Diciannove organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno espresso una ferma condanna a proposito della cancellazione, da parte di Israele, di 37 ong internazionali che non potranno più operare nei territori palestinesi occupati, in primis a Gaza. Riunite nella coalizione “The Platform”, le ong israeliane criticano le misure che limitano l'accesso agli aiuti salvavita a Gaza e in Cisgiordania. La cancellazione delle 37 organizzazioni straniere avviene in un momento in cui l'accesso umanitario è stato gravemente limitato dall'ottobre 2023, con aiuti essenziali tra cui cibo, medicine e articoli per l'igiene ritardati o negati.

«Il nuovo quadro di registrazione viola i principi umanitari fondamentali di indipendenza e neutralità», si legge nella dichiarazione, «militarizza la burocrazia» e «istituzionalizza le barriere», costringendo organizzazioni vitali a sospendere le operazioni.

Per questo motivo, le organizzazioni israeliane chiedono al governo guidato da Benjamin Netanyahu di «interrompere immediatamente le procedure di cancellazione» e di consentire alle organizzazioni internazionali di operare in sicurezza, affermando che garantire l'accesso agli aiuti umanitari «è un obbligo legale, non una scelta discrezionale».

«bisogno critico»

La dichiarazione è stata firmata da organizzazioni come B'Tselem, Breaking the Silence, Fighters for Peace, Hamoked, Physicians for Human Rights e il Comitato pubblico contro la tortura in Israele. Le ong della coalizione “The Platform” aggiungono inoltre che «queste misure limitano ulteriormente l'accesso all'assistenza vitale» nei territori che attualmente vivono un «bisogno critico» e mettono «vite a rischio».

Le Ong israeliane spiegano poi che in Cisgiordania, dove «la violenza militare, istituzionale e dei coloni israeliani ha raggiunto livelli senza precedenti», le organizzazioni svolgono un «ruolo cruciale nel sostenere le comunità più vulnerabili». «Le organizzazioni umanitarie internazionali sono essenziali per raggiungere i più bisognosi, supportare i partner locali e garantire responsabilità e trasparenza. Bloccare il loro lavoro mette a rischio vite umane».

Secondo “The Platform” Israele, in quanto potenza occupante, ha l'obbligo di garantire rifornimenti adeguati ai civili palestinesi: «Non solo non rispetta questo obbligo, ma impedisce anche ad altri di colmare la lacuna».

Il ban deciso da Israele

Secondo il governo di Tel Aviv, le organizzazioni destinatarie del provvedimento di revoca delle licenze non avevano completato un processo di registrazione approvato nel marzo 2025 e ampiamente criticato dalle ong. Questo processo, che Israele sostiene di aver introdotto per «ragioni di sicurezza» volte a individuare i «terroristi», include l'obbligo per le organizzazioni di fornire al governo israeliano informazioni sensibili come i dati di tutti i loro dipendenti, anche quelli palestinesi.

Inoltre, il governo israeliano indica come motivi per negare l'autorizzazione la negazione dell'esistenza di Israele come stato ebraico e democratico, la promozione di campagne per delegittimare Israele, l'incitamento al boicottaggio o il sostegno all'azione penale contro le forze di sicurezza israeliane presso tribunali stranieri o internazionali.

Le ong interessate provengono da 16 paesi, tra cui Spagna, Paesi Bassi, Giappone, Stati Uniti, Svizzera, Svezia, Francia, Regno Unito e Canada. Tra queste figurano organizzazioni rinomate come Medici Senza Frontiere (Msf), Azione contro la Fame, Oxfam, Caritas e il Movimento per la Pace.

Anche l’Onu, tramite l’Alto commissario per i diritti umani Volker Türk, ha definito «oltraggiosa» la decisione di Israele: «Tali sospensioni arbitrarie peggiorano ulteriormente una situazione già intollerabile per la popolazione di Gaza».

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