Vendetta, vendetta, vendetta: la giura Teheran. E di vendetta e missili iraniani sono pieni i cieli del Golfo. Nella Repubblica Islamica che domenica si è svegliata decapitata della sua massima autorità è il giorno della sciagura e dell'ira. Il presidente Pezeshkian minaccia «i più malvagi criminali del mondo»: «L’Iran considera lo spargimento di sangue e la vendetta contro gli autori e i comandanti di questo crimine storico come suo dovere e suo legittimo diritto». Uccidere Khamenei è stata una «dichiarazione di guerra a tutti gli sciiti».

Leadership decapitata

Sangue e morte per l’uccisione della Guida Suprema negli attacchi israeliani e americani li invoca il grande ayatollah, Makarem Shirazi, 99 anni e parole di rabbia: scatenate la jihad, è l’ordine che consegna ai musulmani nel mondo. Un’altra fatwa la lancia l’ayatollah Nouri Hamedani. Teheran nera di lutto, promette lotta contro i suoi satana: Israele e Stati Uniti. È una Vera Promessa – questo è il nome dell’operazione con cui i pasdaran hanno deciso di rispondere all’attacco ordinato dal presidente Trump.

In una notte sola il potere sciita è stato decapitato. Trump rivendica la morte di 48 comandanti – in quelle bare finiti anche il figlio e la nipote di Khamenei, mentre sulle sorti dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad rimane incertezza. Il suo ufficio ha smentito la notizia della sua morte che era circolata dal lato israeliano.

Il presidente Usa, ad ogni modo, dice di voler parlare con la leadership iraniana anche se l’operazione continuerà, anche perché – dice Trump – sta proseguendo meglio del previsto. Le acque della regione sono diventate più che calde. La Francia sposta la portaerei Charles de Gaulle nel Mediterraneo. Washington ha rivendicato l’affondamento di almeno nove navi iraniane, smentendo di aver subìto attacchi alla propria portaerei, la Lincoln, ma ha anche ammesso di aver perso nelle ultime ore tre soldati, con cinque feriti gravi.

«Pugnalate l’America al cuore» è l’appello funesto, l’invito alla ritorsione diretta che il Consiglio Supremo per la Sicurezza ha rivolto invece agli iraniani.

Caos nel Golfo

Si pugnala però intanto solo a colpi di missili: domenica l’ottava ondata di attacchi l’hanno annunciata i pasdaran mentre piovevano razzi sul porto di Abu Dhabi, esplosioni e boati si sono susseguiti in ogni lato della città in un Medio Oriente che ora conta le sue colonne di fumo, i suoi decessi e i suoi incendi. Anche Doha è nei mirini della rappresaglia persiana; esplosioni a catena si sono ripetute per il secondo giorno nelle ricche dune del Golfo.

In Bahrein le difese aeree hanno intercettato 45 missili iraniani e nove droni durante la notte. Incendi e bombe scoppiano in una Dubai deserta nei suoi sempre affollatissimi centri commerciali, spiagge e bar: detriti mandano a fuoco Burj Al Arab, uno degli hotel più lussuosi della città che è irriconoscibile perfino tra le sue nuvole, in un cielo vuoto di aerei e velivoli ogni viaggio è stato interrotto. Solcano l’aria solo missili.

Negli Emirati Arabi tre le vittime e 58 feriti per 165 missili balistici (152 sono stati distrutti, 13 sono caduti in mare): le autorità rendono noto che «non resteranno a guardare» mentre continua l’attacco pasdaran. Ali Larijani, il capo del Consiglio di Sicurezza, però delimita il fronte: ad essere colpito non è il Golfo, ma le basi Usa, «non sono territorio dei paesi della regione, sono territorio degli Stati Uniti. Non intendiamo attaccare i paesi della regione».

Piovono missili che sembrano partire da depositi inesauribili anche contro Israele, contro il condominio nella località di Beit Shemesh, con attacchi in tutto il paese fino a notte. Lo stato ebraico continua ad assicurare però di aver smantellato i sistemi di difesa aerea iraniani.

I colpi israeliani

E pure il Leone ruggente – così è stata battezzata l’operazione militare congiunta di Washington e Tel Aviv – non ha esaurito la sua furia bellica:oltre a richiamare decine di migliaia di riservisti, domenica è stata scatenata nuova distruzione con l’impiego massiccio di missili da crociera Tomahawk e nuove colonne di fumo si sono alzate da Teheran. Le autorità iraniane denunciano bombardamenti sull’ospedale Gandhi.

Da Minab, intanto, il procuratore Ebrahim Taheri informa che il bilancio per il bombardamento sulla scuola femminile (avvenuto nel primo giorno dell’operazione) è di 148 morti e 95 feriti: una strage di ragazzine.

La guerra che ferma i cieli, paralizza anche il mare: lo stretto di Hormuz, l'arteria strettissima che collega il golfo Persico e quello dell’Oman attraversata da navi lungo la strategica via del greggio.

Il ministro degli esteri Araghchi – fino a qualche giorno fa seduto ai tavoli negoziali di Ginevra insieme ai due inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, nel tentativo di trovare un compromesso – ricorda, nel giorno delle macerie, «l’esperienza amara»: «Abbiamo negoziato con gli Stati Uniti due volte negli ultimi 12 mesi. E in entrambi i casi, ci hanno attaccato nel bel mezzo dei negoziati».

Contatta il grande mediatore, l’omanita Badr Albusaidi, «per qualsiasi sforzo serio che contribuisca a fermare l’escalation e a tornare alla stabilità», ma perentorio asserisce che non ci sarà «alcun limite e restrizione alla nostra difesa». Sono messaggi che l’intelligence americana ascolta attentamente: finora era ritenuto improbabile un attacco terroristico iraniano su suolo statunitense, ma ora non più. La situazione è mutata, la percezione del rischio è cresciuta fino a picchi mai sfiorati prima per gli obiettivi sensibili, la belva sciita è ferita, sanguina e in quel sangue ha trovato ferocia per la vendetta.

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