La Groenlandia è l’isola più grande del pianeta, con i suoi 2.130.800 chilometri quadrati, ed è anche uno dei territori più inospitali della Terra. Ricoperta quasi interamente dai ghiacci, con temperature che in inverno possono scendere sotto i -30 gradi, l’isola ospita tuttavia una comunità calcistica sorprendentemente vivace. Nella capitale Nuuk, come in altri centri abitati, il pallone continua a rotolare tra i piedi di migliaia di praticanti.

Territorio autonomo del Regno di Danimarca, la Groenlandia gode dal 1979 dell’hjemmestyre, una forma di autogoverno rispetto a Copenaghen. Già nel 1971 si è dotata di una propria federazione calcistica, la Kalaallit Arsaattartut Kattuffiat (Kak), che però non è mai stata riconosciuta dalla Fifa. Una situazione che Kenneth Kleist, presidente della Federazione, ha definito senza mezzi termini una «mancata vittoria per la democrazia del calcio».

Per questo la tifoseria del St. Pauli – storica polisportiva dell’omonimo quartiere di Amburgo – ha deciso di mobilitarsi a sostegno del riconoscimento della Kak, sollecitando la Uefa a un’iniziativa definita «storica», anche alla luce delle attuali tensioni geopolitiche e delle mire espansionistiche del presidente statunitense Donald Trump.

Il doppio rifiuto

La Federazione calcistica groenlandese non vanta una storia particolarmente gloriosa sul piano internazionale, ma custodisce comunque una tradizione consolidata: il campionato nazionale esiste dal 1954, sebbene si disputi esclusivamente nei mesi estivi. Il calcio è inoltre lo sport più praticato sull’isola, con circa 5.500 tesserati, pari a quasi il 10 per cento della popolazione.

Questi numeri hanno alimentato le ambizioni della Federazione che, anche osservando i recenti successi dell’Islanda, ha deciso nel 2022 di avviare il percorso per l’ingresso nella CONCACAF, la Confederazione calcistica del Nord e Centro America, dopo aver già incassato un no dalla Uefa nel 2016. Nel 2025, però, anche la CONCACAF ha respinto la richiesta, seppellendo metaforicamente sotto metri di neve artica le speranze della federazione di Nuuk.

«Abbiamo ricevuto una breve lettera firmata dal segretario generale Philippe Moggio con il rifiuto della nostra domanda di adesione come 42esimo membro», ha dichiarato Kleist in un comunicato ufficiale. «Questa decisione non è una vittoria per la democrazia calcistica, non rende il calcio accessibile a tutti a livello globale e dimostra quanto sia difficile per le nazioni più piccole ottenere il permesso di giocare sotto la propria bandiera».

L’iniziativa, sostenuta anche dalla Federcalcio danese e dall’Islanda, con cui la Groenlandia disputa periodicamente amichevoli, aveva l’obiettivo di «mostrare che siamo vivi, che siamo un paese che non si limita a costruire igloo», aveva spiegato lo stesso Kleist.

L’iniziativa

Secondo Massimo Finizio, direttore dell’agenzia stampa tuttostpauli, «oggi appare più che mai necessario includere la federazione calcistica groenlandese nella Uefa, perché l’Europa potrebbe usare lo sport come leva diplomatica nei confronti degli Stati Uniti». «I groenlandesi stanno cercando il riconoscimento dalla CONCACAF e non sarebbe molto scaltro se la Uefa si facesse sfuggire questa occasione», sottolinea Finizio.

Per questo la tifoseria del St. Pauli, con l’appoggio della società, ha deciso di assumere una posizione netta e schierarsi apertamente per il riconoscimento della KAK. «Non è una questione di meriti sportivi, ma di politica», sottolinea Finizio.

Sulla stessa linea il presidente del club, Oke Göttlich, che ha sollevato forti critiche in merito alla partecipazione delle nazionali europee ai Mondiali del 2026 negli Stati Uniti: «È davvero illegittimo chiedersi se i paesi europei debbano competere in una competizione ospitata da una nazione che ha piani imminenti per attaccarci?».

Una presa di posizione che contribuisce ad ampliare la frattura all’interno del mondo del calcio, acuitasi da quando il presidente della Fifa, Gianni Infantino, ha mostrato una crescente vicinanza a Trump, arrivando fino a conferirgli un riconoscimento simbolico per la pace durante il sorteggio dei gironi del Mondiale 2026 a Washington Dc. 

I motivi dell’esclusione

La Groenlandia è oggi l’unico territorio al mondo a non appartenere ad alcuna federazione calcistica regionale. Ufficialmente, la KAK non è riconosciuta dalla Fifa per il mancato rispetto degli standard richiesti: scarsità di campi in erba, difficoltà logistiche e climatiche e, soprattutto, infrastrutture giudicate inadeguate. Da Zurigo viene inoltre sottolineata una presunta instabilità della struttura calcistica locale, ritenuta incompatibile con una confederazione come la Uefa.

Secondo Nuuk, però, queste motivazioni cozzano con il riconoscimento concesso ad altri territori autonomi, come le Isole Faroe, che – al pari della Groenlandia – fanno parte del Regno di Danimarca e dispongono di due seggi nel Folketing, il parlamento danese. Un riconoscimento che sembra contraddire la linea Fifa del principio «uno stato, una nazionale».

Le Faroe, tuttavia, sono state ammesse nel 1990, quando le politiche di ingresso erano meno rigide. Oggi la Uefa non riconosce più federazioni di territori privi di sovranità statale, motivo per cui la KAK si è successivamente rivolta alla CONCACAF, che nel tempo ha accolto diversi territori d’oltremare europei, tra cui Aruba, Bonaire, Guyana francese, Guadalupa, Martinica, Saint-Martin e Sint Maarten.

Negli scorsi decenni, la Fifa ha inoltre creato una serie di eccezioni storiche – come Hong Kong, Porto Rico e Curaçao – che però non intende più replicare. 

In un momento in cui la sovranità della Groenlandia viene percepita come sempre più fragile, anche l’indipendenza calcistica assume un valore simbolico. Ma, al di là delle dinamiche geopolitiche, Nuuk continua a ribadire un messaggio semplice: la Groenlandia non chiede privilegi, ma riconoscimento.

© Riproduzione riservata