Si sta bene nella storia. «Sono campione del mondo», urla Kimi Antonelli alla radio. Si sta bene nella storia, il posto giusto per un ragazzo di vent’anni che ha il futuro negli occhi. Piange Kimi mentre guida la sua Mercedes nel giro d’onore sulla pista messicana, a due passi dal cielo. Piange perché gli hanno passato in cuffia la sua mamma che gli dice soltanto due parole. «Bravo topo».

Succede quando un ragazzo raggiunge il suo sogno più grande. Dopo una gara condotta con esperienza, con maturità, addirittura con il calcolo. Dopo la notte migliore della settimana, parole sue, si è presentato all’autodromo tenendo per mano la sorella Maggie, meravigliosamente abbigliata in onore del Día de los Muertos messicano. Il solito bacio del papà sulla fronte, una stretta a mamma Veronica, un bicchierino di ghiaccio tritato per abbassare la temperatura, Kimi è partito per il secondo match point del suo Mondiale. Stando attento a non compromettere tutto in una partenza complicata, con le Ferrari di Leclerc e Hamilton a litigare.

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Ha dovuto aspettare 35 minuti in più quando la gara è stata sospesa per la spaventosa rottura della sospensione anteriore sinistra della Cadillac di Vallteri Bottas. E poco dopo la seconda partenza ecco una Safety Car, e una quantità diffusa di bandiere gialle, investigazioni, penalità, parole di fuoco. Non è stata la settimana perfetta, un virus, un po’ di tensione, qualche errore in qualifica, eppure Antonelli sentiva l’attesa ansiosa dei tanti che si sono innamorati del suo modo di prendere la vita, e la Formula 1. E l’ha trasformata in forza.

Il Gp del Messico lo ha vinto Max Verstappen, sul podio con lui sono saliti un inferocito Lewis Hamilton e Antonelli, che ci teneva tanto a legittimare il suo titolo con un risultato di prestigio. Non è stata la settimana perfetta, ma di perfetto c’è stata tutta la stagione, che lo ha reso imprendibile: 9 vittorie, 7 pole position, 16 podi. «Ce l’abbiamo fatta. È un momento che vivrà per sempre. Non ho parole, devo ancora capire quello che ho fatto, è appena successo. Ma se non ci fosse stata la mia squadra, se non ci fosse stata la mia famiglia non ce l’avrei fatta. In questo weekend ho sentito per la prima volta la tensione, ma adesso possiamo goderci il resto della stagione».

A vent’anni e 68 giorni Antonelli ha battuto il record di Sebastian Vettel, che era diventato campione del mondo a 23 anni e 134 giorni. Era il 2010, e Kimi non se lo ricorda. «Ero piccolo all’epoca, non ho memoria di quella stagione. Ai tempi giocavo con le Hot Wheels». Sempre macchinine, queste sono soltanto un po’ più grandi.

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Terzo o quarto?

Kimi è il primo italiano a diventare campione del mondo dopo una vita. Il precedente sicuro è quello di Alberto Ascari, che nel 1953 vinse il suo secondo Mondiale di fila al volante della Ferrari: è stata proprio sua figlia Patrizia ad accostare Antonelli al leggendario papà. Ma se non vogliamo risalire a 73 anni fa per ritrovare un campione del mondo italiano, possiamo sempre ascoltare quello che ha da dire Mario Andretti, che in questi giorni ha rivendicato la sua italianità.

Nato nel 1940 a Montona (allora l’Istria era italiana, oggi è Croazia), Andretti visse l'esodo giuliano dalmata: dopo la seconda guerra mondiale e l'assegnazione dell'Istria alla Jugoslavia, nel 1948 lasciò l’Istria insieme alla famiglia, rimase diversi anni in un campo profughi a Lucca, e poi emigrò negli Stati Uniti nel 1955, dove diventò un pilota. Cittadino americano dal 1964, nel 1978 vinse il Mondiale per gli Usa, ma oggi dice che Antonelli è «il quarto italiano a diventare campione del mondo di F1 dopo Farina, Ascari e me».

Nel 1950 Nino Farina, famoso perché correva con un sigaro cubano in bocca, era stato il primo campione del mondo della F1 moderna. Ma il campione del presente e del futuro ha vent’anni compiuti a fine agosto e festeggiati all’Aquafan di Riccione scivolando nell’acqua e giocando con i suoi amici e con la sua sorellina.

Una vita in autodromo

Di Antonelli colpiscono la leggerezza, la naturalezza, la capacità - normale soltanto per i fuoriclasse, che sono quelli nati per essere fuori dalla norma - di far sembrare facili le cose difficili. Sa inventare un sorpasso dove non c’è spazio per passare. Ma poi è onesto, corretto, sorridente. Sa chiedere scusa quando sbaglia (raramente eh). Sa riconoscere che qualcun altro meritava più di lui (ogni tanto è successo, come in Spagna con Lando Norris). Sa imparare in fretta le lezioni: la partenza era decisamente il suo punto debole all’inizio di quest’anno di gloria, e Kimi ci ha lavorato su con dedizione.

Ha saputo accompagnare il suo talento naturale con una preparazione fisica, mentale e logistica perfetta. In questo lo aiuta la sua ombra, il suo performance coach Sergi Avila, che da tempo si è trasferito in Italia (e poi a San Marino) e ha seguito Kimi in Formula Regional, Formula 2 e adesso in Formula 1. Sergi non è soltanto l’amico e l’uomo che si prende cura dei suoi muscoli: è il custode della crescita fisica e mentale del più giovane vincitore di un Mondiale di Formula 1.

Kimi ha vent’anni e 68 giorni, e quasi tutta la sua vita l’ha passata in autodromo. Si è abituato a dormire nel paddock, cullato dal rombo dei motori, quando era un neonato. A 5 anni guidava il kart, suo padre ricorda che si incantava a vedere come faceva le traiettorie, come impostava le curve. La prima volta che è arrivato in Formula 1 aveva 8 anni, non aveva il pass, e Marco lo nascose in una pila di pneumatici: erano al Gp di Hockenheim, e Kimi riuscì a entrare nascosto nelle gomme.

Doveva ancora compiere 9 anni quando salì sul palco a una festa dell’Automobile Club Bologna, per ritirare un premio. Quando gli fecero la domanda a cui non sfugge nessun bambino, cosa vuoi fare da grande?, Antonelli annunciò pubblicamente il piano. «Diventerò un pilota di Formula 1». Aveva 10 anni quando Marco lo portò a correre sulla pista di Adria, su una Lamborghini. Lo teneva sulle ginocchia: Marco frenava e accelerava, Kimi cambiava e guidava. Poche settimane dopo, alla 24 ore di Le Mans, insisteva che voleva guidare, allora gli misero un paio di cuscini sul sedile del simulatore, e lo fecero gareggiare contro i piloti che avrebbero corso nel weekend. Vinse lui.

Tra miti e supereroi

Faceva i compiti nel paddock, e quando era a casa guardava Formula 1 Retro in televisione e imparava a memoria le gare che hanno fatto la leggenda. Prima di lui. A casa Antonelli, a Casalecchio di Reno, c’è una parete blu con due foto di Ayrton Senna su McLaren: Montecarlo e Spa. È il suo idolo, anche se è morto dodici anni prima che Kimi nascesse. «Ho visto tutti i video, letto tutti i libri, so che era speciale». E domenica farà passerella da campione del mondo nel suo Brasile.

Il 15 giugno dell’anno scorso, quando è andato per la prima volta sul podio in F1 (terzo posto nel Gp del Canada, dietro a Russell e a Verstappen), ha festeggiato alla maniera di Senna, che per celebrare il trionfo in Brasile nel 1993 a Interlagos si versò una bottiglia di champagne in testa. E proprio lo champagne qualche volta è un problema. Antonelli è così giovane che quando ha vinto la sua seconda gara in Formula 1, a Suzuka, gli hanno dato una bevanda analcolica perché in Giappone l'età legale per consumare alcolici (e fumare) è 20 anni e lui non li aveva ancora. In Texas domenica scorsa sul podio gli hanno dato una bottiglia diversa da quelle degli altri: Antonelli è abbastanza grande per guidare a 300 km l’ora, ma non abbastanza per l’alcol.

Per noi è Kimi. Per Marco, Veronica e Maggie, a casa, è sempre stato Andy. La sua mamma ha raccontato che era un bimbo tranquillissimo. «Era come non averlo. Si perdeva per ore a giocare, metteva in fila una ventina di macchinine, faceva gare e le telecronache. Tutto da solo. E ovviamente vinceva lui». Oggi Veronica guarda le gare di suo figlio chiusa in una stanza, da sola, con il live timing della gara e senza diretta. Segue il Gran premio con i tempi dei giri, fa così da quando Andrea era piccolo e girava sui kart. «A me non è mai interessato che lui fosse un pilota. Voglio solo che conquisti tutti i suoi sogni».

L’altra passione di Kimi erano i supereroi, aveva il poster di Spiderman in camera. Buffo che sia diventato tutto quello che voleva: un supereroe che corre in Formula 1. E li batte tutti.

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