Dopo il 4-1 a Santo Domingo, l'attaccante haitiano Wilson Isidor proclama: «Hispaniola è Haiti». Sei parole scatenano un caso diplomatico e riaccendono tensioni mai sopite tra i due Paesi, divisi da un confine segnato da occupazioni, massacri e deportazioni. E ora anche il calcio rischia di pagare il prezzo dello scontro
Ci sono isole divise dal mare e isole divise dalla memoria. Hispaniola appartiene alla seconda categoria: un’unica massa di terra, due Stati e un confine che da due secoli funziona come una cicatrice.
Giovedì 1° ottobre, per riaprirla, sono bastate sei parole. Haiti aveva appena travolto 4-1 la Repubblica Dominicana a Santo Domingo, Wilson Isidor aveva segnato due volte e, davanti a una telecamera, ha indicato prima il terreno e poi la maglia: «L’Hispaniola c’est Haïti. Ici, c’est Haïti».
Una celebrazione goliardica è diventata in poche ore materia diplomatica. Il presidente della Federcalcio dominicana José Deschamps l’ha definita una «mancanza di rispetto alla sovranità nazionale», portando il caso davanti alla Concacaf, che ha aperto un procedimento disciplinare.
L’ambasciata haitiana si è affrettata a precisare che quelle parole non rappresentano la posizione del governo; la federazione, invece, ha difeso Isidor parlando di attaccamento alle proprie radici e negando qualsiasi ostilità verso il vicino.
Intanto il ministro dello Sport dominicano Kelvin Cruz ha annunciato che Haiti non potrà più utilizzare gli stadi dominicani come sede delle proprie partite casalinghe. Formalmente il veto è legato agli incidenti all’ingresso del Félix Sánchez e ai danni a un cancello, non alla frase del calciatore. Ma il calcio aveva già smesso di essere soltanto calcio: il presidente Luis Abinader ha appoggiato la decisione e Carolina Mejía, sindaca di Santo Domingo e aspirante alla candidatura presidenziale del 2028, ha rincarato la dose, chiedendo persino di vietare a Isidor l’ingresso nel Paese.
«Hispaniola è Haiti»
La scelta delle parole è esplosiva perché a Hispaniola anche i verbi cambiano a seconda del lato da cui si racconta la storia. Nel 1822 il presidente haitiano Jean-Pierre Boyer incorporò la parte orientale dell’isola nella Repubblica di Haiti.
Per la memoria nazionale dominicana furono ventidue anni di occupazione, conclusi con l’indipendenza del 1844. In parte della storiografia haitiana e in studi più recenti, invece, il 1822 è raccontato anche come unificazione, legata all’abolizione della schiavitù nella parte orientale e al timore che una potenza coloniale potesse usarla come testa di ponte contro Haiti.
La stessa geografia produce così due memorie opposte. Dire che «Hispaniola è Haiti» non significa soltanto esultare in trasferta, ma tocca uno dei nervi sui quali si è costruita l’identità dominicana.
Il calendario ha reso tutto ancora più cupo. La partita si è giocata il 1° ottobre: il giorno dopo ricorreva l’89° anniversario dell’inizio del massacro del 1937, quando il dittatore dominicano Rafael Trujillo ordinò l’uccisione di migliaia di haitiani e dominicani di origine haitiana nelle zone di frontiera.
È passato alla storia come «massacro del prezzemolo», da perejil, la parola spagnola che secondo il racconto tramandato veniva utilizzata per riconoscere gli haitiani attraverso la pronuncia. Le stime sulle vittime divergono, ma molti studi le collocano tra le dieci e le ventimila. E il confine non appartiene soltanto al passato.
Espulsioni
Dal 2024 il governo Abinader ha irrigidito drasticamente la politica migratoria, annunciando fino a diecimila espulsioni alla settimana. Amnesty International ha registrato almeno 265.215 haitiani espulsi nel 2025, denunciando casi di profilazione razziale, detenzioni arbitrarie ed espulsioni collettive.
A settembre Santo Domingo ha inoltre avviato altri 14,5 chilometri della barriera di frontiera. Pochi giorni prima della partita, parlando all’Onu, Abinader aveva sintetizzato la propria linea con una formula quasi speculare a quella di Isidor.
Il paradosso è che il calcio ha bisogno del vicino proprio mentre la politica alza il muro. Haiti non può giocare regolarmente a Port-au-Prince: lo stadio nazionale Sylvio Cator fu occupato e vandalizzato dalle gang nel 2024 e ancora lo scorso settembre l’area è stata teatro di operazioni armate. Nel percorso che ha riportato i Grenadiers al Mondiale dopo 52 anni, le partite casalinghe sono state disputate in campo neutro. La nazionale è diventata una specie di Paese portatile, assemblato nella diaspora e costretto a cercare altrove perfino un prato da chiamare casa.
Isidor ne è quasi la rappresentazione perfetta. È nato a Rennes e ha giocato nelle selezioni giovanili francesi, scegliendo Haiti soltanto nel marzo 2026. Sei mesi dopo, proprio lui ha pronunciato la frase territorialmente più assoluta possibile.
Non è necessariamente un programma politico: può essere stata l’iperbole di un attaccante euforico dopo un 4-1. Ma su un’isola dove cittadinanza, colore della pelle, migrazioni e sovranità restano questioni aperte, anche un’esultanza può trasformarsi in una dichiarazione di confine.
Haiti ha vinto la partita e, grazie alla differenza reti, anche il duello nel girone con i dominicani. Ma la conseguenza più duratura potrebbe essere fuori dalla classifica.
Per novanta minuti il pallone aveva fatto ciò che la politica fatica a fare: attraversare liberamente Hispaniola. Sono bastate sei parole, dopo il fischio finale, per ristabilire il confine.
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