Nella Serie B tedesca c’è un muro giallo-nero famoso quanto quello del Borussia Dortmund, che ogni settimana riempie uno stadio da 32.000 posti. Nelle settimane in cui l’AfD ha fatto dei territori dell’est il suo catino elettorale si è tornati a parlare delle presunte infiltrazioni nere nel K-Block. Ma la questione è più complicata
Nel calcio tedesco c’è un muro giallo-nero famoso quanto quello del Borussia Dortmund, basta guardare un po’ più a est. Una parete, uno stadio che richiama 29mila persone per una partita di metà classifica in Dritte Liga, la terza divisione. È capitato 16 anni fa a Dresda, nel match tra Dynamo e Carl Zeiss Jena, con i padroni di casa noni in classifica. E succede ancora, un weekend ogni due, adesso che la Dynamo è in Zweite Liga, la Serie B tedesca.
Certo, una città da 563mila abitanti è sempre un cospicuo bacino di pubblico, ma a Dresda il pallone ha un peso diverso. Oggi il club porta abitualmente quasi 3.000 tifosi in trasferta, roba che neanche una big di Serie A. E la Dynamo non vede la Bundesliga da 31 anni. Negli ultimi vent’anni ha fatto lo yo-yo tra seconda e terza divisione, eppure lo stadio continua a riempirsi: oltre 32.000 posti, più di 9.000 nel K-Block, il cuore della curva.
È proprio il K-Block ad aver riportato Dresda al centro del dibattito in Germania. Negli ultimi giorni Alternative für Deutschland ha fatto dei territori dell’est il suo catino elettorale, tanto da trionfare lo scorso 6 settembre nelle amministrative in Sassonia-Anhalt e, una settimana dopo, in Meclemburgo (dove non ha però i numeri per governare).
Nello spiegare la diffusione del partito di estrema destra, sono riemerse le presunte infiltrazioni nelle curve. Nonostante parte dell’opinione pubblica tedesca ritenga gli ultras Dynamo (questo il nome del gruppo più importante, fondato nel 2000) di fatto dei neonazisti, la questione è più complicata.
Oltre le infiltrazioni nere
Alcuni episodi degli ultimi anni, come i cori transfobici e gli striscioni sessisti esposti, sono stati frutto forse più della singola rivalità (guardacaso contro il St Pauli, espressione del multiculturalismo di Amburgo) che di una reale convinzione. Ciò non li rende meno gravi, li relativizza.
In un’altra gara con il St. Pauli, due addetti alla sicurezza della Dynamo si erano rifiutati di rimuovere una bandiera tedesca che ostruiva il passaggio, si sono tolti i gilet e hanno mostrato delle magliette con stampati simboli neonazisti. In quel caso, il club li aveva subito licenziati e si era scusato.
Su questo argomento la Dynamo è sempre stata chiara: da anni organizza partite dal titolo “Love Dynamo - Hate racism” e non perde occasione per ribadire che allo stadio c’è posto per tutti e che la curva è apolitica. Su Domani abbiamo raccontato che nel 2025 il capitano Stefan Kutschke, ritiratosi alla fine della passata stagione, aveva strappato la tessera di una palestra cittadina dopo che si era scoperto che uno dei fondatori era legato a formazioni neonaziste nella vicina città di Chemnit.
Il K-Block, poi, per sua stessa natura, non può che essere espressione di diverse correnti. Il motivo? È nato letteralmente per caso. Nel marzo 1983, durante Dynamo-Magdeburgo, alcuni tifosi ospiti riuscirono a entrare nel K-Block, dove all’epoca si teneva anche un piccolo mercatino di fotografie della rivista Kicker e altri cimeli. Quando gli ultras del Magdeburgo irruppero nel settore, i tifosi della Dynamo presenti si opposero e finirono per creare un'atmosfera tale da attirare progressivamente il resto della curva. Il G-Block si svuotò e il K-Block divenne il nuovo centro del tifo.
Dove la Germania est non è mai finita
Per capire perché il discorso sia così sensibile, però, bisogna, anche uscire dallo stadio. A Dresda storicamente si guarda all’occidente angloamericano con occhi diffidenti. È ancora aperta la ferita del bombardamento alleato del febbraio ’45 che, oltre a causare dalle 25 alle 40mila vittime, ha quasi completamente distrutto il patrimonio culturale della “Firenze dell’est”, faticosamente ricostruito. Quarantacinque anni di comunismo sotto la DDR han fatto il resto.
La storia, con la s minuscola, della Dynamo si inserisce nella Storia, con la S maiuscola, di questa parte di Germania. Bastano due episodi a chiarirlo: il trasferimento della squadra a Berlino, nel 1954, dopo soli pochi mesi di fondazione, per formare la Dynamo Berlino (la squadra della Stasi) e la famosa chiamata nello spogliatoio da parte del ministro delle Sicurezza di stato Mielke, dopo la vittoria del campionato del 1978.
I gialloneri erano infatti ripartiti sfruttando una serie di giocatori locali, tornando in Oberliga (la massima serie della Germania Est) e conquistando addirittura otto titoli, l’ultimo proprio nel 1978. «Bravi, festeggiate perché da oggi in poi non vincerete più», era stato il messaggio del vero capo della DDR, che non poteva permettersi il successo di una squadra diversa dalla Dynamo Berlino.
In qualche modo l’appartenenza alla DDR era stata pure la causa anche del fallimento del 1995: dopo la riunificazione i club dell’est, molto più poveri di quelli dell’ovest, non sono riusciti a reggere i costi della Bundesliga e quindi sono via via scomparsi. Alla Dynamo Dresda è capitato lo stesso destino, finendo addirittura in quarta serie per poi vivacchiare, come detto, tra Dritte e Zweite Liga.
È in questo contesto, prima ancora che nella politica, che va cercata la complessità del K-Block. La curva è memoria, appartenenza, identità locale, ma al suo interno possono convivere comportamenti e sensibilità differenti. I legami con l’estrema destra ci sono, ma restano in un angolo oscuro che si fatica a illuminare anche in Germania, figurarsi da fuori.
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