Gli ultimi segnali captati tra Teheran, Tel Aviv e Washington sono più che contrastanti: risultano divergenti. Sono diventati un labirinto con più uscite, quasi tutte incerte. Donald Trump continua a ribadire «abbiamo vinto la guerra» e che Teheran vuole un accordo («stiamo parlando con le persone giuste»), ma l’Iran, secondo funzionari israeliani, non sarebbe affatto sulla stessa linea. I pakistani lasciano trapelare che il capo negoziatore che proverà a convincere gli sciiti alla resa questa volta sarà il vicepresidente JD Vance, cosa indirettamente confermata dallo stesso tycoon («Rubio e Vance saranno coinvolti nelle trattative»).

Sempre Trump – secondo cui quella in corso «non è una guerra, bensì un’operazione militare» – continua ad affermare che gli ayatollah hanno accettato il principio per cui «non avranno mai l’arma nucleare». Quel che realmente dice l’Iran su tutto questo attualmente è ancora completamente avvolto nella nebbia.

Hai voglia a dire che «la situazione è fluida, e le speculazioni su eventuali incontri non devono essere viste come definitive», come si è vista costretta a fare la portavoce Karoline Leavitt dopo che il tycoon ha riferito di progressi importanti per negoziati diretti, da tenere forse a Islamabad. E dire che ci sarebbe pure una data d’inizio dei colloqui: secondo Axios l’ipotesi avanzata dagli Usa e i mediatori sarebbe quella di sedersi già domani, giovedì, al tavolo, anche se anche su questo si attende ancora la risposta di Teheran.

Secondo altre indiscrezioni, il team Trump valuta il 64enne Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano, come interlocutore privilegiato e prossimo numero uno del paese. Oppure queste aperture a Ghalibaf sono una trappola proprio per neutralizzarlo, pensa qualcuno dei vertici sciiti che sussurra in anonimo ai media americani. In tutto questo, il Pentagono potrebbe intanto inviare altri tremila soldati in Medio Oriente, mentre continuano i raid israeliani e statunitensi.

Altri attacchi

Due giorni fa Trump ha annunciato uno stop agli attacchi contro le strutture energetiche per cinque giorni, ma Teheran ieri ha denunciato nuove operazioni distruttive nella provincia di Isfahan e di Khorramshahr. I militari persiani, intanto, non rinunciano all’ipotesi di trionfo pieno, senza riserve: fanno sapere che «le potenti Forze Armate dell’Iran proseguiranno su questa strada fino alla vittoria completa».

L’ultima inversione di marcia militare del presidente Usa, comunque, appare il risultato di una fitta trama diplomatica tessuta in segreto dai ministri degli Esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan che, il 19 marzo scorso, si sono riuniti a Riad intorno a un tavolo in cui a mancava solo la componente iraniana.

Racconta il Wall Street Journal che un’accelerazione alla maratona negoziale l’ha data il Cairo, che ha stabilito un contatto diretto con le Guardie rivoluzionarie, per proporre una sospensione delle operazioni per costruire le condizioni per il cessate il fuoco.

È stato lo stesso quotidiano americano a scrivere però anche che le monarchie del Golfo sono prossime – con le loro economia al collasso per impianti chiusi quanto lo Stretto, dove non viaggiano più i loro barili – a schierarsi nella guerra contro l’Iran. A voler spingere Trump a proseguire le operazioni sarebbe soprattutto il saudita Bin Salman.

Le continue oscillazioni innestate dal presidente Usa ovviamente si riflettono sui mercati, dove a saltare – dopo ogni dichiarazione che viene fuori dalla Casa Bianca – è il prezzo del greggio, prima sceso sotto la soglia di cento dollari al barile, poi schizzato nuovamente sopra quella soglia, con la medesima rapidità. E mentre muore un soldato in Bahrein per missili di Teheran, il Libano espelle l’ambasciatore iraniano; Israele intanto continua la sua campagna nel sud del paese e assume il controllo della terra che si estende fino al fiume Litani, dove tutti e cinque i ponti sono stati fatti saltare in aria, ha assicurato il ministro della Difesa Israel Katz.

Timori europei

«Stiamo pagando le conseguenze, stiamo subendo un forte shock economico causato da questa guerra». Non ha pronunciato parole concilianti ieri presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, anzi: con dichiarazioni d’urto, sono arrivati richiami netti a Trump, accusato di aver scatenato un altro conflitto senza alcun coordinamento con gli alleati proprio mentre erano impegnati a risolvere un’altra guerra – quella ucraina – alle porte d’Europa: «Non possiamo ignorare che, per la prima volta in assoluto, gli Usa hanno scatenato una guerra in Medio Oriente, nel nostro vicinato, senza fornire alcuna informazione preventiva ai propri alleati europei né alla Nato».

La guerra contro Teheran è un errore politicamente disastroso, una violazione del diritto internazionale per il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier. Di ripercussioni sull’economia globale ha parlato anche l’altra testa dell’Unione trafitta dall’impennata dei prezzi energetici: per la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, «è tempo di sedersi al tavolo delle trattative e porre fine alle ostilità».

Londra invece va contro corrente: valuta l’invio di un vascello della Royal Navy carica di droni per eliminare le mine.

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