccia di un aumento fino al 25 per cento fatta, e poi ritirata, a Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Olanda e Finlandia colpevoli di aver inviato truppe in Groenlandia: «Le tariffe entreranno in vigore il primo giugno e verranno tolte solo al raggiungimento di un accordo per l'acquisto completo e totale dell’isola», aveva scritto Trump su Truth.

Scaricare i costi

La voce del Kiel Institute non è però isolata. Lo studio infatti va a confermare quanto avevano già evidenziato altri think tank e centri di ricerca. «I dirigenti hanno chiesto di proteggere i profitti scaricando i costi dei dazi sui consumatori», spiegava l'Institute on Taxation and Economic Policy (Itep) in un’informativa di fine 2025. Del coro di coloro che segnalano come i siano i cittadini le vere vittime delle tariffe fanno parte anche i ricercatori della Harvard Business School, del Cato Institute e di Brookings.

Intanto è attesa, attesissima, la sentenza della Corte Suprema sulla legalità di tutti i dazi varati da Donald Trump. Due corti di grado inferiore hanno già stabilito che il presidente Usa ha oltrepassato i propri limiti imponendo le tariffe del «Liberation Day» e quelle precedentemente annunciate contro Cina, Canada e Messico.

«TUTTI I DAZI SONO ANCORA IN VIGORE!», aveva scritto il tycoon su Truth dopo la sentenza della corte d’appello federale a fine agosto. Dopo aver bollato i giudici come «totalmente faziosi», Trump ha spiegato che la rimozione delle aliquote «sarebbe stato un disastro totale per il paese» perché «sono lo strumento migliore per aiutare i nostri lavoratori e sostenere le aziende che producono ottimi prodotti made in Usa».

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