Il 21 gennaio 1996, allo Zini di Cremona, una rete della Juventus segnata oltre il 90° fece esplodere definitivamente il “bubbone” polemico sull’entità dei tempi di recupero. Fino ad allora l’arbitro era l’unico a sapere quando sarebbe arrivato il triplice fischio. Da lì a poco sarebbe arrivata la svolta regolamentare con l’esposizione sui tabelloni. Una novità pensata per ridurre le discussioni, obiettivo mai del tutto raggiunto
C’è stato un periodo in cui si conosceva l’orario di inizio di una partita, ma non della sua fine. Nel vero senso della parola. Perché l’abitudine a comunicare l’entità del recupero è una conquista recente. Fino a trent’anni fa l’arbitro era l’unico a sapere quando sarebbe arrivato il triplice fischio. E questo dettaglio aveva finito per diventare un problema.
La cultura del sospetto era diventata imperante. Le polemiche infinite. Gli sconfitti si lamentavano per un fischio arrivato troppo in fretta. I vincitori per un finale troppo ritardato. Con tifosi, giocatori, allenatori e presidenti che vestivano una settimana i panni dei guelfi e quella dopo dei ghibellini. Senza possibilità di arrivare a una tregua.
La svolta
Alla fine il bubbone è scoppiato nel pomeriggio del 21 gennaio 1996. Sul prato verde dello Zini la Cremonese ospita la Juventus. I grigiorossi sono pronti a recitare il ruolo di vittima sacrificale. Sono ultimi in classifica con appena 11 punti. Quattro in meno del Padova. E poi nel corso della loro storia hanno battuto solo una volta la Signora. Piccolo dettaglio: era l’aprile 1923, la Serie A non esisteva ancora. È un successo non di altri tempi, ma di un’altra era.
La Juventus, invece, è quarta. Solo che la distanza con il Milan sembra ormai difficile da accorciare. La squadra di Lippi è nervosa. Molto. La domenica precedente si è fatta fermare sull’1-1 dal Bari. Per giunta al Delle Alpi. Al gol in avvio di Protti aveva risposto un rigore di Ravanelli. Dopo non era successo più niente. Anzi, qualcosa era successo tre giorni dopo.
Nella sfida contro i pugliesi Vierchowod era stato espulso per un fallo da ultimo uomo su Protti. Poi il mercoledì il giudice sportivo Laudi aveva deciso di scolorire il cartellino rosso fino a farlo diventare giallo. Era una scelta che aveva un precedente. Era successa la stessa cosa qualche settimana prima con Verdelli, il libero della Cremonese. Solo che nessuno se n’era curato poi molto. Ora invece Laudi ha finito per scontentare tutti. Soprattutto la Fifa, che chiede un allineamento immediato dell’Italia alle norme internazionali.
Come se non bastassero i pasticci, ecco che prima della partita Gigi Simoni ammette davanti ai giornalisti di sognare un furto calcistico. «Quante partite abbiamo perduto senza merito – dice – quante volte siamo stati "alleggeriti" di uno o tre punti. Quindi dico che una domenica, una sola, mi piacerebbe fosse la mia squadra a compiere il furto: un gol e via».
La partita
Il campo però non lascia troppe illusioni ai padroni di casa. Dopo 11 minuti la Juventus è già avanti con Vialli. E il grande ex esulta pure. È un gol che si porta dietro un significato profondo. Golia non può essere battuto da Davide. Almeno non sul prato verde dello Zini. È una certezza talmente granitica che impiega appena dieci minuti per sbriciolarsi. Cross dalla sinistra, Peruzzi esce in presa alta per anticipare Tentoni. Il pallone però gli scivola dai guantoni e finisce sui piedi dell’attaccante.
La decisione è drammatica. Pur di provare ad anticipare l’11 grigiorosso il portierone si butta per terra e tocca il pallone. Che rotola nella porta juventina. Peruzzi passa da «portiere caduto alla difesa ultima vana» di Umberto Saba a materiale per la Gialappa’s nel giro di una frazione di secondo. Da quel momento in poi succede di tutto. La Cremonese va in vantaggio con Maspero, viene ripresa da Ravanelli e poi torna avanti con un colpo di tibia di Tentoni. Il risultato non cambia più.
Al novantesimo il cronometro inizia a girare. Nessuno sa quanto possa mancare alla fine. Le gambe si fanno molli. I muscoli pesanti. Al terzo di recupero Vierchowod, proprio quello che non doveva esserci, appoggia nella porta avversaria il pallone che vale il definitivo 3-3. Sugli spalti succede di tutto.
Il presidente della Cremonese Domenico Luzzara accusa un malore e viene ricoverato nell’unità coronarica dell’ospedale cittadino. I tifosi grigiorossi sono furenti. Si sentono scippati. Così iniziano a lanciare verso la porta di Peruzzi qualsiasi cosa. Palle di carta. Bottiglie. Qualsiasi cosa riescano a trovare nelle tasche. Tanto che la partita viene sospesa per un paio di minuti prima del triplice fischio.
Il recupero fantasma
La lunghezza di quel recupero diventa materiale incendiario. «Avevamo già vinto una bella partita e poi l’abbiamo pareggiata quando era già finita – dice Simoni – quando avevamo già vinto è arrivato il loro gol».
Le pagine dei giornali sono in bilico fra ironia e insinuazioni. Vincino disegna una vignetta con un campo da calcio sovrastato dalle stelle e la luna e con sotto la frase: «Era notte inoltrata quando finalmente la Juventus pareggiò e l’arbitro poté dare il fischio di chiusura della partita». La Stampa pubblica invece una foto dell’arbitro Stafoggia intento a fare l’occhiolino. È il punto di non ritorno. La questione del recupero va sistemata. Una volta per tutte.
Il dibattito impazza ovunque. Nei bar, sui giornali, alle radio, nelle trasmissioni televisive. Fino ad allora sono stati realizzati 17 gol oltre il 90’, di cui 7 decisivi.
La soluzione arriva qualche giorno più tardi. Il 10 febbraio Casarin, il designatore arbitrale, riesce a far approvare una sua idea: il quarto uomo dovrà esporre urbi et orbi l’entità del recupero sui tabelloni luminosi che si usano per le sostituzioni. È una trovata che mette tutti d’accordo. Ma che non riuscirà a eliminare comunque il sale del gioco: le polemiche.
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