Perdere un figlio durante la gravidanza o dopo il parto resta un dolore spesso minimizzato, soprattutto per i padri. In Inghilterra sono nate squadre amatoriali per condividere la sofferenza. In Italia, avverte la Fondazione CiaoLapo, il lutto rischia di diventare «doppiamente invisibile» e le cure sono ancora inadeguate
La gravidanza viene spesso paragonata a un viaggio. Anche le liturgie si somigliano: la preparazione del bagaglio, la predisposizione a qualcosa di nuovo nello spazio e nel tempo, la rete di amici e familiari che, nel migliore dei casi, è pronta ad accompagnare. Quasi sempre lo si racconta come un viaggio a lieto fine. Ma non sempre è così.
Perdere un figlio durante la gravidanza o dopo il parto è un evento che la società tende a minimizzare, ma che accade e sconvolge sul piano emotivo la famiglia che si preparava a quel viaggio. Si chiama lutto perinatale e, spiega la dottoressa Claudia Ravaldi, co-fondatrice di CiaoLapo, «il problema principale è culturale: siamo ancora abituati a misurare l'importanza di una perdita in base all'età di chi muore, anziché alla relazione affettiva che si interrompe». Eppure, «la genitorialità non comincia al momento del parto e il lutto non dipende dalle settimane di gestazione»: minimizzarlo lascia le famiglie «isolate, non riconosciute nel loro dolore».
Su questo scenario, ancora sin troppo messo in un angolo, accende i riflettori la Fondazione CiaoLapo, che oggi, nella Giornata mondiale della consapevolezza sul lutto perinatale, torna a chiedere attenzione. Con lo studio UNSURENESS, pubblicato nel 2025, ha interpellato 200 operatrici sanitarie, in gran parte ostetriche: solo una su tre aveva ricevuto una formazione specifica per accompagnare una gravidanza dopo un lutto perinatale, e il sostegno psicologico non è ancora parte stabile dei percorsi di cura.
«Sappiamo dalla ricerca», spiega Ravaldi, «che la qualità delle cure ricevute al momento della perdita e nei mesi successivi può influenzare significativamente il benessere psicologico dei genitori e il rischio di sviluppare complicanze post-traumatiche».
LO SPORT CHE CURA
Ad aprire uno spiraglio è lo sport, con un esempio che arriva da Stoke-on-Trent, culla della ceramica inglese. Da agosto 2025 la fondazione del Port Vale, club di quarta serie, ospita la Forget Me Knot FC, nata dall'idea di James Routledge, padre che ha perso il figlio Teddy, con l'appoggio delle ostetriche dell'ospedale locale. Ci si ritrova a settimane alterne, di lunedì sera: prima un'ora di conversazione, poi il pallone o altre attività, con una chat WhatsApp per non restare soli durante la settimana. Il gruppo è aperto a padri, nonni, zii e fratelli, perché per gli uomini il sostegno è ancora più raro.
Club così, nel Regno Unito, non sono una novità: la charity Sands, che si occupa di nati morti e morti neonatali, sostiene da anni Sands United FC, rete di squadre amatoriali per padri, nonni, zii e fratelli colpiti da un lutto. Sulle maglie, a ogni partita, il nome dei bambini che non ci sono più.
Perché proprio il calcio? A Belfast, Omar Barrett, che con la moglie ha perso il figlio Quinn, ha fondato Sands United FC Belfast e ha spiegato alla federcalcio irlandese che la parola «incontro» allontanava gli uomini: giocando, e poi bevendo qualcosa insieme, le parole arrivavano da sole.
E IN ITALIA?
In Italia il tema resta a tratti sottovalutato, ma non dovrebbe esserlo. «Il sostegno tra pari esiste già da vent'anni, anche se non necessariamente attraverso lo sport», racconta Ravaldi: CiaoLapo, nata nel 2006, offre gruppi di auto mutuo aiuto. Per i padri il lutto rischia di diventare «doppiamente invisibile», perché agli uomini «viene spesso assegnato il ruolo di sostenere la compagna, essere forti, tornare rapidamente alla normalità».
Il modello inglese mostra che lo sport può essere uno degli spazi in cui il silenzio si incrina per lasciar spazio a ciò che si ha dentro, ma «il punto non è replicare necessariamente il calcio, ma offrire una pluralità di opportunità»: per alcune persone, osserva, «fare qualcosa insieme, praticare uno sport o condividere un'attività può facilitare la costruzione di relazioni e l'espressione del dolore».
C'è poi un gesto che unisce tutti. Il 15 ottobre, alle 19 ora locale, in tutto il mondo si accende una candela per ricordare i bambini morti in gravidanza, alla nascita o nei primi mesi di vita. È la Wave of Light, l'onda di luce che passa di fuso in fuso: la fiamma resta accesa almeno un'ora. Un gesto «semplice ma profondamente significativo», dice Ravaldi, che «rende visibili bambini e famiglie che per troppo tempo sono rimasti invisibili».
Ma la consapevolezza non basta: «Non possiamo accontentarci di illuminare i monumenti il 15 ottobre se negli altri 364 giorni dell'anno una donna che perde il proprio bambino rischia ancora di ricevere un'assistenza inadeguata». «Oggi disponiamo di raccomandazioni cliniche, conoscenze scientifiche e strumenti operativi per migliorare concretamente la qualità delle cure», aggiunge, ma «non servono soltanto più parole sul lutto perinatale. Servono competenze, organizzazione, continuità assistenziale e rispetto». Il vero obiettivo, conclude Ravaldi, è arrivare al giorno in cui «nessuna famiglia debba affidarsi alla fortuna per ricevere cure appropriate dopo la morte di un bambino».
Se la gravidanza è un viaggio, come dicevamo all'inizio, è bene sapere che non sempre arriva dove si era immaginato. Per chi sta intorno, il compito è fare un tratto di strada insieme, senza fretta e senza mettere etichette al dolore che si prova. Oggi basterà una fiamma, lasciata accesa almeno un'ora, per ricordare al mondo che certe luci, nonostante tutto, non possono essere spente.
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