Nella sfida di Nations League tra Portogallo e Norvegia, il 41enne era finito in panchina. Contro la Danimarca correva lo stesso rischio, perciò ha detto basta: ritiro abbandonato in jet privato e polemica con il ct Jorge Jesus. Il giocatore dell’Al-Nassr incarna una difficoltà comune alle grandi leggende dello sport: accettare che il tempo imponga di smettere
Com'è triste e sgraziato questo declino di Cristiano Ronaldo. Un addio ai vertici del calcio mondiale urlato in maniera muscolare, proprio come muscolare è stato il portoghese nel momento del suo apice, quando portava il proprio corpo verso vette irraggiungibili per i comuni mortali. Guardavamo Ronaldo alzarsi in rovesciata o alle prese con stacchi da terra sovrumani e lo pensavamo immortale, rapiti da un'abnegazione che risultava aliena persino in un mondo di super professionisti come quello del calcio.
Ronaldo che invitava i compagni di squadra a cena per servirgli insalata e pollo, Ronaldo che al termine delle suddette cene si alzava e se ne andava per farsi una nuotata nella sua piscina privata, Ronaldo il superuomo che cercava di colmare il gap stilistico con la rivale di sempre, Lionel Messi, dando fondo a tutto quello che il suo corpo, addestrato a ogni sforzo, gli concedeva.
E ora che quel corpo, più che ribellarsi, inizia banalmente a presentare un umile conto per cotanta usura, a venir meno, in Ronaldo, sembra essere la lucidità mentale. Lasciare la Nazionale portoghese subito dopo il Mondiale sarebbe stata una scelta logica, facilissima. Ormai 41enne, senza probabilmente più nulla da chiedere al calcio, avrebbe potuto rifugiarsi ancora nel suo esilio dorato saudita per andare a caccia di quella manciata di reti che gli mancano per raggiungere quota 1000 in carriera, un traguardo da bulimia calcistica che insegue da anni con una ferocia cieca, cercando di mettere a referto anche la più impercettibile delle deviazioni soltanto per poter leggere il suo cognome, ancora una volta, nell'elenco dei marcatori di un qualsivoglia tabellino.
Immaginare il dopo
Invece no. Ronaldo continua a battere i piedi, a esigere per la gigantesca figura che fu un ruolo altrettanto gigante nel presente. Pensava di aver trovato dall'altra parte un altro commissario tecnico conciliante, dopo Fernando Santos e Roberto Martinez. Jorge Jesus, invece, ha l'occhio infiammato dell'uomo animato da un furore intoccabile, una carriera trentennale e nessuna voglia di lasciare per strada punti in una fase cruciale del suo percorso.
Ha sgomitato, perso e vinto tanto prima di arrivare alla guida della sua Nazionale. Si pensava venisse tutto facile per Ronaldo, avendo visto approdare sulla panchina portoghese il suo ex tecnico all'Al-Nassr. Ma ha fatto male i conti e ha confermato, per l'ennesima volta, quanto sia complicato per i grandi campioni scendere a patti con la realtà del tempo.
Il ritiro non è visto come un passaggio naturale. Ha invece i contorni della cesura improvvisa, che mette di colpo sul tavolo delle leggende una realtà ai loro occhi inaccettabile: devono smettere di fare quello che hanno fatto per un'intera esistenza, privarsi della loro ragione di vita. È una piccola morte, la necessità di ricominciare da capo, qualunque sia l'ambiente a cui appartengono.
La storia recente è piena di esempi illustri: Roger Federer e Rafa Nadal che non si arrendono al logorio del loro fisico provando a rimandare quel che ormai pareva inevitabile; Francesco Totti che a 50 anni ancora rivendica il pensiero di tornare sui campi di Serie A, durato almeno fino a qualche mese fa; l'impressione è che possa accadere anche con un soldato come Novak Djokovic, che per inseguire l'ultimo Slam della carriera si sta esponendo a figure per lui inaccettabili nonostante il destino gli avesse riservato il finale perfetto, la possibilità di salutare tutti dopo l'oro olimpico del 2024 per la sua amata Serbia dopo una finale brutale con Carlos Alcaraz.
È un'incapacità di fondo nell'immaginare il dopo, un problema che non vogliono o non sanno affrontare: c'è chi lascia e non si guarda più indietro, ma anche chi fatica a guardare avanti. E c'è chi lascia e torna, in maniera clamorosa, per alimentare il proprio ego, tenere in piedi la leggenda.
Multinazionale CR7
Dopo la panchina contro la Norvegia, all'annuncio di un ulteriore accantonamento in vista della sfida con la Danimarca, Ronaldo ha detto basta. Lo ha fatto a modo suo, facendo arrivare il jet privato da Madrid, abbandonando l'allenamento mentre i suoi stessi compagni continuavano a lavorare sul campo.
«A seguito alla conferenza del commissario tecnico e dopo un colloquio con il presidente della Federcalcio portoghese, ho deciso di lasciare il ritiro. A tempo debito, racconterò al popolo portoghese la verità sui motivi del mio addio alla nazionale, alla quale mi sono sempre dedicato con impegno. È giunto il momento di augurare buona fortuna al Portogallo e a tutti i miei compagni di squadra, senza eccezioni», ha commentato sui social, in perfetto allineamento con una figura che ormai, più che quella di un calciatore, ricorda quella di un brand, una multinazionale.
La sua verità, dunque, ce la dirà a tempo debito. Jorge Jesus, da allenatore, aveva già detto la sua, così scontata e banale da rendere persino più goffo questo egocentrico dimenarsi di Ronaldo: «Sono l'allenatore e ho deciso di non farlo giocare. Se avrò bisogno di lui per mezz'ora, giocherà, altrimenti resterà in panchina. Nessun giocatore mi farà cambiare idea su questo; né lui, né nessun altro nel calcio». Lineare. Lapidario.
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