Con il suo istinto, Alberto Tomba ha detto qualcosa che tutti avevamo pensato: che Kimi Antonelli assomiglia ad Ayrton Senna. Ci sarà tempo per approfondire questo paragone da brividi, qui interessa di più parlare del rapporto tra due atleti venuti su nell’hinterland bolognese che sono stati capaci di scardinare lo sport mondiale. Con i loro successi, certo, ma non è solo questo.

È una rivoluzione più profonda di quella che possono raccontare i record e gli albi d’oro. Tra gli anni Ottanta e Novanta Tomba sembrava un sacrilegio: arrivava dalla pianura, parlava con l’accento emiliano e diceva cose che sulla neve non si erano mai sentite. Rime, filastrocche, indovinelli. Anche nei momenti difficili. «Io non facevo come facevano gli altri, io sulle sconfitte ci ridevo sopra, le festeggiavo, perdevo e mi ubriacavo. Era il mio modo di rispondere alla delusione, era la mia strada per tornare alla vittoria. Altrimenti era finita».

L’apripista

Le sue gare fermavano il paese, nel 1988 perfino la serata finale di Sanremo fu interrotta per lasciare posto alla seconda manche dello speciale ai Giochi di Calgary. A Bologna ci furono i caroselli di auto per le strade come nelle notti magiche della nazionale di calcio. Tomba rese pop uno sport periferico (in senso letterale) come lo sci. Lui lo racconta con una delle sue folgorazioni. «Ai primi raduni, i miei compagni erano tutti in tuta, io avevo il gel nei capelli. Loro a cena mangiavano la pastina in brodo, io sei bistecche. Ho imposto qualcosa di nuovo a livello di stile e di comportamento».

Naturalmente non era solo quello: Tomba ha vinto cinque medaglie olimpiche, tre d’oro, due Mondiali e una Coppa del mondo (senza fare le discese, perché sua madre aveva paura). Con Antonelli si sono riconosciuti a prima vista. Marco e Veronica Antonelli erano tifosi di Tomba, e oggi Kimi, che è super superstizioso, non si toglie mai il braccialetto portafortuna del suo fan club che gli ha regalato Alberto.

Quanto alla Bomba, oggi quasi sessantenne e quindi appena più giovane di papà Antonelli, ha subito riconosciuto in Kimi la stessa spontaneità che potremmo genericamente definire emiliana, quel modo naturale di vivere anche le emozioni più fragorose: come Alberto, anche Antonelli sa mantenere un tono giocoso in un contesto iperprofessionale. Kimi è molto fisico, abbraccia tutti, da quando è arrivato lui i box Mercedes non sembrano più gli stessi: magari cambierà, ma al momento mantenere le distanze con gli altri non sembra interessargli.

Dominio fuori dal calcio

Con Antonelli padrone del mondo, anche la Formula 1 si aggiunge alla geografia degli sport che gli atleti italiani si sono presi, o ripresi. Abbiamo il numero uno (non formalmente al momento) del tennis mondiale: Jannik Sinner ci ha permesso di rinnovare i successi targati Adriano Panatta che risalivano a mezzo secolo prima.

Gli azzurri sono diventati una potenza nell’atletica: gli undici minuti tra l’oro di Gimbo Tamberi nel salto in alto e quello di Marcell Jacobs sui 100 piani a Tokyo rimarranno nella storia dello sport italiano. Ma dietro c’è una generazione che non teme confronti e si misura con il futuro: da Nadia Battocletti a Larissa Iapichino, da Zaynab Dosso a Mattia Furlani, e ancora Daniele Inzoli e Kelly Doualla.

Per il nuoto il detonatore fu l’Olimpiade del 2000, a Sydney: arrivarono gli ori storici di Domenico Fioravanti e di Massimiliano Rosolino. Otto anni dopo a Pechino Federica Pellegrini aggiunse il suo successo e aprì una porta per le donne. Ai Giochi di Parigi dietro agli ori di Thomas Ceccon e Nicolò Martinenghi sono arrivate altre quattro medaglie.

E proprio quando il calcio ci ha abituato all’irrilevanza, altre discipline sono arrivate a riempire i nostri vuoti, le nostre domeniche e i nostri pomeriggi da tifosi. «La pressione su di me era incredibile», ha ricordato Tomba con il suo gusto per l’iperbole. «Ero un condannato alla vittoria. E non c’erano i social, altrimenti sarebbe stato un vero massacro».

Kimi Antonelli è nato in questo mondo, sarà per quello che sembra (il) più grande.

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