Gli azzurri del ct Gattuso devono centrare la qualificazione per evitare di mancare il Mondiale per la terza volta consecutiva. Ma su chi pesa davvero di più questa partita? In caso di sconfitta, in Figc saranno necessarie delle valutazioni. Anche se il presidente Gravina ha già messo le mani avanti: «Non mi dimetto. Ma delle riflessioni personali le farei»
Quanto vale davvero Bosnia-Italia? E chi sente davvero il peso di un’altra mancata qualificazione al Mondiale? Non i ragazzi della Gen Z. Loro, semmai, ci hanno insegnato in questi anni che lo sport è anche perdere. Ed è una cosa talmente naturale che si può essere felici lo stesso. È la generazione dei ragazzi che ha trovato nel volley, nel basket, nell’atletica, nel tennis, e adesso pure nell’aria da Harry Potter di Kimi Antonelli, qualcosa da guardare e da tifare. Non un ripiego. E non serve sempre credere in qualcosa.
Bosnia-Italia, poi, non pesa nemmeno per i disillusi d’Italia, quelli che (ri)generano i vecchi tempi con l’IA, di quando erano giovani loro e giovani erano pure i loro idoli: Maldini, Totti, Del Piero col pizzetto, Vieri con i capelli lunghi. Nessuno aveva ancora l’aria adulta. Ma il tempo passa. E i nostalgici hanno già perso. Si racconta che da mesi la Federazione viva nell’attesa di questo confronto, una partita che è una specie di resa dei conti.
Stefan Zweig, lo scrittore, li chiamava «momenti fatali», cioè attimi in cui la storia svolta e cambia. Sono momenti rari, piccoli, «ore stellari» in cui maturano decisioni che trascendono la contingenza. E in questo caso, nel grigio casermone di Zenica, lo stadio del destino azzurro, quel momento sarà lungo 90 minuti (più eventuali supplementari).
IL PREZZO DELLA GARA
Quanto pesa davvero l’ultimo atto di questo appuntamento playoff ce lo dice allora la politica. Dopo il mancato accesso ai Mondiali in Qatar, il presidente della Figc Gabriele Gravina non pensò alle dimissioni. Anche se alcuni gliele avevano chieste a gran voce: gli italiani. Non lo fece nemmeno dopo la sconfitta sciagurata contro la Svizzera, agli ultimi Europei. E a chi lo accusava (sbagliando) di non aver portato l’Italia agli ultimi due campionati del mondo, Gravina aveva risposto: «Ribadisco che non tiro rigori e non vado in campo se non per salutare gli azzurri. Se vogliono mi prendo anche la responsabilità del Mondiale di Russia, in cui non ero ancora presidente della Figc. La memoria in questo paese è sempre troppo corta».
Questa volta, tanto per essere sicuri, ha messo le cose in chiaro subito: «Dimissioni senza la qualificazione al Mondiale? Non c'è una norma che lo dice. È un destino che viene individuato e cercato all'esterno della Federazione. Se ne era già parlato dopo la sconfitta con la Svizzera agli Europei. C'è un principio di democrazia, il cui ritmo è dettato dalle norme federali e la risposta è stata un 98,7 per cento». L’Italia che non cambia, che resta arroccata nelle sue convinzioni. Ma anche quella che sa correggere il tiro al momento giusto: «A chi mi dice "vai a lavorare" rispondo: se vado via io, riparte il calcio e vinciamo i Mondiali? Se ne avessi la certezza, sarei il primo a farmi da parte».
Se l'Italia dovesse fallire per la terza volta consecutiva la qualificazione al Mondiale, ha detto Gravina pochi mesi fa, «delle riflessioni personali le farei».
LA SITUAZIONE DEL CALCIO
Eppure, attorno a Bosnia-Italia, non c’è soltanto il destino sportivo della nazionale. C’è il destino di un tifo. E di una federazione. C’è anche il grande buco del sistema, però. Gli ultimi numeri raccontano infatti un calcio italiano che continua a produrre ricchezza, ma fatica ancora a reggersi da solo: secondo il ReportCalcio 2025 i debiti aggregati hanno toccato i 5,5 miliardi di euro nel 2023-2024, mentre il livello delle perdite, pur dimezzato nell’ultimo triennio, resta pesante, a quota 731 milioni.
Gravina negli ultimi mesi è tornato più volte sul punto, legando la tenuta del movimento alla sostenibilità economico-finanziaria, alla riforma del sistema e alla necessità di raffreddarlo, con meno instabilità, meno scorciatoie, più regole. A gennaio, presentando il budget federale 2026, ha ammesso che molto dipenderà proprio dalla qualificazione al Mondiale: senza America, insomma, non salterebbe soltanto un appuntamento sportivo, ma verrebbe a mancare anche una boccata d’ossigeno politica, simbolica ed economica per tutto il calcio italiano.
COSA CI INSEGNA IL REFERENDUM
Magari nel frattempo qualcosa è cambiato. Ce lo ha suggerito il post-referendum per la riforma sulla giustizia, un’altra partita. Senza supplementare. Dopo lo straripante successo del no, qualcuno ha avuto il coraggio di dimettersi. Anche se invitato a farlo e accompagnato alla porta. Halleluja, it's raining men. Certo, il calcio è un’altra cosa. E non c’è nessun parallelo con questa politica. Se non con quello della responsabilità, perché anche il calcio ne richiede.
Bosnia-Italia può essere allora un’opportunità. E doppia, persino. La prima, gioiosa e felice, è vedere l’Italia di nuovo ai Mondiali dodici anni dopo, anche per capire l’effetto che fa su chi, come i ragazzini delle nuove generazioni, i mondiali con gli azzurri non li hanno mai visti. La seconda, in caso di sconfitta contro Džeko e compagni, sarà legata al rinnovamento istituzionale. La sensazione, per ora, è più gattopardesca: se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi. Andare ai Mondiali, insomma, è fondamentale.
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