Tangeri – Quando nella conferenza stampa alla vigilia dell’ottavo di finale di Coppa d’Africa contro il Sudan a Pape Thiaw è stato chiesto se fosse a conoscenza delle condizioni in cui versa il paese della nazionale avversaria, il ct del Senegal ha preferito non rispondere, liquidando la questione come non di sua «competenza». Una posizione condivisa anche da alcuni giornalisti presenti, arrivati a contestare la stessa legittimità della domanda: la Coppa d’Africa, hanno sostenuto, è un torneo di calcio e di calcio soltanto si dovrebbe parlare.

Di tutt’altro avviso è la nazionale sudanese, che proprio attraverso lo sport più popolare del continente sta provando a restituire un frammento di gioia a un popolo vittima, da circa due anni e mezzo, di una guerra che ha causato almeno 150mila morti e oltre 12 milioni di rifugiati.

«Attenuare il conflitto»

James Kwesi Appiah ha ricordato come, dopo la vittoria contro il Ghana, decisiva per la qualificazione alla Coppa d’Africa, i combattenti abbiano deposto le armi per diversi giorni. L’allenatore del Sudan, visibilmente commosso, si è anche augurato che i successi dei Falchi di Jediane, giunti inaspettatamente alla fase a eliminazione diretta, possano «attenuare il conflitto o addirittura far cessare le ostilità». Appiah si è aperto solo dopo l’insistenza, sempre rispettosa, dei media presenti, confidando di «cercare di fuggire da queste domande perché le emozioni che portano con sé sono terribili da gestire».

La realtà, però, è che il Sudan quelle emozioni ha saputo trasformarle in forza, arrivando persino a impensierire Repubblica democratica del Congo e Senegal nelle qualificazioni ai Mondiali 2026 e centrando l’accesso alla fase finale dell’ultima Coppa Araba. Un risultato sorprendente, quest’ultimo, che ha spinto Abdel Fattah Al Burhan - di fatto presidente del Sudan dopo il colpo di stato del 2021 - a donare 550mila dollari a calciatori e staff tecnico.

«Il nostro obiettivo è regalare un sorriso a tutti i sudanesi», ha detto Ammar Taifour, centrocampista nato e cresciuto negli Stati Uniti, che aveva scelto di giocare in Sudan per riconnettersi con le proprie radici, ma che è stato poi costretto a emigrare prima in Libia e quindi in Tunisia per continuare a giocare con regolarità e sottrarsi agli orrori della guerra.

Una guerra che «non è civile», ci tiene a precisare un dipendente della federazione che preferisce restare anonimo. «Nell’attuale rosa della nazionale ci sono calciatori e dirigenti provenienti da tutte le principali regioni del paese, ma siamo uniti e solidali con le forze armate sudanesi», spiega. «Non esistono divisioni e, nel giorno dell’indipendenza, il 1° gennaio, abbiamo preparato un video registrato da alcuni calciatori da inviare ai nostri soldati, impegnati a garantire un futuro al Sudan».

«Sudan yaish»

Un futuro che, nel calcio, è già realtà. A partire dalla prossima settimana dovrebbe infatti prendere il via un nuovo campionato con la partecipazione di 24 squadre, ospitato in diverse città: dalla più sicura Port Sudan, dove molti membri della federazione si sono rifugiati dopo lo scoppio del conflitto, fino ad Al Obeid, capitale del Kordofan settentrionale, a circa 600 chilometri da Al Fashir, teatro di quello che finora è stato probabilmente il massacro più feroce della guerra in corso.

La ripresa del campionato è fondamentale non solo per consentire ai club più blasonati, in particolare l’Al Hilal di Omdurman, di continuare a partecipare alle competizioni continentali, ma anche per lanciare un messaggio al mondo: il Sudan non ha alzato bandiera bianca. Non a caso, «Sudan yaish» («Il Sudan è vivo»), seguito da tre battiti di mani, è il motto che calciatori e staff tecnico ripetono prima di ogni allenamento. Due parole già in uso prima dell’inizio del conflitto, ma che oggi assumono un significato drammaticamente più profondo.

Il gol straordinario di Amar Ibrahim Abdallah, dopo soli 6 minuti, aveva acceso le speranze del centinaio di tifosi giunti a Tangeri dall’Europa e da altre città del Marocco. Ma non è bastato: la maggiore qualità del Senegal è emersa prepotentemente nel corso della partita e il Sudan ha dovuto dire addio alla Coppa d’Africa, dopo aver raggiunto la fase a eliminazione diretta a 14 anni di distanza.

Nonostante Appiah avesse dichiarato sin dall’inizio di non essere venuto solo per partecipare, ma per vincere il trofeo, il cammino del Sudan ha comunque superato ogni aspettativa. Tanti sudanesi, anche coloro che non hanno potuto seguire le partite in patria per mancanza di connessione o per motivi più gravi, possono comunque provare a sorridere: il Sudan è ancora vivo.

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