Netanyahu lancia una nuova missione militare su Jenin per “risarcire” il ministro oltranzista Smotrich, contrario alla tregua: 9 morti e 40 feriti. Netanyahu nel frattempo incassa le dimissioni del Capo di stato maggiore
Se le armi tacciono a Gaza, il fuoco israeliano torna a martellare Jenin. Non che la roccaforte della militanza palestinese, già rasa al suolo all’epoca della Seconda intifada, negli ultimi tempi abbia vissuto lunghi periodi di quiete. Ma il nome e l’intensità dell’offensiva annunciata martedì contro la cittadina della Cisgiordania settentrionale e il suo campo profughi sanno di contropartita concessa dal governo a una frangia dell’ultradestra, per aver digerito, almeno per ora, l’accordo su Gaza.
Tre israeliane e novanta palestinesi sono già stati rilasciati nell’ambito della tregua nella striscia, e una fonte di Hamas ha parlato di quattro donne israeliane che dovrebbero essere liberate il prossimo sabato.
Ma i contraccolpi si fanno sentire. Il nome dell’operazione su Jenin, “Muro di ferro”, è infatti un richiamo alla tradizione del sionismo revisionista, al pamphlet del suo epigono Ze’ev Jabotinsky che già nel 1923 sosteneva l’opposizione degli arabo-palestinesi al progetto sionista fosse inevitabile. E che dunque, l’unica via, fosse quella di portarlo avanti dietro a un “muro di ferro” di forza militare.
Non è un caso allora che Bezalel Smotrich, leader di Sionismo religioso e colonna imprescindibile del governo Netanyahu, abbia subito rivendicato l’iniziativa in un comunicato. «Dopo Gaza e il Libano, oggi, con l’aiuto di Dio, abbiamo cominciato a trasformare la [nostra] sensazione di sicurezza in Giudea e Samaria, con una campagna per sradicare il terrorismo nella regione», ha dichiarato, usando i termini ebraici che indicano i territori della Cisgiordania. «Su nostra richiesta gli obiettivi della guerra sono stati aggiornati».
I bombardamenti aerei e le incursioni terrestri hanno già fatto 9 morti e 40 feriti, secondo il ministero della Salute palestinese, mentre un comunicato di Hamas ha invocato la resistenza nella regione.
L’addio di Halevi
Sempre martedì, in una lettera rivolta a Netanyahu e al ministro della Difesa, il capo di stato maggiore dell’esercito Herzi Halevi ha annunciato le sue dimissioni. «La mattina del 7 ottobre, sotto il mio comando, l’Idf ha fallito nella sua missione di proteggere i cittadini di Israele», ha spiegato. «La mia responsabilità in questo terribile fallimento mi tormenta ogni giorno, ogni ora, e sarà così fino alla fine della mia vita».
Halevi ha rivendicato come nell’ultimo anno e tre mesi «i risultati ottenuti dall’Idf hanno cambiato il volto del Medio Oriente». Ma ha anche ammesso che gli obiettivi della guerra, dalla distruzione di Hamas al ritorno di tutti gli ostaggi, «non sono stati ancora del tutto realizzati». Con lui si è dimesso anche Yaron Finkelman, il capo del Comando meridionale.
È difficile sapere se la loro testa facesse parte del pacchetto di richieste di Smotrich al governo per dare il via libera all’accordo su Gaza, o se semplicemente i capi militari abbiano considerato la tregua un momento opportuno per fare un passo indietro comunque inevitabile.
Certo è che il leader estremista anche in questo caso si è fatto sentire, annunciando «la sostituzione dell’alto comando militare come parte dei preparativi per il rinnovo della guerra, questa volta fino alla vittoria completa». E che, in una recente intervista, aveva definito Halevi un «ufficiale difensivo» per giunta «debole nella strategia».
Nei quasi quattordici mesi trascorsi fra il primo e il secondo accordo per il cessate il fuoco e il rilascio di ostaggi e prigionieri, il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva svariati motivi per far slittare l’intesa. C’era l’amaro in bocca per le conseguenze di lungo periodo dell’accordo del 2011, quando per liberare il soldato Gilad Shalit rilasciò fra gli oltre mille palestinesi anche Yahya Sinwar, poi architetto del 7 ottobre. E c’era la consapevolezza del ruolo decisivo giocato dall’ultradestra, cioè dai famigerati ministri Ben Gvir e Smotrich, nel tenere insieme il suo governo.
A fine settembre c’era stata però una svolta dal punto di vista dell’aritmetica parlamentare. Gideon Sa’ar, famoso soprattutto per aver puntato alla leadership del partito Likud quando nessuno osava mettere in discussione il dominio di Netanyahu, è tornato all’ovile: unendosi alla maggioranza con il portfolio di ministro degli Esteri, ha rafforzato la maggioranza. Con lui e i suoi tre deputati la coalizione di governo poggiava su basi più solide: contava 68 rappresentanti alla Knesset su 120.
I sei uomini di Ben Gvir non hanno così più potuto tenere sotto scacco Netanyahu con la minaccia di abbattere il governo da soli. Per farlo avrebbero dovuto avere dalla loro anche i sodali ideologici del partito di Smotrich, che sulla tregua ha scelto una linea meno radicale.
La stampella decisiva
Da qui la centralità, oggi, del ruolo di Smotrich. Dopo la decisione di Ben Gvir di dimettersi dal ruolo di ministro della Sicurezza nazionale, è lui a fornire la stampella decisiva alla maggioranza di Netanyahu.
La domanda è se le contropartite sotto forma di politiche aggressive in Cisgiordania basteranno a mitigare le sue pressioni affinché la guerra a Gaza ricominci dopo i 42 giorni della prima fase dell’accordo. E se Trump vorrà davvero spendersi affinché venga portato a pieno compimento. Nel frattempo, anche lui, dopo l’inaugurazione a Washington, ha fatto un regalo agli estremisti israeliani: un ordine esecutivo ha revocato le sanzioni con cui Biden aveva preso di mira alcuni coloni estremisti attivi nei territori.
Per quanto lo riguarda, evidentemente, possono aggredire tranquillamente i civili palestinesi.
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